Un ragazzo è stato ucciso a scuola da un coetaneo, è
accaduto in un Istituto di La Spezia in Liguria, erano da poco maggiorenni e
con genitori immigrati il che ha subito suscitato sarcasmo e pregiudizi,
titoloni su qualche giornale al quale non sfugge mai l’occasione per ridurre la
realtà ai soliti stereotipi.
Poi ci sono le autoassoluzioni, meglio prendersela con
immigrati, etnie, maranza, piccola criminalità, se poi si ricoprono incarichi
istituzionali importanti abbiamo perfino il pulpito mediatico.
Dovrebbero vergognarsi, ammesso che sappiano cosa sia la
vergogna, quanti speculano all’indomani su episodi del genere, attenzione anche
ai titoli dei giornali che possono far più male di un fendente.
Un insegnante ha ammesso la propria sconfitta, i sentimenti
diffusi, per fortuna, non sono quelli della speculazione politica e del
pregiudizio anti immigrazione, infatti tra coetanei, insegnanti e genitori
serpeggiano dolore, incredulità, sgomento, ma anche rabbia di fronte alla morte
di un giovane.
I motivi sono futili, avere messo un like sul profilo di una
ragazza, chi parla di etnie si cela dietro a luoghi comuni, la questione
riguarda i giovani autoctoni e di famiglie migranti, i ragazzi in toto, il loro
modo di approcciarsi alla libertà e alle relazioni ma non pensiamo di
estraniarci noi adulti, certi messaggi siamo noi a trasmetterli o almeno non li
ostacoliamo.
Il problema per noi non è la sicurezza all’interno delle
scuole, i cani antidroga non servono ad aprire riflessione e consapevolezza
sull’utilizzo delle droghe.
Negli Usa le scuole sono spesso circondate da filo spinato o
protette da vigilantes, non ci sembra che il modello scolastico e sociale di
quel paese funzioni e possa assurgersi a modello, non è pregiudizio anti
americano ma mera constatazione che ove il servizio pubblico viene indebolito e
ridimensionato le conseguenze ben presto si manifestano sotto forma di disagio,
disuguaglianze, emarginazione sociale
In Italia abbiamo un Ministro che vede le assemblee sulla
Palestina come un pericolo assoluto, una sorta di propaganda ideologica
inaccettabile, ormai la equiparazione tra sostenitori della Palestina e
fiancheggiatori di pericolosi estremismi o del terrorismo già la intravediamo
all’orizzonte.
Non funziona il modello securitario, non produce alcun risultato se non quello
di dividere ulteriormente studenti e studentesse con regole classiste che la
scuola pubblica da sempre combatte, gli istituti scolastici dovrebbero essere
aperti alla cittadinanza (era uno dei leit motive degli anni settanta), per
aprire un laboratorio o una palestra, organizzare delle iniziative con i
ragazzi e le ragazze occorre una lunga sequela di autorizzazioni, la
burocrazia, la mancanza di soldi per pagare lo straordinario al custode o per
assumere un insegnante in più impediscono alle scuole di essere aperte. Va
ripensata la scuola, i danni recati da alcuni Ministri che hanno ridotto
l’orario sono incalcolabili, il problema doveva essere affrontato in termini
diversi ripensando la modalità educativa di quelle ore in più, si è preferito
invece cancellarle per ridurre solo le spese. Ma le incombenze burocratiche
degli insegnanti sono infinite e questo a discapito del ruolo educativo che
dovrebbero svolgere nel migliore dei contesti possibili.
Questa situazione è il risultato di anni di disinvestimento ma anche di
progressivo abbandono delle funzioni educative proprie della scuola pubblica,
l’ultima Legge di Bilancio assegna un fiume di soldi alle parificate e uno
Stato che non riesce ad aprire laboratori e palestre non dovrebbe regalare
fondi ad istituti privati quando a poca distanza sorgono istituti pubblici.
E’ proprio la nozione di pubblico ormai a essere invisa perchè portatrice di
messaggi antitetici a quelli governativi.
Rifiutiamo le scuole ghetto e le classi pollaio, di questo il Ministro
Valditara non vuol parlare, crediamo invece che la mancata apertura pomeridiana
delle attività scolastiche sia parte del problema e impediscono alle classi
sociali meno abbienti, alle famiglie che vivono in un disagio sociale ed
economico di appoggiarsi sulla comunità educante per consentire ai propri figli
di partecipare ad attività ricreative e sociali.
Non è la scuola comunista, come sostenuto dal pregiudizio classista oggi
imperante, parliamo di un modello inclusivo che stride con la visione
aziendalistica e ideologica ormai dominante.
Il Governo teme l’inclusione e con essa la funzione educativa e sociale della scuola che poi è l’esatto contrario di quella pseudo formazione ideologica, nozionistica ove domina l’acriticità, la supina accettazione di una monocultura incapace anche di aggiornarsi.
A quanti chiedono metaldetector, schedature di massa, repressione ricordiamo che quanto accade fuori dalle mura scolastiche dovrebbe riguardarci direttamente anche in qualità di educatori, rispondiamo alle chiusure repressive con modelli e pratiche educative che restituiscano un valore sociale ai percorsi educativi, non chiudiamoci dentro regole burocratiche o certezze precostituite, apriamo le scuole.
Fonte foto: La Nazione (da Google)