Le bambine dell’amore


Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Le donne adulte, oggi, sono spesso bambine con un vocabolario che imita quello studiato/emancipato. Hanno imparato a parlare di traumi, confini, autostima, bisogni, relazioni tossiche e consapevolezza, ma molto meno spesso hanno imparato la cosa che rende adulta una persona: sopportare la complessità della realtà senza pretendere che sia la realtà ad adattarsi continuamente a lei. Non è infantile nel senso della dolcezza, della leggerezza, della capacità di stupirsi, che sarebbero qualità desiderabili, ma nel senso assai meno nobile di chi pretende dal mondo una continua conferma dei propri bisogni senza avere sviluppato, insieme ai bisogni, la capacità di costruire qualcosa. Si possiede, almeno apparentemente, un vocabolario sterminato per descrivere ciò che non va negli altri. Quello che manca, con una frequenza impressionante, è la capacità di chiedersi che cosa si sia disposti a fare perché qualcosa, nella propria vita, vada bene. Il risultato è una curiosa combinazione di fragilità e aggressività. Si è depresse, insoddisfatte, disilluse, stanche, deluse dall’amore, terrorizzate dalla solitudine e contemporaneamente furibonde contro chiunque non corrisponda esattamente all’immagine mentale che ci si è costruiti del compagno ideale.

La sofferenza personale diventa così una sorta di patente morale: siccome ho sofferto, siccome ho lavorato su me stessa da sola, siccome ho imparato a riconoscere il mio valore, allora il mondo mi deve qualcosa; e soprattutto me lo deve l’uomo. L’uomo deve essere intelligente, ma non troppo complicato. Sensibile, ma non fragile. Sicuro di sé, ma non dominante. Ambizioso, ma non preso dal lavoro. Presente, ma non invadente. Spiritoso, ma non infantile. Colto, ma non pedante. Affettuoso, ma non appiccicoso. Sessualmente sicuro, ma non esibizionista. Indipendente, ma disponibile. Deve avere una bella casa, possibilmente un buon lavoro, una certa cura del corpo, una vita interessante, degli amici, delle passioni, possibilmente dei viaggi alle spalle e una certa capacità di progettare il futuro. E poi, naturalmente, deve essere alto. L’altezza è diventata una delle manifestazioni più comiche e insieme più rivelatrici di questo fenomeno. Non perché una donna non possa avere preferenze fisiche. Le preferenze sono legittime e nessuno dovrebbe essere costretto a desiderare ciò che non desidera. Il problema comincia quando una preferenza fisiologica viene trasformata in criterio di valore umano, quando una caratteristica casuale della nascita entra nel curriculum sentimentale come se fosse un requisito professionale. «Quanto sei alto?». È una domanda ricorrente che sembra innocente e invece contiene già tutto il dramma. Come se prima di sapere se quell’uomo sappia parlare, ascoltare, ridere, leggere, pensare, mantenere una promessa, attraversare una difficoltà senza trasformarla in una tragedia personale, avere cura di qualcuno, riconoscere la bellezza, stare zitto quando serve, essere generoso senza vantarsene, fosse necessario sapere quanti centimetri misuri.

È il trionfo del capitolato tecnico applicato all’amore, e il capitolato tecnico, naturalmente, non si ferma all’altezza. Ogni requisito ne genera un altro. Deve essere così, avere questo, vivere lì, guadagnare almeno tanto, essere divorziato ma non troppo segnato dal divorzio, avere figli ma non troppi, essere maturo ma non vecchio, avere esperienza ma non troppe ex, essere stabile ma non convenzionale, desiderare una famiglia ma non avere fretta. A un certo punto viene da chiedersi se si stia cercando un uomo o ordinando un elettrodomestico. La cosa più curiosa è che, mentre aumentano vertiginosamente le condizioni richieste all’altro, diminuisce spesso la capacità di riconoscere ciò che l’altro porta realmente nella relazione. Un uomo sensibile viene percepito come debole. Un uomo gentile come poco interessante. Un uomo prudente come insicuro. Un uomo appassionato come ossessivo. Un uomo che legge come uno che «si fa troppe domande». Un uomo che desidera costruire qualcosa come uno che «ha bisogno di controllare». Un uomo che non recita continuamente la propria mascolinità viene guardato con sospetto. E così può accadere che una donna incontri precisamente ciò che dice di desiderare e non sappia riconoscerlo. Perché riconoscere il buono richiede una qualità oggi assai poco celebrata: la maturità.

