Nel
teatro di guerra, una delle rappresentazioni più ricorrenti ed
evocative dei rapporti umani che legano tra loro gli uomini in guerra
è quella del soldato che, sotto il fuoco nemico, solleva da terra un
compagno d’armi ferito e lo porta al sicuro, e lo fa a rischio della
propria vita. Questo gesto ha da sempre incarnato la solidarietà, il
coraggio, il senso del dovere. Nondimeno, la sua realizzazione
richiede forza fisica, resistenza, addestramento e quasi sempre una
componente culturale, psicologica o istintiva legata ai ruoli di
genere. Nel contesto odierno, in cui i corpi armati sono sempre più
aperti alla presenza femminile anche in ruoli operativi, diventa
lecito domandarsi se un gruppo composto in maggioranza da donne
soldato sia in grado fisicamente e psicologicamente di evacuare un
compagno maschio ferito. La domanda è posta non in chiave
provocatoria, ma strategica e antropologica; le capacità fisiche e
le dinamiche del soccorso in combattimento sono influenzate dal
genere?
Il
vincolo fisico gioca un ruolo determinante nella realtà: operativa
sul terreno, che nessun esercito può ignorare. La questione della
forza fisica non è ideologica, ma biologica e funzionale. È una
realtà consolidata che la fisiologia umana segni
incontrovertibilmente il “destino” dei maschi a svolgere lavori
pesanti. Un uomo adulto possiede, in media, 40-50% in più di massa
muscolare rispetto a una donna.
Gli uomini hanno una densità
ossea e una resistenza cardiopolmonare e volumi
polmonari maggiori, vie aeree più ampie. Le donne hanno polmoni e
vie aeree più piccole e maggiore fatica respiratoria durante sforzi
intensi.
Gli
eserciti NATO, ad esempio, stimano il peso medio di un soldato
completamente equipaggiato attorno ai 90-100 kg. Portare questo peso
sulle spalle, in corsa o sotto pressione, è proibitivo per molti
uomini, ma quasi impossibile per la maggioranza delle donne. Questo
significa che il soccorso di un ferito sul campo, se non assistito da
attrezzature (barelle, imbragature), diventa una manovra critica
legata alla forza individuale.
Cosa
ci dicono le testimonianze e dati dai teatri di guerra. Nelle guerre
moderne, vi sono documentati casi di soldatesse che hanno portato in
salvo compagni feriti, come nei corpi statunitensi o israeliani.
Tuttavia, tali episodi rappresentano eccezioni selezionate e spesso
sono stati fortemente mediatizzate, per propagandare l’idea che la
donna può fare tutto ciò che fa l’uomo. Ciò non la norma, sono
solo delle eccezioni. Nel 2015, uno studio dell’U.S. Army Center
for Initial Military Training ha rivelato che solo il 7% delle donne
riusciva a completare una marcia con zaino da 40 kg per oltre 10 km
in tempi standard, contro il 91% degli uomini.
Nei test per le
forze speciali (Army Rangers, Marines, Paratroopers), meno del 2%
delle donne riesce a superare le prove fisiche senza adattamenti.
Questo è un limite che deriva da una diversa struttura corporea.
Se
si vuole introdurre il fattore psicologico e sociale, la domanda che
ci si dovrà porre è chi aiuta chi?
Il
soccorso in guerra non è solo un fatto fisico, ma anche
un’espressione di altruismo, dovere e gerarchia di valori. È stato
più volte osservato, anche in altri ambiti, naufragi, terremoti,
disastri naturali ho anche semplici evacuazioni, gli uomini tendono
ad aiutare le donne e i bambini più dei propri pari.
Questo comportamento ha radici antropologiche e culturali profonde, legate al ruolo maschile di protezione del gruppo e alla maggiore accettabilità sociale del “sacrificio maschile”. Un grande o un piccolo gruppo si ricostituisce molto più facilmente se a morire sono più i maschi e meno le femmine che non viceversa, le cause sono intuitive.
Le
conseguenze tattiche di queste dinamiche non sono solo simboliche,
come molte femministe vorrebbero, ma hanno implicazioni operative
reali. Alcuni comandanti sul campo hanno espresso riserve (in modo
informale, per evitare polemiche pubbliche) sulla composizione mista
delle squadre da combattimento e intervento rapido sul terreno.
