Il dibattito finalmente si è aperto. E sarebbe un grave errore richiuderlo sostenendo che l’ideologia woke in Italia non sia mai esistita, che sia soltanto un’invenzione della destra o che metterla in discussione significhi automaticamente fare un regalo alla destra. Giuseppe Conte ha avuto almeno un merito: ha posto una domanda che una parte della sinistra italiana preferiva non porsi. Ha sostenuto che «alla sinistra non serve il woke», ha criticato il conformismo, gli eccessi della cancel culture e il rischio di trasformare il woke in una religione morale autoreferenziale, richiamando invece la centralità delle diseguaglianze economiche e sociali.
Si può discutere la sua posizione e si può anche sospettare una componente tattica. Il Movimento 5 Stelle contiene sensibilità diverse e Conte sa che una parte dell’elettorato progressista non si riconosce nella politica identitaria. Ma le sue intenzioni sono secondarie. Conta molto di più ciò che la sua presa di posizione ha fatto emergere. Le reazioni sono state immediate e rivelatrici: una parte del centrosinistra ha ridimensionato il fenomeno, un’altra ha spostato il discorso sulle intenzioni politiche di Conte, un’altra ancora ha sostenuto che esistano problemi più importanti.
Non sono reazioni equivalenti, ma la loro intensità dimostra che Conte ha toccato un nervo scoperto. La questione seria, infatti, non è stabilire se in Italia sia mai esistito un “partito woke”. È chiedersi se quella cultura abbia influenzato il linguaggio, le priorità e le categorie interpretative di una parte della sinistra italiana. Un’ideologia non agisce soltanto attraverso partiti e manifesti. Agisce anche stabilendo quali conflitti siano centrali, quali parole siano legittime e quali posizioni vengano considerate progressiste o reazionarie.
È su questo terreno che il woke ha esercitato la propria influenza. Il problema si chiarisce quando si mette in discussione una formula diventata quasi rituale: l’idea che diritti individuali e diritti sociali debbano necessariamente marciare insieme. Non è affatto evidente che sia così. Il conflitto non è tra libertà e giustizia sociale, ma tra due diverse concezioni della libertà e della società. Il diritto sociale nasce dal presupposto che esistano beni che non possono essere lasciati alla capacità dell’individuo di procurarseli sul mercato. Salute, istruzione, lavoro, casa e pensione non sono semplicemente beni o servizi da acquistare. Quando vengono riconosciuti come diritti sociali, una parte dell’esistenza viene sottratta alla pura logica dello scambio.
La concezione radicalmente individualistica della libertà compie invece il movimento opposto: sono io a decidere che cosa fare di me stesso, del mio corpo e delle mie capacità, purché gli altri acconsentano. Ma quando il consenso diventa il criterio decisivo, il contratto tende a diventare lo strumento principale della libertà, e con il contratto entra inevitabilmente il mercato. È qui che il woke smette di essere soltanto una questione culturale. Il suo problema non consiste semplicemente nell’avere spostato l’attenzione dall’economia all’identità. Il woke contiene esso stesso una concezione della distribuzione della ricchezza e delle opportunità. La sua domanda fondamentale non è tanto come modificare il rapporto tra capitale e lavoro, quanto chi possa accedere alle opportunità offerte dalla società esistente e a quali condizioni. Se determinate identità sono discriminate nell’accesso al lavoro, ai vertici delle imprese o alle professioni prestigiose, la soluzione consiste nel rimuovere quelle barriere e rendere la competizione più inclusiva. Ma il meccanismo distributivo fondamentale rimane intatto. Non si mette necessariamente in discussione l’esistenza di una classe dirigente molto ricca; si domanda perché non sia sufficientemente rappresentativa. Non si mette necessariamente in discussione la gerarchia dell’impresa; si domanda chi possa accedere ai suoi vertici. Non si supera il mercato; si pretende che il mercato sia inclusivo. È una differenza decisiva. La vecchia domanda socialista era: perché alcuni possiedono e altri lavorano per loro? La nuova domanda rischia di diventare: perché tra coloro che possiedono non sono rappresentate tutte le identità? Nel primo caso l’oggetto della politica è la struttura. Nel secondo è la composizione della struttura. Per questo una società può diventare molto più diversificata senza diventare più egualitaria. Può avere più donne e più minoranze ai vertici delle imprese e contemporaneamente conoscere una crescente concentrazione della ricchezza, salari più deboli e maggiore precarietà.
Il woke non è quindi soltanto una distrazione dalle questioni economiche. Può diventare una risposta alternativa alla questione distributiva: non ridurre necessariamente le diseguaglianze strutturali, ma garantire che l’accesso alle diverse posizioni della gerarchia sociale non dipenda da sesso, razza o identità. È il passaggio dall’uguaglianza sostanziale all’eguaglianza competitiva. Tutti devono poter partecipare alla gara. Ma la gara rimane, così come rimangono enormemente diseguali i premi distribuiti alla fine. È anche per questo che il capitalismo contemporaneo riesce a parlare con tanta naturalezza il linguaggio dell’inclusione. Non soltanto per marketing o ipocrisia. L’inclusione può essere perfettamente compatibile con il mercato e, in alcuni casi, persino ampliarlo. Ogni individuo liberato da una discriminazione diventa pienamente disponibile a lavorare, consumare, stipulare contratti e partecipare allo scambio. Il mercato possiede una reale capacità di dissolvere vecchie gerarchie, perché è relativamente indifferente alle appartenenze. Ma questa neutralità non elimina le diseguaglianze materiali. Il proprietario e il lavoratore sono formalmente liberi di stipulare un contratto, ma uno possiede i mezzi di produzione e l’altro deve vendere il proprio lavoro per vivere. La libertà contrattuale non cancella l’asimmetria economica. Ed è qui che una concezione puramente individualistica dei diritti rischia di incontrare il mercato invece di contrastarlo.