La maturità consiste anche nel capire che una persona non arriva nella nostra vita confezionata secondo le nostre esigenze. Ha difetti, rigidità, paure, stranezze, tempi diversi dai nostri. Non è il prodotto finale di un algoritmo di compatibilità, e soprattutto non è lì per risarcirci delle nostre precedenti delusioni. Qui sta forse il punto più doloroso. Una generazione intera è stata educata all’idea che amare significhi soprattutto non accontentarsi. È un principio che, preso isolatamente, sembra persino sacrosanto. Nessuno dovrebbe restare dove viene umiliato, maltrattato o sistematicamente ignorato; tra il rifiuto del compromesso degradante e l’incapacità di accettare qualsiasi imperfezione passa tuttavia una differenza enorme. Non accontentarsi può essere dignità. Non tollerare che l’altro sia diverso da come lo avevamo immaginato può essere semplicemente narcisismo. E il narcisismo sentimentale ha una caratteristica singolare: produce persone convinte di essere continuamente vittime della propria incapacità di trovare qualcuno all’altezza, quando forse il problema è che hanno trasformato l’amore in una gara di selezione. L’uomo deve essere «all’altezza», ma all’altezza di che cosa? Di un’immagine costruita attraverso Instagram, serie televisive, romanzi sentimentalistici, psicologia da social, amiche che confermano reciprocamente le proprie aspettative, racconti di uomini «tossici» e liste infinite di ciò che non si deve mai più tollerare? All’altezza di una fantasia, dunque, e la fantasia, per definizione, non può e non deve fare i conti con la realtà. La realtà invece ha uomini che invecchiano, che perdono capelli, che guadagnano meno del previsto, che hanno giornate storte, che non sanno sempre cosa dire, che possono essere goffi, che hanno paura, che qualche volta sbagliano, che non hanno la casa perfetta, che non sono alti un metro e ottanta, che non hanno il fisico da palestra e che magari, nel frattempo, sanno stare accanto a una persona quando quella persona sta male. Questa seconda qualità, però, non è fotografabile. Non produce status. Non alimenta la conversazione con le amiche. Non è immediatamente spendibile nel mercato simbolico della coppia. E allora diventa invisibile. Forse è questo uno dei paradossi della contemporaneità: abbiamo moltiplicato gli strumenti con cui dovremmo conoscerci e siamo diventati sempre più incapaci di conoscere l’altro. Abbiamo imparato a nominare ogni nostra emozione e abbiamo dimenticato che un’emozione non è necessariamente una verità. Abbiamo imparato a difenderci da ogni possibile ferita e abbiamo finito per costruire esistenze nelle quali non può entrare più niente, perché tutto ciò che potrebbe entrare potrebbe anche farci male. Ci si protegge così bene dalla sofferenza da proteggersi anche dall’amore. E poi ci si domanda perché ci si senta soli.

Naturalmente non sono solo «le donne» il problema. Sarebbe troppo facile, e soprattutto troppo stupido, sostituire un narcisismo con il suo specchio maschile. Anche gli uomini contemporanei hanno sviluppato forme grottesche di immaturità, pretese, consumismo affettivo e incapacità di assumersi responsabilità. Nondimeno esiste un modello di femminilità contemporanea che merita di essere interrogato senza l’obbligo di celebrarlo preventivamente. Una femminilità che ha confuso l’emancipazione con l’iper-selettività, l’autostima con l’intangibilità, l’indipendenza con l’incapacità di avere bisogno di qualcuno, la consapevolezza con la sorveglianza permanente dell’altro. Una femminilità che rischia di diventare borghese fino alla nausea: non perché possieda denaro, ma perché pretende che la vita sia comoda, conforme, performante, presentabile, priva di inconvenienti e soprattutto priva di persone che non rispettino alla perfezione le proprie aspettative. Il problema, alla fine, non è nemmeno l’altezza. Il problema è credere che la felicità dipenda dall’eliminazione sistematica di tutto ciò che non corrisponde ai nostri desideri. Perché una persona adulta dovrebbe sapere una cosa piuttosto semplice: non si costruisce una vita scegliendo continuamente il meglio disponibile. A un certo punto si sceglie qualcuno, qualcosa, un luogo, un lavoro, un progetto, e si comincia a costruire. Costruire significa sporcarsi le mani. Significa perdere qualche centimetro rispetto all’ideale. Significa scoprire che la persona davanti a noi non è quella che avevamo immaginato e che, proprio per questo, potrebbe essere molto più interessante. Significa perfino accorgersi che l’uomo che avevamo scartato perché non abbastanza alto, abbastanza brillante, abbastanza ricco, abbastanza sicuro o abbastanza «maschio», possedeva una cosa che nessun algoritmo può certificare: aveva un mondo interiore nel quale sarebbe stato possibile entrare. Per entrarci, però, bisogna smettere, almeno per un momento, di misurare.

————————————————————————————————————

Come nel primo Novecento un grande scrittore uomo – Italo Svevo, per dirne uno solo, ma forse il più acuto di tutti – raccontò la crisi del maschile attraverso la figura dell’inetto, ci vorrebbe oggi una grande scrittrice donna capace di raccontare la crisi, devastante e quasi completamente rimossa, del femminile come categoria esistenziale tout court. Una crisi che forse più di ogni altra cosa informa e illumina lo spirito dei tempi, e che proprio per questo continua invece a rimanere largamente inespressa, o raccontata secondo categorie che non riescono più a contenerla. Ci vorrebbe un romanzo, una voce, una figura capace di dare forma a questa frattura come lo scrittore triestino seppe fare con la propria epoca. Non accadrà.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.