Dove sta andando il Venezuela? E che fine potrebbe fare Cuba?


I colloqui in corso tra Cuba e USA non giungono inaspettati. La crisi energetica che sta mettendo in ginocchio l’isola è giunta a una fase così grave da prefigurare un crollo complessivo del sistema con conseguenze molto pericolose per gli stessi che lo stanno provocando, gli Stati Uniti.

La destabilizzazione totale di Cuba potrebbe provocare una destabilizzazione complessiva dell’area, con – ad esempio – una migrazione di massa che gli USA non sarebbero in grado di gestire. Un accordo che preveda la salvaguardia del governo cubano in cambio di riforme ancora più radicali dal punto di vista economico e la ripresa nella consegna del petrolio, rappresenta per gli USA uno scenario preferibile al caos o alla guerriglia (soprattutto in una fase dove il paese è già esposto su più fronti). Tutto ciò ha subito un accelerazione a causa degli eventi venezuelani. Cuba ha potuto contare per decenni sul petrolio venezuelano che – da Chavez in poi – ha raggiunto l’isola a condizioni di estremo vantaggio per i cubani e rendendo meno duro l’impatto delle sanzioni USA.

Il blocco pressoché completo nella fornitura del petrolio venezuelano da dicembre 2025 e il radicale cambio di politica energetica e diplomatica di Caracas ha definitivamente messo in ginocchio l’isola. L’esito sembra scontato e ancora una volta conferma una legge della rivoluzione: se combatti puoi vincere o puoi perdere; se non combatti hai già perso. La decisione del governo venezuelano di stendere i tappeti rossi agli emissari della Shell o dell’amministrazione Trump, il reciproco scambio di convenevoli e ringraziamenti – come detto più volte nelle scorse settimane – non può non avere impatti drammatici sull’intero asse della resistenza antimperialista. I risultati sono davanti ai nostri occhi. Alcuni dicono: “Cosa avrebbero dovuto fare? Sarebbero stati schiacciati!”.

Quello che avrebbero dovuto fare ce lo insegnano gli iraniani e la resistenza palestinese. Ma – prima ancora – ce lo insegnano tutti quei popoli che, aggrediti dall’imperialismo, dall’Asia, all’Africa e all’America Latina, sono stati capaci di sollevarsi contro l’aggressore. A volte hanno vinto. Altre hanno perso. Lo dicevamo prima. Per sapere come andrà a finire hai una sola strada. L’altra è un vicolo cieco. Peraltro, è per questo che i venezuelani hanno armato il popolo negli scorsi decenni. Hanno cioè costruito la base popolare della resistenza per quando – e prima o poi sarebbe avvenuto – l’imperialismo avrebbe attaccato. Se però quando quest’ultimo ti attacca, tu togli le armi allo stesso popolo che hai addestrato, allora significa che non ti fidi di lui. E se non ti fidi di lui, significa che è il popolo che non deve fidarsi di te.

Altri dicono: “Si tratta di tattica. Anche la pace di Brest-Litvosk complicò la condizione del proletariato europeo.” Si tratta di un’argomentazione priva di attinenza sia storica che politica. La pace di Brest-Litvosk fu firmata quando la vecchia Russia zarista era ormai in ginocchio davanti agli eserciti degli imperi centrali. Il paese aveva subito devastazioni senza precedenti: 9 milioni di militari morti, feriti, dispersi; 2 milioni di civili uccisi dalla guerra e dalla fame. Soprattutto, un potere secolare (quello zarista) giunto al capolinea a causa della guerra e grazie alla rivoluzione bolscevica. A firmare quella pace, dunque, furono i vincitori della prima rivoluzione socialista della storia (Comune di Parigi a parte) e non gli emissari di un governo al potere da decenni e a cui è appena stato rapito il comandante in capo.

Gli eventi successivi, con l’invasione dell’Unione Sovietica da parte di 14 nazioni capitaliste (tra cui: Italia, Gran Bretagna, Francia, Canada, Australia, Giappone, Cina, Polonia, USA) descrivono bene perché Brest Litvosk fu davvero una pace tattica e nessun parallelo con il Venezuela è possibile. L’Unione Sovietica sconfisse questi invasori e li rispedì a casa. Infine, ci sono quelli che dicono: “Eh ma tu stai col culo al caldo e vuoi che gli altri si immolino per le tue idee”. Questa è una posizione talmente stupida e – soprattutto – strumentale che non merita risposta.

Fidel Castro and Hugo Chavez's thought on debate in Cuba - Prensa Latina

Fonte foto: da Google

2 commenti per “Dove sta andando il Venezuela? E che fine potrebbe fare Cuba?

  1. Federico Lovo
    16 Marzo 2026 at 13:07

    Con gli USA nessun “colloquio” ha senso. Motivo per cui mi chiedo – da mesi – se i Russi veramente si aspettano qualcosa dal Nazi-Pupazzo alla Casa Bianca, o se invece mostrano solamente una formale postura diplomatica. Mi auguro la seconda.

  2. Paolo Secci
    19 Marzo 2026 at 20:01

    Leggo da altre parti (Geraldina Colotti e non solo lei) che il Venezuela per preservarsi e preservare un futuro alla stessa possibilità della rivoluzione chavista non aveva altra possibilità che fare due passi indietro. Certo tutti vorremmo due passi avanti e il Venezuela non è l’Iran né ha la stessa collocazione geografica e non è vicina a giganti come la Russia e la Cina. Per cui il giudizio rimane sospeso a guardare gli eventi. Certo almeno il Venezuela e Cuba hanno partiti che valuatno, lottano decidono. Chi siamo noi per dirgli che fare, noi che non abbiamo più un partito, un movimento, qualcosa che sia in grado di costruire e mobilitare un popolo che si opponga alla guerra in cui ci sta trascinando questa borghesia servile e incapace più di noi? (Uso il termine borghesia e non governo o elite politica per denotare la classe che vuole condurci in questa guerra perché abbiamo una elite politica totalmente succube degli interessi immediati dei capitalisti e dei capitale finanziario)

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