Se l’Ue ritrova l’unità attorno alla guerra e al Riarmo


L’economia europea è in crisi, rallentata (da decenni) la crescita nonostante il mercato unico europeo rappresenti ancora il 15 per cento circa del Pil globale.

Due o tre domande sul vecchio continente sorgerebbero spontanee, ad esempio operare uno studio sugli investimenti in tecnologia e sviluppo operati da ogni singolo paese Ue.

Un’area economica, e monetaria è bene ricordarlo, a più velocità con tassi di crescita differenti e modelli sociali assai diversi tra di loro, forse dopo 30 anni i risultati della Ue non sono paragonabili a quelli ottenuti da paesi del Sud est asiatico ma proprio il Riarmo potrebbe rappresentare una svolta accordando nuovo impulso alla competitività. E l’attenzione spasmodica verso le tecnologie duali, che poi sono prevalentemente militari, le politiche sinergiche tra imprese europee del complesso bellico giocheranno un ruolo nevralgico soprattutto con lo stanziamento del 5% del Pil a scopi militari e con i prestiti Safe.

L’Unione Europea dovrà correggere il tiro, troppe divisioni nel recente passato al suo interno, aiuti pubblici spesso occulti per favorire il capitalismo nazionale, situazioni annose che hanno ritardato la norma sulla trasparenza per divulgare informazioni sugli aiuti statali se non che poco sappiamo dei sostegni esteri concessi da paesi fuori dalla Ue che da tempo hanno rilevato importanti aziende europee acquistandone la maggioranza azionaria. L’intervento del Governo per impedire la vendita di imprese italiane a colossi stranieri è arrivata dopo la cessione di un ramo della Piaggio ad una azienda turca specializzata nella produzione di droni; la Ue difende le sue aziende per non vedersi sottrarre quote di mercato e di produzione, è questa la novità assoluta nel senso che i paesi si sono uniti in questo comune intento come per altro suggeriva quel documento strategico denominato la Bussola Europea, ignorato stupidamente dai movimenti contro la guerra.

Ma nonostante il Riarmo fosse già annunciato da anni in troppi si sono girati dall’altra parte e oggi la riedizione del pacifismo diventa funzionale al campo largo e all’elettoralismo ossia alla endemica malattia che affligge la sinistra di casa nostra.

Cosa dobbiamo attenderci per l’immediato futuro?

  • L’aumento delle spese militari annunciato al 5% del Pil in dieci anni
  • La militarizzazione delle scuole e della società
  • Spostare la spesa pubblica dal welfare alla difesa, all’acquisto e produzione di armi
  • Favorire in termini salariali e previdenziali i militari (anticipo dell’età pensionabile, contributi pesanti rispetto a quelli della Pubblica amministrazione, indennità contrattuali costruiti ad hoc) quando nel frattempo i contratti della Pubblica amministrazione vengono siglati con aumenti del 6 per cento a fronte di un meno 18 per cento del potere di acquisto nell’arco di un triennio. Ogni giorno ci viene raccontato che l’ulteriore rifiuto di un rinnovo contrattuale sarebbe un ingiustificabile atto di follia, è del tutto evidente invece che perseverare nella firma di contratti al ribasso è stata la causa della grande erosione del potere di acquisto.
  • Non si tratta di assumere atteggiamenti e pratiche realiste e responsabili se realismo e responsabilità finiscono solo con il danneggiare la forza lavoro. E’ accaduto negli ultimi 50 anni e oggi ne paghiamo le conseguenze con salari da fame, contrazione del potere contrattuale e l’allontanarsi della forza lavoro dal conflitto. Ci siamo abituati insomma a quelle che vengono ormai considerate le disuguaglianze accettabili e insopprimibili, se parliamo della guerra ci imbattiamo nella stessa logica perversa ossia la inevitabilità del riarmo e dei conflitti bellici. Le cause economiche e strategiche delle guerre vengono così sapientemente rimosse e noi tutti diventiamo delle marionette animate da fili, quei fili che vengono sorretti da interessi ben precisi che poi oggi animano il riarmo, i genocidi, le doppie verità e le amnesie.

Queste sono le semplici ragioni per le quali scioperare il 22, non solo contro il genocidio dei palestinesi ma contro l’economia di guerra.

Fonte foto: Avenire (da Google)

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