Molto si discute
dell’articolo 11 della Costituzione italiana in questi anni di guerra.
L’articolo notoriamente afferma che l’Italia “ripudia” la guerra come strumento
di soluzione dei conflitti. Nella lettura generale dell’articolo, date le
contingenze del nostro tempo, ci si sofferma sulla contraddizione tra il
“ripudia” e la partecipazione alle “missioni di pace armi in pugno”. L’articolo
è meritevole di un’ulteriore riflessione, poiché esso prescrive di favorire la cultura della pace e
del dialogo. Affinché il popolo italiano possa ripudiare la guerra la vita
ordinaria dei cittadini italiani dovrebbe essere improntata non certo alla
competizione e alla meritocrazia (potere del merito) ma al dialogo e
all’uguaglianza solidale da costruire faticosamente nelle istituzioni.
L’articolo è parte di quella trama di valori socialisti/cristiani che dovrebbero trovare il loro compimento
nella formazione. Il luogo deputato per realizzare l’articolo 11 ancor prima dei
tavoli della diplomazia è la scuola. Nell’istituzione scolastica e in ogni
luogo di formazione la cultura del dialogo dovrebbe essere il “fine” di ogni
attività. Con la maieutica del dialogo si impara ad ascoltare e a riconoscerci
come soggetti aventi eguale dignità. Il dialogo con i suoi urti dialettici
insegna ad argomentare le proprie tesi, all’ascolto e alla consapevolezza dei
propri limiti. Tutto questo non può che formare alla pratica della pace. In
tempo di narcisismi e di onnipotenza ostentata la coscienza dei limiti ci
invita ad essere“amici fraterni”. Non si nasce pacifici e non si nasce
guerrafondai, è il contesto formativo a porre in essere lo sviluppo di una
delle due potenzialità. In soggetti giovani il contatto con le armi potrebbe
alimentare un senso di onnipotenza e di fascino della forza, tanto più che le
nuove generazioni sono fragili da un punto di vista emotivo, culturale e
valoriale.
Il declino dell’articolo 11 è parte del degrado
antropologico e politico di questi decenni di “totalitarismo liberale”. Se l’altro è solo un potenziale nemico si
rompe la fiducia sociale e con essa la comunità si frammenta nell’atomistica
della lotta. L’individualismo senza freni ha portato ad uno stato di guerra e
di violenza generalizzato a cui si fa fronte solo con misure repressive e
legalitarie.
Militarizzare la
sicurezza
Si constata in questi
anni un graduale processo di militarizzazione delle scuole. Nel 2025 vi è stata
la protesta in Brianza per l’uso della palestra di una scuola per fini
militari. I genitori hanno protestato vivamente. La base NATO di Sigonella è
stata utilizzata per l’Alternanza
scuola-lavoro e si potrebbe continuare lungamente. In nome della “difesa” si
sta introducendo la cultura militare. La difesa presuppone l’aggressore,
pertanto il fine è normalizzare la logica secondo cui l’altro è un potenziale
nemico e, quindi, si deve imparare a difendersi. Il passo che divide la difesa
dalla guerra preventiva è breve. Il dialogo cade nell’oblio e nella valutazione
generale diventa solo un’utopia per ingenui e sentimentali, al suo posto vi è
“la dura e cruda difesa”, in quanto l’essere umano è malvagio per natura, per
cui necessita di sorveglianza e controllo perenne. Con il dialogo cade in
disuso anche la critica sociale che spiega i fenomeni sociali e la violenza
mediante le condizioni economiche e sociali di un sistema. Non si investono
energie umane e risorse nel sociale, ma si risponde all’insicurezza con la
militarizzazione.
La militarizzazione
insegna l’intrasformabilità della realtà, pertanto bisogna imparare a
difendersi ed essa gradualmente penetra nell’anima per essere un modo di essere
e di agire irriflesso. Tutto si tiene assieme fino a formare una struttura
solida e infiltrante: la normalità della guerra per risolvere i conflitti, la
competizione come “valore” e la militarizzazione formano la maglia d’acciaio
che si impone alle nuove generazioni ed “educa” all’ammirazione della forza e si
introduce, in tale cornice, la logica padronale.
La scuola-azienda non
solo è cannibalizzata dal mercato, ma ora è parte anche del dispositivo di
difesa che edulcora l’articolo 11 e militarizza la società tutta a partire
dalle nuove generazioni. La paura e la diffidenza sono la grammatica emotiva
divisoria che consente al decadente liberalismo di sopravvivere ai suoi
disastri. La parola “inclusione” appare beffarda in una cornice siffatta. La
diffidenza e la logica della difesa (guerra) non includono, ma sono la premessa
per l’esclusione del nemico interno: il diverso, il dissenziente e il più
fragile. Malgrado la situazione appaia disperata, ci sono docenti e presidi che
resistono e “difendono” la scuola dalla cultura della “difesa” per perseguire
il difficile percorso della pace e della solidarietà. Riconoscere il valore
della pace è oggi sempre più difficile, in quanto siamo immersi in un clima di
violenza che facciamo fatica a riconoscere. Per accompagnare il percorso che
conduce alla pace bisognerebbe donare alle nuove generazioni le categorie
culturali per ricostruire i processi sociali che conducono alla violenza e
avviare una nuova stagione politica di investimenti nei diritti sociali.
Si può ricominciare a
difendere la democrazia pensando, insegnando e vivendo l’articolo 11, e
specialmente, rendendo consapevoli un numero crescente di cittadini della sua
rilevanza non solo a livello diplomatico, ma specialmente nell’ordinario scorrere dei
giorni. L’articolo 11 è parte di un progetto politico che i partiti di governo
e di opposizione hanno volutamente rimosso. Sta a noi riporlo al centro della
vita comunitaria e comprenderne le implicazioni; esso investe la comunità tutta,
la responsabilizza e la invoca a mettere in atto prassi educative democratiche
e sociali da cui siamo sideralmente distanti.
Nel novembre del 2021
il Ministero dell’istruzione e il Ministero degli interni hanno siglato il
protocollo di collaborazione. Leggiamo nella premessa:
“è in atto un ampio
processo di riforme che individua nel raccordo tra le Istituzioni del Paese la
modalità idonea a garantire, attraverso le giovani generazioni, l’innalzamento
del livello culturale, etico e sociale; – i cambiamenti sociali e culturali in
atto hanno determinato processi di innovazione e trasformazione significativi
nella società attuale, rendendo necessario ridefinire il concetto stesso di cittadinanza,
di legalità, di democrazia, riconoscendo e valorizzando il ruolo fondamentale
della Scuola, della componente studentesca e della comunità; – si ritiene
necessario offrire al sistema di istruzione e formazione scolastica,
protagonista primario dello sviluppo della società civile, un idoneo quadro di
riferimento ordinamentale all’interno del quale predisporre un’offerta
formativa capace di valorizzare l’educazione alla legalità e alla convivenza
civile, anche attraverso i contenuti delle campagne informative e dei progetti
educativi promossi dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza; – risulta altresì
necessario, anche alla luce della recedente adozione delle Linee guida per
l’insegnamento dell’educazione civica, favorire nelle Istituzioni scolastiche
percorsi progettuali mirati alla cultura del rispetto, della legalità, del
contrasto alla violenza e alle dipendenze dannose per la crescita formativa;
La cultura del rispetto non nasce dalla legge e dal controllo, ma dalla pratica libertaria e dalla giustizia sociale, essa non cade dall’alto, ma dalle buone relazioni solidali in un contesto di “giustizia e di uguaglianza reale”. Su questo si dovrebbe riflettere lungamente.