Questo punto emerge con ancora maggiore chiarezza quando l’autodeterminazione viene estesa al corpo. Se il principio fondamentale diventa «il corpo è mio e sono io a decidere come utilizzarlo», allora bisogna chiedersi se esistano dimensioni del corpo che debbano restare indisponibili al mercato anche quando l’individuo acconsente. La risposta socialista non può fermarsi al consenso formale. Deve interrogarsi sui rapporti materiali dentro i quali quel consenso viene espresso. Se tutto ciò che appartiene all’individuo può diventare oggetto di contratto, la sovranità su se stessi rischia di tradursi in disponibilità al mercato. È qui che emerge una convergenza apparentemente paradossale tra la cultura woke e l’anarco-liberalismo. Non si tratta di sostenere che il woke derivi da Rothbard o Nozick. Sul piano dottrinale le due tradizioni sono spesso opposte. L’anarco-liberalismo parte dalla proprietà privata, dai diritti naturali e dalla riduzione dell’intervento dello Stato. Il woke nasce invece da tradizioni spesso critiche verso il liberalismo economico e verso l’idea di natura. E tuttavia esiste una possibile convergenza antropologica: il principio della sovranità dell’individuo su se stesso. Nel libertarismo, la self-ownership significa che l’individuo è proprietario del proprio corpo e del proprio lavoro. Nella cultura woke, per vie teoriche diverse, l’individuo tende a rivendicare la sovranità sulla definizione di sé contro natura, tradizione e comunità. Rothbard e Nozick compiono questo movimento soprattutto nella sfera economica e giuridica; il woke soprattutto nella sfera identitaria. Non è una filiazione, ma una convergenza di struttura. In entrambi i casi l’individuo è pensato come titolare ultimo di se stesso.
Ed è proprio qui che la questione culturale torna a essere economica. L’anarco-liberalismo elimina i limiti politici al mercato; una certa cultura dell’autodeterminazione elimina progressivamente limiti antropologici e comunitari. Le due operazioni sono differenti, ma possono convergere nello stesso risultato: un individuo sempre più sciolto dai vincoli collettivi e sempre più disponibile a entrare in relazione con gli altri attraverso il contratto. L’individuo proprietario di sé e l’individuo radicalmente autodeterminato possono essere politicamente nemici e tuttavia risultare entrambi compatibili con una società nella quale quote crescenti dell’esistenza vengono affidate alla scelta individuale e quindi potenzialmente al mercato. A quel punto il mercato non è più soltanto il luogo dello scambio economico. Diventa il dispositivo attraverso il quale l’individuo realizza se stesso. Il lavoro diventa capitale umano, la personalità personal brand, il corpo può diventare servizio, la differenza segmento di mercato. Il woke può allora essere interpretato non come una semplice sovrastruttura culturale, ma come una cultura politica compatibile con una trasformazione del capitalismo: dal mercato formalmente universale ma socialmente discriminatorio al mercato inclusivo delle identità. Non elimina necessariamente la gerarchia economica; ne modifica la composizione. Non supera il mercato; ne universalizza l’accesso. Non redistribuisce necessariamente il potere; redistribuisce riconoscimento e opportunità di competere per quel potere. È per questo che la multinazionale con la bandiera arcobaleno non rappresenta necessariamente una contraddizione. Può rappresentare una forma compiuta del capitalismo contemporaneo: un capitalismo che dice all’individuo di definirsi, esprimersi e realizzarsi, purché questa realizzazione avvenga attraverso le forme della produzione, del consumo e del contratto.
È qui che il lavoro di Luc Boltanski ed Ève Chiapello diventa particolarmente utile. Il capitalismo possiede infatti una straordinaria capacità di incorporare le critiche che gli vengono rivolte. La contestazione della gerarchia può diventare flessibilità, la critica dell’autorità può diventare autonomia sul lavoro, il rifiuto dell’omologazione può diventare personalizzazione, la ricerca dell’autenticità può diventare personal brand. Persino la ribellione può essere trasformata in merce. Questo non significa che il capitalismo abbia inventato ogni movimento di liberazione. Significa che può assorbirne alcune domande purché esse non mettano in discussione proprietà e potere economico. Ed è precisamente qui che la critica del woke deve smettere di essere una polemica sul politicamente corretto e diventare una critica del capitalismo contemporaneo. La domanda decisiva è allora quale tipo di individuo produca una società nella quale l’emancipazione viene sempre più identificata con la possibilità di definire autonomamente se stessi. È a questo punto che Pasolini e Christopher Lasch diventano particolarmente importanti. Non perché abbiano previsto il woke, ma perché entrambi avevano intuito che il capitalismo avanzato non avrebbe avuto necessariamente bisogno di reprimere ogni liberazione. Avrebbe potuto imparare ad assorbirla.