Il documentario “Malati di sport[1]”
rivela e documenta una verità che tanti ignorano. La pianificazione della
sorveglianza dei popoli implica la neutralizzazione delle energie fisiche e
psichiche mediante il bisogno artificiale di “infiniti esercizi fisici”. Lo
sport ha invaso e colonizzato l’immaginario dell’uomo medio occidentale. Il
culto per la buona salute si è trasformato gradualmente in idolatria della
giovinezza e del corpo da ostentare sempre e comunque; durante l’anno a
prescindere dalla stagione i forzati delle palestre cercano disperatamente
gratificazioni, applausi e sguardi che devono fremere ammirati e gaudiosi
dinanzi ai bei corpi. In inverno le maniche corte sono ormai ordinaria quotidianità
per molti. Si può ben comprendere si devono ostentare i risultati delle
“olimpiche fatiche”. Gruppi di uomini e di donne, di ogni età, sciamano
suadenti e seduttivi per le strade dalle prime ore dell’alba. Non li unisce la
parola ma il ritmo del passo, il respiro bolso e la comune muscolatura da levigare.
Non sono gruppi, non sono comunità in movimento ma giustapposizione di
individui senza relazione. Persone di ogni estrazione sociale, età, genere e
forma fisica occupano spazi pubblici e privati per soddisfare il loro
narcisismo. I corpi scolpiti e alla ricerca di “consenso” si particolarizzano
con tatuaggi sempre più grotteschi e sempre più avvolgenti. La volgarità
dell’ostentazione non ha limiti e offende lo sguardo di coloro che vorrebbero
semplicemente “passeggiare”. L’io si spazializza e si rende visibile mediante
l’esposizione del corpo tonico, abbronzato e in salute. Anche le differenze di genere
si dileguano, in quanto i corpi asciutti standardizzano i fisici rendendoli
sempre più simili ed eguali. Si tratta di una pratica che nulla ha a che fare
con la buona salute. La medietà non è contemplata e i forzati del muscolo sostenuti
da un indotto economico assillante e dal paradigma del culto del corpo sono
oggetto di interessi economici e politici che la fatica dell’apparire dilegua
tra i passi sempre più ossessivi e compulsivi. Le dipendenze si moltiplicano,
tra le ultime la vigoressia, ovvero l’ossessione per il “corpo perfetto”.
Naturalmente su tale dipendenza si tace, in quanto l’indotto economico è
strabiliante. I giovani sono arruolati, è il caso di dire, dalla più tenera età
in società sportive che con ferrea disciplina promettono risultati da olimpiadi
per i più talentuosi. Nelle scuole lo sport con tornei e gare regna sovrano.
Non sono sufficienti le ore già dedicate allo sport nel privato, ma anche la
scuola è mercato per progetti e spietate competizioni. Nelle aziende più
avanzate vi è l’area dove i sussunti possono scaricare le tensioni con lo sport.
Il “bel corpo” devia l’attenzione dalla condizione di sudditanza con buona pace
del “padrone dalle larghe vedute”. L’aspetto
barbaro e reazionario di tale compulsione è taciuta, poiché i ragazzi imparano
l’individualismo competitivo sostenuti dalle istituzioni e dalle famiglie. Il
fare muscolare diventa così dipendenza e ossessione. Per gli studenti atleti
sono previsti programmi per sostenere i talenti e, naturalmente, la formazione
diviene secondaria. Ciò che conta in questo gioco agonistico è solo “vincere”.
Genitori e famigliari sono uniti in questo grido di vittoria che esige
sacrifici sempre più impensabili ed esige la rinuncia alla socialità spontanea
e vera capace di dono e di amicizia. Una rivoluzione antropologica, dunque, che
ha nell’indotto economico lo sponsor maggiore e nel contempo nella
cattiva politica la sua sovrastruttura. Giovani, bambini e adulti irregimentati
nella competizione sfibrano le loro energie nella lotta e diventano
indifferenti al mondo reale con le sue contraddizioni e con il suo grido di
dolore. Tutto è incentrato sull’ego che non conosce confini e si spazializza
nel corpo voglioso di attenzioni che si fermano alla contemplazione del muscolo
e delle forme. Il corpo da soglia di contatto diviene palcoscenico per sedurre
e schiacciare l’altro sotto il macigno della forma fisica. La vigoressia che
deforma i corpi e offende le menti è emergenza che non si vuole vedere, poiché
ben sappiamo che la “pecunia è il dogma” dell’occidente e ciò che produce il
“sangue” e tiene in vita il corpo corazzato degli occidentali dev’essere
occultato dal Velo di Maya della propaganda salutista. La vigoressia è terrore
della fragilità, del dolore, della vecchiaia e della morte. Il volto atroce e
reazionario di tale pratica è il disprezzo verso i più fragili, l’abbandono dei
vecchi e la rimozione del significato della morte e del dolore. I corpi-automi
che sfilano per le nostre città non hanno anima, sono i “corpi morti
dell’occidente” che non generano vita e non creano. L’auto-accentramento spasmodico
è incoraggiato, dunque, poiché consente di convogliare energie verso obiettivi
innocui e, dunque, il potere non può che dormire lascamente, mentre una intera
civiltà declina e scompare a passo di fitness.
Non è difficile, mentre si passeggia,
essere investiti da slogan tipo “vietato invecchiare”. La logica perversa della
vigoressia investe la società tutta ed essa si esprime in forme patologiche
palesi solo quando si è costretti a rivolgersi a specialisti. La violenza etica ed estetica è tale che non
pochi si sottopongono a esercizi deformanti ed anche a operazioni chirurgiche
per brillare sul palcoscenico del mondo. Nessuno li vedrà e li contemplerà
ammirati, perché nel regno della vigoressia lo sguardo è bilioso e nessuno
guarda alcuno, perché si vuole solo essere guardati. Si pensi alle palestre con
vetrine sulla strada per mostrare i corpi sudati, mentre prendono forma. La
solitudine disperata dell’occidente senza figli, senza concetto e senza umanità
è in questo fenomeno, la vigoressia, divenuta la normalità delle solitudini in
competizione. In questo silenzio ritmato dal passo atletico cogliamo la fine
che si approssima di una civiltà che ha perso il senso della misura e dei fini
oggettivi. Il capitalismo si fonda
sull’eccesso e sulla disumanità conseguente, pertanto esso penetra nei corpi e
nelle mente adattandoli al delirio dell’illimitato. La progettualità politica,
amicale e famigliare è stata sostituita dall’idolo del corpo da ostentare.
Anche su tale quotidiana tragedia pesa il silenzio di tanti.
[1] https://youtu.be/qTc06NfRVKs
Fonte foto: Freepik (da Google)