Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Da marxista sono convinto che una serie di importanti problemi e fraintendimenti circa la transizione dal capitalismo al socialismo in generale e in particolare sulla questione della natura sociale della Cina odierna nasca anche (fra l’ altro) da taluni residui di utopismo che, loro malgrado, affliggono le teorizzazioni dei fondatori e degli autori comunemente ritenuti classici del socialismo scientifico (Marx, Engels, Lenin e altri meno unanimemente riconosciti come tali). Residui che a mio parere dipendono da una certa sopravvalutazione delle potenzialità della cultura umana e delle sue auspicabili realizzazioni; ovvero, correlatamente, da una certa sottovalutazione degli insuperabili limiti posti dalla natura alle possibili realizzazioni culturali della civiltà umana.
Marx ed Engels in particolare, in accordo con un diffuso, alquanto ottimistico, “sentire comune” o “spirito dei (loro) tempi”, tendevano a sottovalutare questi limiti naturali che la biologia inesorabilmente impone alla autorealizzazione ed alla felicità umana: inevitabilità (ma casomai solo riducibilità) del dolore, della fatica, della necessità di svolgere attività sgradevoli e per niente affatto considerabili come “realizzazione delle aspirazioni umane” (per non parlare della morte), insuperabilità di contraddizioni interpersonali e fra gruppi (non di classe, ma per esempio geografiche, linguistiche, nazionali, culturali, ideali, estetiche, in un qualche caso financo etiche, come gelosie, invidie, frustrazioni, aspirazioni individuali non conseguibili se non a spese, almeno in qualche misura, di analoghe aspirazioni individuai altrui, generica fallibilità e “peccaminosità” mai completamente eliminabili, stante l’ insuperabile imperfezione umana naturale (ma anche, e forse a maggior ragione, culturale!). Limiti non superabili nemmeno in un auspicabile ordinamento sociale comunista-socialista avanzato, che comporti la proprietà integralmente sociale collettiva dei mezzi di produzione.
I due padri fondatori delle teorie del socialismo scientifico, che erano geniali pensatori ma non hanno mai preteso di essere infallibili profeti, indulgendo un po’ ingenuamente (secondo il senno di oggi, cioè di poi rispetto ai loro tempi!), a un certo “utopismo anarchicheggiante o russovianeggiante”, per così dire, si illudevano che, in conseguenza del superamento della divisione della società umana in classi antagonistiche, religioni, ideologie più o meno irrazionalistiche di varia natura, criminalità, conflitti internazionali, anche bellici, incomprensioni interpersonali in generale e in particolare intersessuali (considero quello di “genere” un banale concetto meramente grammaticale) e tanti altri motivi di ingiustizia e sofferenza umana sarebbero inevitabilmente venuti meno; al punto che lo stato si sarebbe estinto.
Certo, in assenza di divisioni di classe della società lo stato classista, cioè lo stato in quanto insieme di apparati coercitivi e ideologici a tutela del potere delle classi privilegiate, non può che venir meno per definizione; ma esistono e persisteranno sempre inevitabilmente, oltre alle transeunti contraddizioni di classe, anche altre contraddizioni interumane, interindividuali o fra gruppi non definiti dai rapporti di produzione ma secondo altri criteri di tipo sovrastrutturale: contraddizioni meramente naturali o comunque, se culturali, non classistiche. E dunque esisteranno sempre inevitabilmente dolore, malattie, morte, ingiustizie e conflittualità -per quanto qualitativamente diverse e molto meno disumane delle ingiustizie e conflittualità di classe – e di conseguenza ci sarà sempre bisogno di istituzioni statali, leggi, pene, apparati giudiziari, “forze dell’ ordine”, carceri, ecc., anche se ovviamente -per definizione! – non classisti. Tanto più per il fatto, al tempo dei classici oggettivamente pochissimo evidente e da nessuno ben compreso (secondo me nemmeno da Malthus), che le risorse naturali realisticamente disponibili alle produzioni e ai consumi umani non sono (e non possono in alcun modo essere considerate, nemmeno “praticamente” o “con buona approssimazione”) illimitate; così come anche le possibilità dell’ ambiente naturale di assorbire e metabolizzare i danni che in qualche misura inevitabilmente subisce dal lavoro umano, in modo tale da consentire la sopravvivenza della nostra specie biologica. E, dunque, non si potrà mai realizzare una società dell’ abbondanza materiale illimitata in cui viga l’ utopistico principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” (Critica del programma di Gotha).
