Sanità Calabria: da emergenza a sistema


Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Una scelta politica che ha un prezzo umano.

C’è un momento in cui smettere di addolcire le parole diventa un atto di igiene civile. Non è più stile, è responsabilità. Per la Calabria quel momento è passato da anni. La sanità lo urla più forte di tutto il resto, perché quando il sistema crolla lì, il fallimento non è astratto: sanguina, respira male, muore.

Le parole del cardiologo Pellicori non sono uno sfogo. Sono una diagnosi. E come tutte le diagnosi vere, fanno male perché non consolano. La sanità calabrese non è semplicemente inefficiente: è stata saccheggiata politicamente, svuotata con metodo, resa funzionale ad altro. Fermarsi alla sanità, però, è una scorciatoia comoda. Il problema non è un settore. È l’intero sistema.

La stessa logica che ha desertificato gli ospedali governa lavoro, infrastrutture, scuola, trasporti. La sanità è solo il punto in cui il disastro diventa umano, dove non si può più mentire, dove il danno ha un nome e una cartella clinica.

Da anni ci raccontiamo una favola: la Calabria è bellissima. È vero. Ma una terra può essere magnifica e allo stesso tempo impraticabile. Può incantare e respingere. Oggi la Calabria non è una terra facile in cui restare, tornare, costruire una vita dignitosa. Dirlo non è tradimento. Negarlo sì. Perché negare serve solo a non chiedere conto a nessuno.

La bellezza, quando diventa un alibi, è veleno. Copre l’assenza di politiche serie, protegge l’immobilismo, rende intoccabile chi governa senza governare.

Non è vero che mancano i soldi. I soldi passano. Ma passano e vanno altrove. Il commissariamento ha creato un drenaggio continuo: mobilità sanitaria, consulenze, forniture. Qui restano reparti chiusi e personale stremato. Altrove restano i bilanci in ordine. Un sistema che nutre altri sistemi, non questo.

La sanità calabrese non è governata: è amministrata da nominati senza visione, da fedeli protetti, da mediocrità rese intoccabili. La competenza disturba. Chi sa fare chiede conto. E chiedere conto, qui, è l’unico peccato imperdonabile. Così il commissariamento diventa eterno, e l’emergenza una rendita.

Chiunque abbia vissuto fuori lo sa: esistono luoghi in cui la vita è programmabile, dove lo Stato funziona, dove la sanità cura. Non è un sogno nordico. È normalità. Ed è questo confronto che rende la Calabria insopportabile per chi rifiuta il ricatto del “così è sempre stato”.

Il problema, allora, non è solo chi governa. È chi lo vota. Un elettorato che continua a premiare il favore invece del progetto, il tornaconto invece della visione. Poi si indigna quando l’ospedale chiude, quando il medico competente se ne va. Ma l’indignazione senza memoria è solo teatro.

Il cambiamento non arriva dall’alto se dal basso si continua a legittimare l’indecenza. Se il voto diventa una rinuncia mascherata, il risultato è scritto.

E c’è una responsabilità politica precisa: il governo regionale non fa l’unica cosa che dovrebbe fare. Non rompe. Non si scontra. Non pretende l’uscita dal Piano di Rientro. Uscirne significherebbe assumersi una colpa vera, metterci la faccia, dire a Roma – oggi guidata da Giorgia Meloni – che una regione non può essere commissariata all’infinito senza essere distrutta.

Invece arrivano i palliativi: bonus, annunci, promesse rinviate al 2026. Molliche buone per i titoli, inutili per fermare l’emorragia.

La dignità non è un omaggio. La sanità non è una concessione. Sono scelte politiche. E le scelte vere richiedono una cosa sola, rarissima da queste parti: coraggio.

