Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Premessa
Mi sono imbattuto casualmente in questo video, di cui
consiglio vivamente la visione integrale: https://www.youtube.com/watch?v=F5R-gbGKqLM&t=92s.
Ne ho tratto un articolo molto sintetico su un singolo
aspetto, cioè le proteste di Tienanmen come momento di accesa lotta di classe;
tuttavia, gli aspetti che il video mostra sono molti e tutti molto interessanti.
“Interessante” non è sinonimo di “vero”, ma sappiamo che la
verità è un traguardo al quale possiamo solo approssimarci confrontandone tutti
i frammenti.
Tienanmen oltre la propaganda: la lotta di
classe cancellata dalla memoria del 1989
Quando in Occidente si parla delle proteste di Piazza
Tiananmen del 1989, il racconto è quasi sempre lo stesso: giovani studenti
democratici, ispirati ai valori liberali occidentali, schiacciati dalla
repressione brutale del Partito Comunista Cinese. Dall’altra parte, la
narrazione ufficiale cinese descrive quelle proteste come un tentativo di
destabilizzazione sostenuto da influenze occidentali e da elementi
“controrivoluzionari”.
Eppure entrambe queste letture, pur opposte sul piano
geopolitico, condividono una rimozione fondamentale: la cancellazione del
protagonismo operaio e della dimensione di classe delle proteste.
La trascrizione del video qui analizzato prova proprio a
scavare dentro questa contraddizione, mostrando come il 1989 cinese non possa
essere ridotto né a una semplice richiesta di liberal-democrazia né a una
congiura straniera, ma vada compreso come il punto di un incontro/scontro tra
due anime diverse della protesta: una liberal-riformista e una
socialista-operaia.
La memoria selettiva di Tienanmen
Uno degli aspetti più interessanti del video è il modo in cui
evidenzia una convergenza paradossale tra propaganda occidentale e propaganda
cinese.
In Occidente si insiste quasi esclusivamente sugli studenti
universitari, sulle instnze della democrazia, sulle richieste di libertà di
stampa e multipartitismo. È una narrazione facilmente assimilabile
all’immaginario liberale occidentale: giovani modernizzatori che guardano
all’America e all’Europa come modello politico.
Il governo cinese, dal canto suo, insiste sul carattere
filo-occidentale di una parte del movimento proprio per delegittimarlo come
interferenza straniera.
Ma entrambe le narrazioni oscurano ciò che probabilmente
spaventò davvero la dirigenza cinese: il ritorno sulla scena politica autonoma
della classe lavoratrice urbana.
Nel video viene ricordato un dato essenziale e spesso
ignorato: la maggior parte degli arrestati, dei perseguitati e probabilmente
anche delle vittime apparteneva al mondo operaio, non a quello studentesco.
Eppure, nella memoria globale del 1989 cinese, gli operai
quasi non esistono.
Gli operai contro la restaurazione capitalista
La parte più forte della ricostruzione è quella che collega
Tiananmen alle trasformazioni economiche avviate da Deng Xiaoping negli anni Ottanta.
La Cina usciva dal maoismo con enormi limiti economici,
arretratezza tecnologica e inefficienze produttive. Le riforme di mercato
vennero presentate come necessarie per competere a livello internazionale e
impedire al paese di restare marginale rispetto alle potenze industriali.
Da questo punto di vista, il pragmatismo denghiano ebbe
risultati storici enormi: crescita economica, industrializzazione accelerata,
modernizzazione infrastrutturale e riduzione della povertà estrema.
Ma ogni trasformazione storica produce vincitori e sconfitti.
Per milioni di operai delle imprese statali, la
liberalizzazione significò la distruzione progressiva di quel sistema sociale
noto come “ciotola di riso di ferro”: salario garantito, alloggio, assistenza
sanitaria di base e stabilità occupazionale.
Era una vita povera, spesso durissima, ma percepita come
dignitosa e sicura.