Sono inoltre convinto che altro non sia che un ulteriore residuo di irrealistico utopismo anche il vagheggiato superamento della divisione “tecnica” del lavoro: se ipoteticamente, nel comunismo, avessi bisogno di un intervento chirurgico non vorrei proprio (cito approssimativamente a memoria – caricaturalizzando – dall’ Ideologia tedesca) che me lo praticasse nel primo pomeriggio di un giovedì un tale che all’ alba coltivasse fiori, in seconda mattinata dipingesse quadri, nel tardo dopo pranzo suonasse uno strumento musicale, dopo cena compisse profonde riflessioni filosofiche, esercitando la chirurgia per l‘ appunto solo al pomeriggio del giovedì, mentre in quello del venerdì scrivesse poesie e in quelli degli altri giorni della settimana praticasse cinque diverse discipline sportive; lo esigerei invece da un competente chirurgo professionale che dedicasse una congrua parte del suo tempo di vita all’ esercizio ed al perfezionamento dell’ arte-scienza medica. Di conseguenza non sarà mai possibile nemmeno l’ abolizione o l’ estinzione del commercio dei beni e servizi di consumo, né del denaro come misura del valore di scambio (tutt’ altre cose che il mercato dei mezzi di produzione – di proprietà pubblica o privata – in generale, e in particolare della forza lavoro, incompatibile – questo sì! E sempre per definizione- con la piena realizzazione del comunismo).
Fra i teorici più recenti che hanno avuto chiara consapevolezza di questi limiti dei classici spicca a mio parere per lucidità e perspicacia Domenico Losurdo, che li ha anche giustamente considerati fra i limiti soggettivi e teorici che, unitamente a ed in concorso con più profondamente determinanti limiti oggettivi e pratici, hanno portato alle disastrose sconfitte di gran parte delle esperienze novecentesche del (non affatto spontaneamente crollato né tantomeno fallito) “socialismo reale”, con tutte le disastrose conseguenze che ne sono conseguite nella lotta di classe nel mondo intero (tra la realizzazione di un impossibile paradiso in terra e il “fallimento” ce ne passa… E per realizzare, al contrario che per sognare inanemente, bisogna essere disposti a sporcarsi metaforicamente le mani correndo letteralmente il rischio di compiere anche errori, e forse perfino qualche crimine, sempre in qualche misura inevitabili).
Altri importanti problemi sorgono da una certa visione (valutabile anch’essa, sempre col senno di poi, come eccessivamente ottimistica) della rivoluzione proletaria socialista – fra l’ altro ritenuta inevitabilmente mondiale “o quasi”- che era propria dei classici (compreso Lenin fino alla fine degli anni venti del XX° secolo) e che è stata almeno in parte empiricamente falsificata dall’ osservazione dei fatti storici; la quale ha invece dimostrato che la rivoluzione per lo meno può (e forse inevitabilmente deve) vincere solo in uno o più paesi per volta, e dunque il socialismo può essere da realizzarsi in un solo o comunque solo in una parte più o meno grande dei paesi del mondo (ovviamente intendendosi qui solo la prima, imperfetta fase del socialismo “quale sorge sulla base dei preesistenti rapporti sociali capitalistici” nel corso della dittatura del proletariato – Critica del programma di Gotha, Stato e rivoluzione – allorché contraddizioni di classe persistono, per lo meno ma spesso di fatto non solo, a livello internazionale. Di comunismo avanzato “quale si sviluppa sulla sua propria base”, anche a prescindere dai pesanti residui di utopismo che ne caratterizzavano la concezione da parte dei classici, in un solo o in pochi paesi a quanto mi risulta nessuno ha mai farneticato). Ed anche da un certo “zigzagare” della storia, con periodi non necessariamente brevi anche di stagnazione, di riflusso, di regresso, di restaurazione controrivoluzionaria, di cui pure i classici avevano una consapevolezza poi rivelatasi in qualche misura limitata: i tempi della rivoluzione (e le inevitabilmente connesse “doglie del parto”) si sono rivelati assai più lunghi e complicati e sofferti di quanto previsto e auspicato!
Tutto questo è sostanzialmente riconducibile, nel complesso, al carattere non deteriormente e semplicisticamente oggettivistico-deterministico dei processi storici quali sono a mio parere correttamente caratterizzati della teoria scientifica del materialismo storico (che é una scienza umana, non naturale e men che meno esatta!).
Carattere peraltro negato o comunque frainteso, ignorato o sottostimato da certe distorte interpretazioni del materialismo storico stesso, spesso enfatizzate e spropositatamente ingigantite da avversari e critici anche soggettivamente “costruttivi”, che tendono ad essere “riscoperte” a cadenza all’ incirca quinquennale e che vengono spesso attribuite alquanto indiscriminatamente e indebitamente identificate con il “marxismo in toto o per lo meno in gran parte”. Mentre magari vi cadono platealmente senza accorgersene proprio quegli stessi critici e periodici “riscopritori”, come è il caso di chi ha sentenziato che la storia avrebbe falsificato la teoria dell’ “intermodalità del proletariato occidentale” per il fatto che il capitalismo appare – per lo meno! – ancora vivo e vegeto ben un secolo e tre quarti dopo il Manifesto del’48; pretesa che implica a mio parere inevitabilmente proprio la caduta in quell’ errata concezione oggettivistica-meccanicistica-deterministica che costoro insistentemente imputano a torto o a ragione a tantissimi altri marxisti: se è vero come è vero che il materialismo storico correttamente inteso non è semplicisticamente o meccanicisticamente deterministico, allora dalla non realizzazione di fatto del socialismo da parte del proletariato occidentale – in qualunque lasso di tempo che arbitrariamente si assuma come “scadenza” per le lotte in proposito – non può essere affatto derivata la pretesa inferenza logica che il proletariato occidentale non può realizzarlo (id est: è deterministicamente condizionato a non farlo). La corretta concezione del materialismo storico implica che non ci sia nulla di strano – e non subisce alcuna falsificazione empirica! – se dopo quasi due secoli di lotte il proletariato occidentale non ha ancora realizzato il socialismo, dal momento che questa non è considerata una necessità deterministica ma solo una possibilità coesistente con l’ alternativa possibilità che ciò non accada; e la mancata realizzazione di fatto di una possibilità, al contrario di quella di un’ asserita necessità deterministica, non la falsifica affatto!).