Sanità in Calabria, anatomia di un collasso annunciato: dati, atti e  responsabilità (politiche) senza sconti

Fonte foto: Calabria 7 (da Google)

5 commenti per “Sanità Calabria: da emergenza a sistema

  1. Enza
    18 Gennaio 2026 at 8:07

    Il mio plauso alla Suriano. Dalla riflessione emergono passione civile, sofferenza personale, incisività concettuale. La Calabria è così, dalla Sanità ai trasporti a tutto il resto, ossia ciò che dovrebbe concorrere alla qualità della vita dei suoi abitanti. Qui, da noi, invece si sopravvive e chi intende davvero vivere conduce una lotta solitaria davanti all’arroganza del potere, alla pigra inerzia dei sottoposti, alla rassegnazione storica, all’abuso sistematico, all’immobilismo cancerogeno fino a morirne.
    Ho firmato petizioni, appelli, ho scritto anche io, nel mio piccolo, articoli per scuotere il corpo del cetaceo che si protende in catalessi dalle due sponde tirreniche e ioniche fino alla sua dorsale montana. Niente, l’animale è morente prendendo a prestito il titolo di un romanzo di Philip Roth.
    Credo che nella regione, per la Sanità , abbiamo battuto tutti i record e paradossi negativi. Uno su tutti : il 118 senza medico a bordo, quando arriva e dopo quanto tempo dalla chiamata. Fatto gravissimo, denunciato, stigmatizzato, da chi conduce battaglie impari contro questo sistema tenuto in vita da tristissimi figuri, nemici della Calabria. Calabria che è paradigma vistoso della scure neoliberale sul welfare in tutto il paese.
    Oggi si sente parlare di agricoltura eroica. E come definire quei cittadini che ci mettono la faccia, si scontrano, denunciano, vengono isolati, osteggiati, espulsi perché non stanno al gioco sporco, all’orgia disgustosa sulla pelle dei calabresi, strappando ogni centimetro possibile di dignità, di diritti, di fierezza e libertà intellettuali per un civismo davvero eroico ?
    Un grazie a Fabrizio e ad Olinda.

    • Fabrizio Marchi
      18 Gennaio 2026 at 8:13

      Grazie a te, Enza.

    • Teresa Sinopoli
      18 Gennaio 2026 at 11:53

      Cara Enza,
      mi è piaciuta molto la metafora del cetaceo morente. È potentissima. Hai colto nel segno. La nostra terra non è immobilizzata per mancanza di vita, ma per soffocamento sistemico. La vita di noi calabresi vale davvero poco e il tuo richiamo al 118 senza medico, al di là dell’ideologia di chi governa e decide, ne è la prova più tangibile.
      In Calabria il potere si nutre di rassegnazione, ma basterebbe che ciascuno di noi facesse la propria parte per cambiare le cose. Purtroppo, come diceva Montanelli, ciascuno ha il governo che si merita.
      Io, però, non posso che ringraziare te, Olinda Suriano e altri per il vostro dire, scrivere, denunciare. Perché anche quando tutto questo sembra inutile, non lo è mai davvero: queste testimonianze lasciano tracce, creano anticorpi, rompono silenzi. E il silenzio, da noi, è sempre stato il miglior alleato dell’indecenza.
      Auguro a tutti una buona domenica.

    • Giancarlo
      18 Gennaio 2026 at 20:01

      Mi chiedo può un diritto soggettivo essere espresso dalle logiche del prezzo di mercato tipica dei DGR? No, nel momento che c’è mercato non c’è più diritto soggettivo e le panzane da efficienza competitiva meritocratica servono solo a garantire i profitti e i privilegi per pochi….la cura è solo l’eterogenesi dei fini, un effetto spurio accettato ma non perseguito, l’interesse è solo rigorosamente economico perché pecunia non olet. Concordo con Enza e spero che ci sia un risveglio dei “dormienti”.

  2. Nadia
    18 Gennaio 2026 at 8:49

    Brava Olinda Suriano. L’essere umano che paga il prezzo più caro è quello calabrese. Dalla parte dei calabresi bisogna starci difendendo i diritti che una certa politica nega quotidianamente. È necessario farlo con la determinazione di chi non ha timore reverenziale verso il potere che governa o che fintamente sta all’opposizione, lei è dalla parte della gente e si vede. Come suo solito, Olinda Suriano, con serietà analizza ogni tematica regionale, ma soprattutto la situazione della nostra Sanità. Questo vuol dire correttezza politica e obiettività, perché il suo intervento ha come punto focale la popolazione calabrese e non la necessità di opporsi a tutti i costi.

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