La scuola si è da tempo aperta a un largo spettro di attori e soggetti della sfera privata e dell’associazionismo, spesso sponsorizzati dalle istituzioni cittadine o regionali. A queste iniziative le scuole si affidano in misura crescente per “completare” l’offerta formativa, finendo però in questo modo per aver esternalizzato la propria funzione pedagogica. La grande proliferazione di “giornate dedicate”, tra l’altro, fornisce l’occasione ad associazioni e privati per proporsi. Ma non solo, perché le iniziative si moltiplicano esponenzialmente: dalle varie cause alle quali corre, a quanto pare, strettissima necessità di “sensibilizzare”, fino a eventi più direttamente legati agli ambiti disciplinari. La motivazione ufficiale addotta è, come detto, quella di “completare” l’offerta formativa e potrebbe sembrare anche ragionevole che, per esempio, una bella rappresentazione teatrale giovi allo scopo. Ma la realtà è che, in assenza di un filtro molto selettivo, il profluvio di iniziative sortisce l’effetto diametralmente opposto di amputare e interrompere la didattica. Ora, la capacità della scuola di filtrare è stata scientificamente indebolita. Ad essere costantemente incoraggiata è proprio la subordinazione della scuola all’iniziativa privata. Questo risultato è stato ottenuto in molti modi e sfruttando varie strategie tra loro interconnesse. Per esempio, il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) richiede alle scuole specifici obblighi di rendicontazione, con annessi oneri di compilazione di piattaforme dedicate, relativamente alle attività svolte dalle scuole in occasione di specifiche ricorrenze istituzionali, quali (utilizzando le denominazioni ufficiali): Giornata della Memoria, Giorno del Ricordo, Giornata della Legalità, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Giornata Mondiale dei diritti umani. Le scuole, anche per trarsi di impaccio, tendono ad affidarsi, rivolgendosi a quello che è un vero e proprio mercato nato come effetto dell’azione della politica sulla scuola. Si aggiunga che la stretta burocratica che grava sulle scuole le opprime con innumerevoli altre incombenze. Queste modalità palesano l’attacco da tempo in corso nei confronti della Scuola che un tempo fu pubblica, e che oggi è stata prostrata alle esigenze e alla richieste del Mercato. Del resto, come fece meritoriamente notare lo storico Giovanni De Luna, la stessa ritualizzazione della Memoria incentrata sulla data del 27 gennaio risponde a una logica globalista di mercato.
Ovviamente
la scuola ci mette spesso del suo. Ad essere maltrattati, si sa, ci si abitua,
e qualcuno ci prende persino gusto, finendo per appaltare esternamente anche
cose che potrebbe benissimo, e anzi dovrebbe, fare da sola. Che la Divina
Commedia sia una straordinaria avventura della conoscenza, devono dirlo e farlo
sentire ai discenti i loro insegnanti, non il primo che si propone, magari con
proprio vantaggio in termini di immagine.
Stando
così le cose, si capisce come molti attori che offrono la loro disponibilità su
questo vasto mercato creato ad hoc sulla pelle della Scuola, siano
perfettamente convinti di contribuire alla formazione culturale degli studenti,
ma stanno in effetti contribuendo alla distruzione della Scuola
pubblica. Per la verità stiamo parlando ad oggi di un paziente moribondo,
portato in fin di vita somministrandogli prolungate e massicce dosi di
neoliberismo.
Sulla
preda pulsante si avventano, a sentir loro, armati di buone intenzioni. Ognuno
con la sua causa, che si presenta come giusta e indifferibile, non di rado
enunciata con fiumi di retorica. Ognuno convinto che le scolaresche non
possano proprio fare a meno di ascoltare quanto ha da dire. Tutti
garantiscono, e ci tengono anche molto a far sapere, che agiscono per il bene
degli alunni. Tutti si affrettano ad assicurare di avere a cuore il loro
futuro. Sono invece convinto che se davvero si volesse bene ai ragazzi come si
dice, invece di prodursi in molte dichiarazioni, ci si preoccuperebbe di lasciarli
molto di più nelle classi. Lì dove si apprende. Lì dove, nella tranquilla continuità
della didattica, si può accendere la connessione sentimentale con i saperi. E
prima di portarli fuori ci si dovrebbe chiedere molte volte se la contropartita
che si offre valga con certezza la perdita di ore di lezione. Se questa
certezza non c’è, meglio sarebbe non far nulla. Cioè fare lezione, che poi è
fare tutto. Ma sembra proprio che questi soggetti sappiano cosa sia meglio per
la scuola. Non mancano di farlo sapere. Spesso hanno ricette da dare,
indicazioni – non richieste, manco a dirlo – da dispensare. Di recente, una
personalità istituzionale a chiusura di uno dei tanti eventi “irrinunciabili”
ne ha ribadito l’importanza (bontà sua) e ha aggiunto che, d’altra parte, “e
gli insegnanti saranno di certo d’accordo” (mah!), non ci si può limitare a
fare solo il programma. Veramente vorrei “limitarmi” a fare Scuola, se la lasciassero
in pace. A conti fatti poteva sembrare sarcasmo, credo fosse franca insipienza.
Una
volta una formatrice venne nella mia ora per non ricordo bene quale progetto.
Pensò bene di esordire dicendo che quella che i ragazzi stavano per fare non
era la “solita lezione noiosa”. Disse così, nello spazio che occupava perché la
scuola glielo aveva concesso, e nella mia ora, che avevo ceduto per obbligo di
servizio, non certo perché avrei voluto. Allora la mia replica fu tutto sommato
contenuta, preferendo non dare troppa importanza; oggi, ad anni di distanza e
avendo più chiaro in che modo la scuola è stata distrutta, e come alcuni
elementi siano tutt’altro che scollegati tra loro, penso che reagirei molto peggio.
