Il Presidente degli Stati Uniti continua a postare
immagini che offendono il nostro Presidente del Consiglio. Ma nulla accade, il
servidorame “politicamente corretto” tace o continua imperterrito ad affermare
che le relazioni con gli Stati Uniti sono ottime. Il pubblico dileggio del
Presidente del Consiglio non è solo un attacco personale, è gesto di tracotante
arroganza con cui si evidenzia al mondo lo stato di semicolonia dell’Italia. Da
un partito che si dichiara sovranista ci saremmo aspettati altro, invece ancora
nulla. Vannacci, anch’egli è silente.
Gli italiani paiono non cogliere il carattere offensivo delle parole e delle
immagini postate in modo provocatorio da Trump e con cui rassicura i suoi
elettori del suo controllo e dominio sull’impero. Certo i Presidenti passano,
ma le offese restano ed esse se non sono pensate con le categorie della
politica restano nella cultura di un popolo, lo definiscono fino a fargli
apparire come “banale e normale” essere oggetto di offese in cui si vuole
riaffermare la condizione di evidente inferiorità politica dinanzi
all’imperatore. Nulla accade, ripeto, i giovani continuano a guardare ammirati
gli Stati Uniti, si imitano i (cattivi) costumi, si impara la lingua e si
osanna il modello americano, mentre si è oggetto di pubblici insulti.
In tale cornice vi è da chiedersi se siamo un popolo e
una nazione o semplicemente una giustapposizione di individui colonizzati nella
mente e nel cuore al punto da non sentire il peso dell’offesa alla nazione e
alla cultura italiana. Naturalmente un popolo dedito a subire e ad imitare il
dominatore è destinato all’estinzione reale. Ridurre le “osservazioni” di Trump
a una disputa tra potenti di diverso calibro è un errore. Egualmente è un
errore giustificare taluni eccessi come causati da un “cattivo equilibrio
psicologico”.
Ancora una volta la verità ci viene incontro con il
suo tragico specchio e in essa possiamo specchiarci. Trump ha il merito di aver
rinunciato alla retorica ingannevole e capziosa delle belle parole, ci comunica
cosa siamo e cosa siamo stati per gli americani dal 1949 in poi. Con
l’istituzione della NATO e la nostra adesione abbiamo scelto la dipendenza
culturale e militare, prova ne è il territorio occupato da un centinaio di basi
militari.
Il nemico non sono i migranti, ma gli alleati… Non si
intravede da destra come da sinistra nessun cenno per portare fuori l’Italia da
questa palude in cui si affonda. Si esige da oltreoceano l’aumento della spesa
militare al 5% del PIL e acquisto delle armi dagli Stati Uniti. Siamo un
affare! Se uno stato accetta anche parzialmente tale logica è consequenziale il
“disprezzo di cui è oggetto dai dominati”.
Tra le forze politiche appiattite alla difesa di interessi lobbistici non si osa intraprendere iniziativa alcuna anche per sensibilizzare ad un problema da cui dipende primariamente la politica interna ed estera della nazione. La parola dignità naturalmente è ormai desueta e impronunciabile in tale cornice. L’unico dato ragguardevole è la verità che si mostra a noi senza veli e senza mediazioni, liberi di rimuovere il problema o di guardare la realtà della condizione in cui siamo caduti e decaduti e progettare l’uscita da tale logica di dominio. Anche solo pensare e ipotizzare in tale contesto l’uscita dalla NATO non è certo la soluzione, ma è il segno che non siamo morti.
Fonte foto: Avvenire (da Google)