Un
articolo di qualche giorno or sono sul quotidiano La
Repubblica1
analizza la diffusa percezione della crisi economica e sociale e
delle sue ripercussioni elettorali, evidenzia l’affermarsi di un
modello di partito costruito sul leader
carismatico. Da parte nostra pensiamo forse fuorviante, o comunque
riduttivo, limitare l’analisi alla personificazione della politica
e ai cambiamenti avvenuti nel rapporto fra partiti ed elettorato,
siamo invece convinti che si debba guardare agli ultimi 40 o 50 anni
per acquisire un quadro esaustivo. E per questo motivo è corretto
parlare di una crisi di lungo corso del “ceto medio”, il classico
parametro con cui rappresentare le dinamiche sociali di percezione
delle attuali difficoltà economiche.
Una prima
cosa salta subito all’occhio: negli ultimi decenni una parte della
piccola e media imprenditoria ha subito fenomeni di proletarizzazione
e, storicamente, la rabbia che per conseguenza si fa strada fra
questi strati sociali ha spesso spianato la strada a svolte
autoritarie. Del resto, le rappresentazioni politiche che tale rabbia
anima possono oggi facilmente essere condivise da quegli strati
meglio retribuiti2
della forza-lavoro che, con un accento forse eccessivamente
sociologico, sono stati definiti “ceto medio”.
E la decadenza del ceto medio è dovuta a una complessa molteplicità di fattori – fondamentalmente originati dalle condizioni economiche generali del Paese, per nulla soddisfacenti –, alcuni più visibili e altri meno. Fra i primi spiccano l’effettiva scarsa mobilità sociale verso l’alto (vale a dire le scarse possibilità di migliorare sensibilmente le proprie condizioni sociali di partenza) e i cambiamenti nella struttura produttiva del Paese, che conducono alla marginalizzazione di alcune attività lavorative e sono, perciò, fonte di preoccupazione fra chi teme di poter essere sostituito da una macchina. Le imprese richiedono competenze sempre più affinate e specialistiche ed è chiaro a tutti – come forma di consapevolezza intergenerazionale – che se 50 anni fa, con un buon diploma, eri certo di trovare un lavoro dignitoso e ben retribuito e ancora 20 anni fa ti poteva bastare una laurea, oggi il titolo di studio non è più una certezza. Del resto, se guardiamo al contesto socio-economico non c’è da stare allegri dacché la crisi dei distretti industriali ha tagliato molti posti di lavoro (e anche i disinvestimenti nella Pubblica amministrazione hanno pesato non poco), mentre in generale il potere di acquisto della popolazione subiva continue erosioni come ormai attestano innumerevoli analisi e statistiche anche a livello comunitario (in 40 anni il potere di acquisto dei salari italiani ha subito perdite maggiori di ogni altro paese UE)
L’Italia
è in ritardo?
Nel
periodo recente l’Italia ha accumulato un vero e proprio ritardo di
sviluppo nei confronti delle altre principali economie europee,
riconducibile a un divario nella produttività del lavoro. Per
compensare, gli imprenditori nostrani – soprattutto quelli attivi
nei segmenti marginali delle filiere produttive e quelli aventi
aziende con capitale e dimensioni ridotte – hanno cercato di
abbassare il costo del lavoro comprimendo i salari, espandendo la
precarietà contrattuale e normativa e sfruttando gli ampi margini di
deregolamentazione concessi dalla legislazione3.
Ciò
considerato, la tesi che assegna all’alto costo del lavoro e alla
mancanza di produttività la responsabilità della crisi, tentando di
addossare ai lavoratori la colpa di essere la causa – per quanto
nolente – delle difficoltà economiche che essi stessi vivono sulla
propria pelle, ci sembra errata. Negli ultimi decenni il mercato
internazionale è diventato più rigido e la concorrenza più
agguerrita4;
di conseguenza sono diventati necessari tassi di produttività più
elevati per riuscire a essere competitivi. Proprio per questo motivo
l’attribuzione di colpa al lavoro dipendente ci sembra totalmente
arbitraria.
Se poi si
confronta il costo orario italiano medio del lavoro con quello delle
principali economie europee si tocca con mano la crisi del modello
italico, negli ultimi 30 anni, infatti, numerose economie europee
presentano un tasso di crescita salariale più elevato e salari ben
più consistenti – intervenendo all’occorrenza anche sul welfare,
per ampliarne i servizi
Tutto ciò,
poi, senza considerare l’inflazione5.
Se il problema non è rappresentato dal costo del lavoro, allora
dev’essere la capacità (ed effettiva possibilità) degli
imprenditori italiani di posizionarsi nei segmenti più remunerativi
del mercato, orientando il loro business
verso prodotti e servizi maggiormente profittevoli pur rimanendo
all’interno del medesimo settore economico. Un indicatore di questo
fatto – essendo, le attività di ricerca e sviluppo, ad alto
rendimento di capitale – può essere il livello della spesa, sia
pubblica che privata, in ricerca e sviluppo. Ebbene, questo è
nettamente inferiore alla media europea e ciò rende il Paese
progressivamente meno competitivo, anzi è risaputo che alcune
multinazionali investano maggiori risorse di alcuni stati come
appunto l’Italia.