In
caso di evacuazione rapida, la presenza di feriti “non evacuabili”
rallenta o compromette la ritirata. Una marcia forzata per sfuggire
ad una avanzata nemica improvvisa creerà inevitabilmente una
separazione fra i componenti maschili e quelli femminili del reparto.
Lasciare poi indietro le donne svilupperebbe la decisione fra i
maschi di non lasciarle sole e marciare con loro con ma tragica
conseguenza che il nemico potrebbe recuperare rapidamente a distanza
e sopraffarla il piccolo gruppo è rimasto indietro. Qualsiasi gruppo
è obbligato a scegliere tra lasciare un ferito o essere annientato,
a questo punto il fattore di forza fisica torna a essere centrale.
Alcuni
studi militari britannici e americani hanno anche ipotizzato che, in
scenari di combattimento urbano (come Falluja o Mariupol),
l’incapacità di evacuare un ferito può scatenare crisi morali e
psicologiche devastanti, soprattutto se si tratta di un compagno
stretto. I maschi non accetterebbero di buon grado di abbandonare né
un compagno né una compagna d’arte. Appare chiaro che la
situazione in questo non sarebbe gestibile dai comandanti.
La retorica dell’uguaglianza vs la realtà della guerra.
Il problema sorge quando si sovrappone una retorica ideologica sull’uguaglianza assoluta tra uomini e donne a un contesto come quello della guerra, che è intrinsecamente diseguale, crudele e legato al corpo. La retorica femminista non ha mai voluto approfondire tale realtà perché essa cozza contro la mistificazione che da oltre un secolo ci vuol convincere che uomini e donne sono facilmente intercambiabili. L’integrazione delle donne nelle forze armate è una conquista civile importante ma il piano ideologico non deve coprire la realtà come un velo di Maja. Non si deve ignorare la verità biologica: il corpo non è una costruzione culturale nel momento in cui si tratta di correre, sollevare, saltare o sopravvivere. I record dell’atletica e del nuoto ce lo ricordano ogni giorno ciò che l’uomo può fare col fisico la donna non può eguagliarlo. Non tutti i ruoli militari sono compatibili con una piena parità numerica, specialmente quelli della di fanteria d’assalto, genio, o incursione.
Alcuni
eserciti (come quello israeliano) hanno reintrodotto limiti selettivi
all’impiego delle donne in certi ruoli, non per discriminazione, ma
per oggettiva efficacia tattica. Non è un caso che la maggior parte
delle soldatesse morte a partire dal 7 ottobre 2023 siano state
uccise mentre svolgevano attività di vigilanza lungo la frontiera
con Gaza e che una gran parte di queste donne sono poi morte per
fuoco amico voluto o non voluto. Dopo i primi giorni dell’attacco
di Hamas il numero di donne morte è calato drasticamente. Ciò a
motivo del loro ritiro dal fronte.
Un dilemma etico e operativo.
Tornando
alla domanda iniziale: sì, è estremamente probabile che un gruppo
di uomini porti via una donna ferita, anche a costo di rallentare la
marcia. Di contro è molto meno probabile che un gruppo di donne
riesca fisicamente a portare via un uomo ferito in assetto da
combattimento. E questo non è una loro scelta, ma è un dato della
realtà fisica, tattica e storica.
La
guerra non ammette menzogne ideologiche: le unità che ignorano la
verità del corpo umano sono condannate a fallire. Il rispetto tra
uomini e donne in divisa si costruisce anche riconoscendo i limiti
reciproci e assegnando i compiti in base alle capacità, non ai
dogmi.
Bibliografia
essenziale:
– U.S. Army Center for Initial Military Training,
Gender Integration Studies, 2015.;
–
Martin van Creveld, Men, Women and War, Cassell, 2001.
–
Kingsley Browne, Co-Ed Combat: The New Evidence That Women Shouldn’t
Fight the Nation’s Wars, Sentinel, 2007.
–
Yehuda Wegman-Rozen, “Female Combat Soldiers in the IDF:
Performance and Limitations”, Military and Strategic Affairs
Journal, 2019.
– RAND Corporation, The Inclusion of Women in Combat Units: A Review of International Military Policies, 2020.
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