Il video insiste molto su questo punto: il maoismo non aveva
garantito prosperità diffusa, ma aveva comunque realizzato alfabetizzazione di
massa, aumento dell’aspettativa di vita, sanità di base e una forma minima di
sicurezza sociale collettiva.
La ristrutturazione capitalista mise in crisi proprio questo
equilibrio.
Le imprese statali venivano considerate improduttive e
incapaci di competere sul mercato globale; per questo il gruppo dirigente
cinese puntò progressivamente su privatizzazioni, investimenti stranieri e
apertura internazionale.
Per gli operai, però, quelle riforme significavano
inflazione, corruzione, disuguaglianze crescenti e perdita di potere sul luogo
di lavoro.
Non è un caso che nel video emerga con forza la Federazione
Autonoma dei Lavoratori di Pechino, organizzazione operaia nata durante le
proteste del 1989. Le sue rivendicazioni non ruotavano attorno al
multipartitismo occidentale, ma alla denuncia della corruzione della nuova
élite burocratico-capitalista e alla richiesta di controllo operaio sulla
produzione.
Qui si trova il nodo politico che spesso viene rimosso: una
parte importante delle proteste non chiedeva più capitalismo, ma contestava
proprio la svolta capitalista della Cina post-maoista.
Due idee opposte di “libertà”
Il video ricostruisce bene anche la differenza profonda tra
studenti e lavoratori.
Per molti studenti universitari, influenzati dal liberalismo
e dall’apertura culturale degli anni Ottanta, il problema principale era
l’assenza di libertà politiche formali: libertà di stampa, pluralismo, diritti
civili.
Per molti operai, invece, il problema centrale era la perdita
del controllo economico e sociale causata dalla mercificazione crescente della
società.
Erano due idee completamente diverse di democrazia.
Da una parte una democrazia liberale orientata alle libertà
individuali e al mercato; dall’altra una democrazia socialista legata
all’autogestione proletaria e alla critica del capitalismo burocratico.
La convivenza di queste due anime rese il movimento enorme ma
anche contraddittorio e incapace di produrre una direzione politica unitaria.
Ed è probabilmente anche questo che rende Tiananmen così
difficile da raccontare ancora oggi.
Perché questa memoria è stata rimossa
L’Occidente ha avuto tutto l’interesse a trasformare
Tiananmen in un simbolo della “sete di capitalismo e democrazia liberale”
contro il comunismo cinese. Inserire nel racconto operai anti-mercato e
critiche socialiste alle riforme avrebbe complicato enormemente quella lettura.
Ma anche il Partito Comunista Cinese aveva interesse a
cancellare quella memoria.
Ricordare Tiananmen come una protesta operaia contro le
disuguaglianze e contro la restaurazione capitalista significherebbe
riconoscere che una parte della popolazione contestava proprio il modello
economico che avrebbe poi guidato l’ascesa della Cina contemporanea.
Per questo il tema resta ancora così sensibile.
La protesta studentesca liberal-democratica può essere
isolata e delegittimata come influenza occidentale. Una protesta operaia contro
la mercificazione della società, invece, tocca una contraddizione ancora aperta
nella Cina di oggi.
Una Cina nata da contraddizioni irrisolte
Il merito principale del video è quello di restituire
complessità storica a un evento spesso ridotto a slogan.
Il 1989 cinese non fu soltanto una rivolta pro-occidentale,
così come non fu soltanto un complotto destabilizzante. Fu anche — e forse
soprattutto — l’esplosione delle contraddizioni generate dalla transizione
della Cina verso un’economia integrata nel capitalismo globale.
Una transizione che ha prodotto crescita straordinaria e
potenza internazionale, ma anche nuove disuguaglianze, nuove élite e nuove
tensioni sociali.
La vera eredità di Tiananmen sta probabilmente qui: nel conflitto mai risolto tra socialismo, mercato, nazionalismo e capitalismo che continua ancora oggi a definire la Cina contemporanea.
Fonte foto: da Google