Come
cambia l’occupazione.
Chiedersi
come sia cambiata l’occupazione oggi è una curiosità
intellettualmente “pericolosa”: potremmo scoprire non solo
macroscopici ritardi in alcuni processi innovativi oramai
indispensabili, come pure una certa incapacità, da parte dello
Stato, a orientare e stimolare efficacemente i cambiamenti
organizzativi e tecnologici. In Italia – ce lo dice Pier Giorgio
Ardeni nel suo ultimo libro6
– si lavora di più che in Francia: le ore lavorate sono le stesse,
ma lì il numero degli occupati è maggiore (e parliamo di oltre sei
milioni di posti in più). Ardeni riporta dati che contraddicono
alcune diffuse narrazioni: ad esempio, il part-time
sarebbe meno comune in Italia che in altri paesi Europei (per quanto
negli ultimi anni il distacco si vada riducendo) ma, tra turnazioni
orarie improbabili e ricorso agli straordinari, a livello
contrattuale la forza-lavoro italiana verrebbe comunque, decisamente,
spremuta – come si evince peraltro dall’elevato numero di
infortuni e morti sul lavoro.
E se infine,
da un certo punto di vista, è innegabile l’aumento degli occupati
certificato dall’Istat a fine luglio, è pur vero che questo dato
comprende le occupazioni a tempo parziale7
e che riguarda, per il 92% del totale, persone fra i 50 e i 64 anni.
Risulta inoltre incompleto se non si considera anche la crisi delle
ore lavorate: quest’ultima comporta maggiori difficoltà a ottenere
un salario intero full-time
e, dal punto di vista generale, un abbassamento dei salari. Il
Presidente del Consiglio, però, continua a festeggiare “il tasso
di occupazione più elevato nella storia italiana”.
Cosa
fanno i sindacati confederali?
Anche
sulla stampa qualcuno inizia ad asserire che la volontà del Governo
possa essere quella di dividere le organizzazioni sindacali per
colpire poi, con maggiore facilità, i lavoratori. Sicuramente
l’approvazione della legge sulla partecipazione dei dipendenti alla
gestione delle imprese conferma l’asse tra la destra e la Cisl,
come del resto indicato dalla recente nomina di un ex-Segretario di
questa organizzazione sindacale, Luigi Sbarra, a Sottosegretario di
Stato alla Presidenza del Consiglio con Delega per il Sud.
Le divisioni
fra i confederali sono conclamate già da tempo e non ci sembra che
mantenere un’unità fittizia, come fa la Cgil, abbia prodotto
risultati apprezzabili, se non quelli di salvaguardare l’effettivo
potere di Caf, padronati ed enti bilaterali, difendendo a spada
tratta regole antidemocratiche sulla rappresentatività nei luoghi di
lavoro. I cosiddetti “sindacati maggiormente rappresentativi” –
per l’appunto –, messi al palo dalla decadenza del vecchio
modello concertativo di relazioni industriali, che rischia di
eroderne il potere contrattuale, sembrano aggrapparsi al tentativo di
affermare il valore vincolante dei contratti da loro siglati. Certo,
non sarà facile convincere i lavoratori… non ci dimentichiamo che
una buona fetta dei Ccnl siglati da Cgil, Cisl e Uil presentano paghe
inferiori persino agli 8\9 € l’ora, ossia a quell’ipotetico
salario minimo non indicizzato all’inflazione che sta proponendo il
Partito Democratico.
1
Ilvo Diamanti, La Caduta del ceto medio gli italiani si sentono
sempre più declassati, «la Repubblica», 4 Agosto 2025.
2
A parere degli scriventi le rappresentazioni della destra
nazionalista vengono condivise dagli strati più popolari della
cittadinanza in una forma differente – “edulcorata”, per così
dire –, specie per quanto riguarda i contenuti razzisti.
Sull’argomento alcune evidenze possono essere rintracciate in
“Niccolò Bertuzzi, Carlotta Caciagli, Loris Caruso: Popolo
chi? Roma: Futura Editrice, 2019”.
3
Quest’ultimo elemento è stato fondamentale per lo sviluppo dei
fenomeni del caporalato agricolo e delle false Partite Iva.
4
La crisi dell’assetto “geo-politico” che ha retto dal secondo
dopoguerra ad oggi – altro elemento sul quale inizia a essere
diffusa una qualche forma di consapevolezza fra la popolazione, per
quanto venata di nazionalismo – ne è, sostanzialmente, il
riflesso politico.
5
I nuovi Ccnl per la Pubblica Amministrazione porteranno a una
sensibile perdita di potere d’acquisto (inflazione quasi al 18%,
sull’ultimo rinnovo, e aumenti attorno al 6).
6
Pier Giorgio Ardeni: Sviluppo al capolinea. Roma: Meltemi
Editore, 2025.
7 Gli over 50 rappresentano quasi i due terzi delle nuove assunzioni a tempo indeterminato.
Immagine da Google