Sadam Houssain, bracciante di 32
anni, originario del Pakistan, è stato ritrovato senza vita il 22 agosto 2026 nel
bagagliaio della sua auto. Viveva da cinque anni a Borgo Mazzanone. L’ennesimo omicidio
e non si esclude la pista del caporalato. L’unico dato inaggirabile è la
normalità del degrado e della violenza in cui versa Borgo Mezzanone. Anni di
denunce non hanno cambiato nulla. I lavoratori sono solo braccia da usare e da sfruttare.
Il lavoro non è fonte di vita, ma di morte e violenza.
Borgo Mezzanone è l’immagine radicale
di un sistema che conosce gradualità diverse di sfruttamento e raggiunge forme
di schiavitù tollerate, nei fatti, poiché la globalizzazione è competizione che
si vince, anche, con la trasformazione degli esseri umani in automi da lavoro.
Il loro dolore non è contemplato, i lavoratori di Borgo Mezzanone sono delle “non
persone”. Il Italia e in Europa, mentre i diritti dei lavoratori si contraggono
e l’orario di lavoro si allunga, la schiavitù è ritornata tra di noi. Lo
schiavo è solo uno “strumento che parla”.
Nell’insediamento spontaneo di Borgo
Mezzanone risiedono in estate circa 5000 lavoratori. Il degrado causa un numero
elevato di decessi, nel 2025 sono deceduti in otto nelle baracche. Un grido di
dolore si eleva da Borgo Mezzanone e oscura il cielo, ma le istituzioni non
vedono, non sentono e non ascoltano, si limitano a registrare i decessi.
A tale realtà di sacrificio e sangue
si può accostare la discussione, in vista delle elezioni, sull’età di
pensionamento. In attesa che il verdetto sulle pensioni venga partorito dalle
fervide immaginazioni dei signori dei numeri, le cronache riportano di
lavoratori che hanno fatto ricorso per essere stati congedati a 67 anni. Si è sempre troppo giovani per andare in
pensione, peccato che il salto tra pensione e loculo diventi sempre più breve
con gran gioia della pubblica finanza, sempre vuota per i lavoratori, sempre
rigurgitante di denari per armi e guerre. Si esaltano i casi di lavoratori che
vorrebbero restare a lavoro sempre, ma silenzio assoluto su milioni di
lavoratori che attendono di vivere una ordinaria vecchiaia ormai negata. In Italia un lavoratore è libero dall’attività
lavorativa a 67-68 anni. Bisogna immaginare un lavoratore vecchio che si
affatica tra gli arnesi sul lavoro e che non tiene il ritmo con i più giovani e
nel contempo è stanco e inadeguato.
Ai signori e padroni della politica e
della parola tutto questo non interessa: il lavoratore è un suddito, per cui
contano soltanto i numeri della finanza. Naturalmente, mentre l’attività
lavorativa rischia di sfondare i 70 anni si inviano armi per la guerra in
Ucraina e si finanziano missioni di pace e si comprano armi. Il sangue e il
sudore dei lavoratori è trasformato in armi per i disegni geopolitici delle
classi dirigenti. Si discute di portare l’uscita a 64 anni con una serie di
misure a salvaguardia della “finanza pubblica”, ovvero decurtazione dei magri
assegni pensionistici, in questo modo si usa il provvedimento per la
propaganda, ma i lavoratori non ne usufruiranno per l’uscita, se dovesse essere
approvato. La pensione è già in sé da sopravvivenza, se la si decurta dopo
decenni di lavoro si è poveri. Gli affitti costano, la sanità è stata
privatizzata e i carburanti hanno prezzi insostenibili, scegliere in tale
cornice è impossibile, si è inchiodati alla croce del lavoro, ma non c’è la
salvezza alla fine della “via dolorosa”.
Ad oggi sono morti sul lavoro circa 500 lavoratori. Una visita medica con la sanità pubblica in talune regioni comporta un’attesa a volte di anni. Insomma i poveri possono morire, la vita è per i ricchi. Si muore in solitudine e in abbandono dopo essere stati sfruttati. Se fossimo capaci, ancora, di unificare i punti del disegno il risultato finale sarebbe evidente: la falsa religione dell’economicismo esige sacrifici umani. Non dovremmo conteggiare solo i morti, ma anche il malessere psicologico per una realtà competitiva e nella quale si è perennemente sotto ricatto. Il lavoro precario ha fatto aumentare l’uso di antidepressivi. Un lavoratore precario sente sul collo il fiato del padrone, vive nel timore di perdere le fragili sicurezze e tutto questo lo aliena e lo schiaccia verso il “basso”. Sente di essere un “niente” in un sistema che esalta denaro, successo e sesso trasformato anch’esso in merce e capitale da investire. Anche quando si adatta il male di vivere morde e richiede il suo sacrificio. L’Europa ha finanziato la guerra in Ucraina con 200 miliardi di euro, dietro ogni euro c’è il dolore dei lavoratori e la morte di tanti sul campo di battaglia. Tutto è sangue e sudore. Solo i sudditi, noi, possono decidere di porre fine ai massacri facendo sentire la propria voce e usando i residuali strumenti della democrazia. Sadam Houssain non è uno straniero, è uno di noi, c’è della retorica in questa affermazione, ma è la verità.
—