Quelle che seguirono in alternativa alla “noiosa” lezione furono, in compenso, le
solite modalità “creative” estemporanee, utili ad accalappiare l’attenzione dei
ragazzi per un’ora o due. Cose che può permettersi di fare chi passa e va,
non chi rimane e coltiva, ogni giorno. Comunque, tornando all’attacco del
discorso, se nel mondo della scuola non avessimo ampiamente passato la misura e
normalizzato l’incredibile, dovrebbe essere considerato un atteggiamento al
limite della sociopatia, perché la “formatrice” stava non soltanto sputando nel
piatto dove mangiava, ma anche, suppongo più o meno ingenuamente, usando
l’ambiente che le consentiva di fare quello che stava facendo per dare risalto,
per via di contrapposizione, alla sua performance. L’intero suo
intervento non aveva alcuna postura pedagogica, ma questi soggetti sono di
fatto incoraggiati ad alludere al fatto che le “competenze” delle quali
sarebbero portatori sono più importanti di ciò che si apprende ogni giorno sui
banchi di scuola. Non sono esplicitamente incoraggiati da qualcuno, non ce n’è
bisogno; sono incoraggiati da un intero sistema che rende convenienti
atteggiamenti di questo tipo. Esiste tutta una retorica non causale che dipinge
l’ora di lezione come grigia e monotona se non si ricorre agli ultimi ritrovati
della “didattica innovativa”; una campagna condotta ogni giorno da riviste “di
settore” il cui vero scopo è additare l’insufficienza della didattica. Mediocri
attori non fanno altro che sguazzarci. Per loro, che lo sappiano o no, la
distruzione della scuola pubblica diventa un mercato redditizio, anche quando
la posta in gioco è semplicemente la visibilità, il protagonismo, l’espansione
della propria iniziativa privata. Business, insomma.
Il
problema è che simili atteggiamenti al limite della sociopatia sono
costantemente incoraggiati e anzi sono stati rivestiti dell’abito
irrinunciabile e “autorevole” delle famose life skills. La sociopatia
trasformata in utilità sociale, viatico di competenze indispensabili per essere
pronti per il “mercato del lavoro”, che in concreto significa il Mercato senza
i diritti e la dignità del Lavoro. Una schiera di attori e soggetti che entrano
nella scuola, si intende con il consenso di questa (e proprio qui sta il
dramma) o negli spazi scolastici, sono davvero convinti che la loro offerta sia
necessaria.
La
scuola è stata mercatizzata anche per questa via, facendovi entrare qualsiasi
soggetto: formatori, esperti, manager, scrittori venuti in voga in qualche
circuito editoriale convenzionato ma lontanissimi dall’aver superato la prova
del tempo, e ovviamente militari. Facendo leva sul variegato mondo
dell’associazionismo e dell’iniziativa privata, che un po’ sente di avere
qualcosa di imperdibile da dire – al punto da essere certi che ascoltare loro
sia per i ragazzi preferibile che stare in classe a fare lezione – un po’, come
è chiaro, ne ricava anche ampia pubblicità. Spesso le due motivazioni non sono
neanche nettamente separate perché questa logica è diventata sistema. È
ideologia. I ragazzi, giustamente, sono ben felici di perdere un giorno di
scuola e così il gioco è fatto. Ma sulla loro pelle. Gli insegnanti sono
messi all’angolo, costretti a scegliere se conformarsi o combattere contro i
mulini a vento. La maggior parte compie la prima scelta, per quieto vivere, per
opportunismo o per reale convinzione, rendendo vita ancora più difficile a chi
sceglie la seconda opzione. Sono in fondo le dinamiche di tutti i totalitarismi
e la crisi della scuola che sto descrivendo si inscrive appunto nel quadro del
totalitarismo liberale. A dire il vero c’è anche molto autolesionismo
nell’andare appresso ad “obblighi” (o più spesso pseudo-obblighi, che in
quanto tali potrebbero appunto essere evitati ma vengono inseguiti con zelo) generati
a flusso continuo sul terreno dello svuotamento della funzione pedagogica
dell’insegnamento.
Così gli appetiti della società civile sono stati stimolati ma in realtà messi al servizio del progetto di distruzione della didattica e, quindi, della scuola pubblica, che risponde – vale sempre la pena ribadirlo – a un’architettura di potere trasversale alla “destra” e alla “sinistra” di sistema. In questo quadro, la politica offre una sponda, ponendo le condizioni per intromettere e frammentare continuamente la didattica. È uno stratagemma scientifico e collaudatissimo e va anche avanti da molto tempo. Una volta costruita la sponda, si producono alcuni effetti quasi automatici che rinforzano il progetto. Le pulsioni provenienti dalla società civile si infilano negli spazi offerti dalla politica, realizzando una oggettiva convergenza sull’obiettivo di fondo. Il risultato è questo teatrino permanente di soggetti che si sono incaricati e si incaricano di collaborare attivamente a portare in profondità l’affondo alla scuola pubblica e lo fanno con le pose edificanti che sono loro richieste, in una parata che mette insieme associazioni, privati, rappresentanti delle istituzioni. Si pretende continuamente di “sensibilizzare”, altra parola tra le più ricorrenti (direi insieme a “resilienza”). Ma l’iper-stimolazione ritualizzata su un gran numero di cause produce per lo più un senso di sazietà e saturazione. In concreto, quindi, viene erogata retorica in grande quantità, ancor più feroce quando vengono trattati temi complessi a senso unico (che tecnicamente si chiama “indottrinamento”) tranne poi, magari, sorprendersi se i ragazzi non si mostrano abbastanza interessati. Che la loro sia, almeno in questo, legittima difesa?
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