Comincerò raccontando una vicenda
personale/politica.
In una scuola dove ho lavorato
come insegnante, la dirigenza, per contrastare alcuni docenti
“dissidenti”, si inventò improvvisamente una direttiva che, a suo
dire, era stata approvata da un precedente collegio dei docenti. In realtà non
era mai esistita.
Ciò di cui voglio trattare,
tuttavia, non riguarda tanto quella menzogna quanto le reazioni che suscitò.
Alcuni consigli di classe avevano
preso decisioni incompatibili con quella direttiva fantasma e furono quindi
convocati per revocarle. Anch’io facevo parte di uno di quei consigli.
La riunione fu penosa. Il
dirigente la presiedette personalmente, cosa insolita, dato che normalmente
delegava il coordinatore di classe. A parte me e un mio collega, che
contestammo apertamente la ricostruzione dei fatti, tutti gli altri si
adeguarono senza obiettare. Arrivarono persino ad assumersi la responsabilità
di non aver applicato una direttiva inesistente. Pur di non entrare in
conflitto con la dirigenza, accettarono perfino di essere umiliati.
La vicenda ebbe un seguito, ma qui
non è necessario raccontarlo. Mi interessa piuttosto riflettere su ciò che
quell’episodio rivela riguardo al conformismo.
In quella scuola il conformismo
era la norma. Eppure assistere a una scena simile, con persone che rinunciavano
alla propria ragione pur di evitare un contrasto, mi riportava ai momenti più
grotteschi dei film di Fantozzi.
Anche perché, nella pubblica
amministrazione, opporsi a un dirigente non significa rischiare il posto di
lavoro, soprattutto quando si hanno argomenti solidi e documentabili.
Naturalmente qualche conseguenza
può esserci: una classe assegnata invece di un’altra, un progetto respinto, un
controllo più severo sul proprio operato. Ma, se tali comportamenti diventano
sistematici, possono perfino configurare forme di mobbing e sono sanzionati
dalla legge.
La spiegazione, allora, va cercata
altrove. A mio avviso prevale la ricerca del quieto vivere; talvolta persino
qualche modesta ambizione di carriera, piuttosto singolare in un ambiente come
quello scolastico.
La scuola di oggi è diventata una
palestra del quieto vivere.
I docenti sono stretti tra
studenti, famiglie e dirigenti. Tutti, seppure per ragioni diverse, convergono
verso la logica della promozione garantita, svuotando progressivamente il ruolo
del docente come educatore e valutatore. A questo si aggiunge una burocrazia
sempre più invasiva, che sottrae tempo ed energie al lavoro educativo.
Nonostante ciò, non riesco ad
assolvere chi si adatta passivamente. Chi rinuncia sistematicamente a
esercitare il proprio giudizio finisce inevitabilmente per diventare complice
del sistema.
Può sembrare sproporzionato
richiamare Hannah Arendt e la sua riflessione sulla banalità del male.
Evidentemente qui non siamo davanti a tragedie storiche, ma il meccanismo
psicologico presenta qualche analogia: persone perfettamente comuni che
eseguono direttive senza interrogarsi sul loro fondamento, sostituendo il giudizio
morale con l’obbedienza burocratica.
Eppure proprio il senso critico
dovrebbe essere una delle finalità fondamentali della scuola.
Naturalmente tutti lo proclamano,
ma pochi sembrano crederci davvero. Vale piuttosto il principio: «Pensa pure
come vuoi, purché tu pensi come noi.»
Ne nasce una scuola che educa più
all’adattamento che all’autonomia: docenti che ripetono pedissequamente i dogmi
dell’ideologia dominante — oggi il politicamente corretto — e studenti che
imparano rapidamente quali opinioni sia conveniente esprimere.
Un’altra convinzione molto diffusa
è che la cultura renda automaticamente più liberi e meno inclini
all’obbedienza.
La mia esperienza mi suggerisce il
contrario. Ho conosciuto persone molto istruite che, proprio grazie alla loro
competenza, erano diventate esecutori ancora più disciplinati di chi possedeva
una formazione assai più modesta.
Prima di insegnare ho lavorato per
molti anni in una cooperativa sociale.
Per legge le cooperative sono
organizzazioni democratiche: tutti i soci sono formalmente uguali e le cariche
sono elettive.
Eppure litigavamo continuamente.
Con il tempo la cooperativa
crebbe, nacque una gerarchia e, insieme ad essa, tutto il consueto corredo di
ipocrisie, piaggeria e impoverimento del dibattito. I conflitti non si
manifestavano più apertamente, una vera calma piatta che non rendeva di molto
migliore il clima lavorativo.
Eravamo diventati una normale
azienda.
I malumori non erano scomparsi;
erano semplicemente stati anestetizzati. Come se avessimo assunto una potente
dose di sedativi: avevamo curato i sintomi, non la malattia.
La vera soluzione sarebbe stata
imparare a discutere senza distruggerci reciprocamente. Facile dirlo, molto
meno realizzarlo.