Questo dilatarsi dei tempi e complicarsi dei modi della rivoluzione socialista rispetto alle aspettative dei classici ha molte cause e spiegazioni, però a mio parere tutte spiegate sostanzialmente da questo carattere non semplicisticamente oggettivistico-deterministico del materialismo storico e implicanti una grande importanza dell’ etica collettiva (spesso trascurata nell’ ambito delle teorie del socialismo scientifico) e delle scelte soggettive più o meno razionali, lungimiranti, coraggiose, impegnative e onerose nell’ ambito della lotta delle classi lavoratrici (e di converso in quella delle classi sfruttatrici, in un intreccio complesso e intricato di reciproche influenze e condizionamenti): la rivoluzione non è un pranzo di gala non solo per chi la subisce, ma nemmeno per chi la compie, e profondi cambiamenti rivoluzionari necessitano sempre di lotte durissime e di più o meno pesanti sacrifici da parte delle masse popolari, mentre aggiustamenti riformistici solo parzialmente e limitatamente vantaggiosi (ma precari ed instabili, a lungo andare tendenzialmente effimeri) generalmente richiedono impegni e sforzi decisamente meno onerosi e lotte meno dolorose e cruente, tanto più se basati anche (fra l’ altro) sulla rapina ed il supersfruttamento imperialistici delle popolazioni dei paesi economicamente meno sviluppati (e di converso, dalla parte dei nemici di classe, una certa realistica disponibilità verso concessioni ai lavoratori richiede sforzi e sia pur limitati e relativi “sacrifici” – dal loro punto di vista di privilegiati! – ma può rivelarsi vincente nel contrastare spinte più profondamente e conseguentemente progressive, rivoluzionarie).
Come ben comprese e spiegò Lenin (ma già Marx ed Engels ne erano discretamente consapevoli, in particolare a proposito della questione irlandese), il dominio imperialistico di gran parte del mondo (la “periferia” del sistema imperialistico stesso) ha consentito e in minor misura ancora consente alle classi dominanti dell’ Occidente sviluppato di coltivare, attraverso limitate concessioni alle sue esigenze, una “aristocrazia operaia” tendenzialmente riformistica (socialdemocratica) utilissima nell’ impedire lo sviluppo e la diffusione di un’ adeguata coscienza di classe, poi socialista, poi gramscianamente egemonica nelle masse lavoratrici e sfruttate del “centro”. E successivamente a Lenin, anche in conseguenza dello sviluppo tecnologico intervenuto (nonché a danno della necessaria conservazione delle condizioni ecologiche della sopravvivenza umana, cioè a scapito delle generazioni future!), questa “aristocrazia operaia” si è alquanto dilatata, tendendo in certe fasi della lotta di classe ad estendersi a gran parte dei lavoratori occidentali stessi.
Ci troviamo così ormai da gran tempo senza che si siano realizzati cambiamenti rivoluzionari in Occidente (o nel Nordovest del mondo), mentre altrove una parte decisamente importante – per lo meno – delle esperienze rivoluzionarie di transizione (sia pur difficile e ad un certo punto “stentata”) al socialismo (comunque, soprattutto nel caso dell’ URSS, decisamente avanzata almeno per quel che riguarda la base economica della società, la struttura sociale, i rapporti di produzione) è stata senza dubbio sconfitta dalla restaurazione controrivoluzionaria; ed in altra parte, comprendente la Cina, si sono verificati per lo meno – se non peggio!- pesanti passi indietro “difensivi”, “ritirate strategiche” necessarie per evitare sconfitte ed arretramenti ben peggiori, sostanzialmente paragonabili alla NEP leniniana ma ben più ampi, estesi, duraturi. Appunto qui si pone la questione della natura sociale della Cina e dei pochi altri paesi in cui un Partito Comunista ha conservato il potere ma al prezzo quantomeno di sostanziose concessioni al nemico di classe, se non (ed è ben questo il problema!) di una restaurazione capitalistica “sotto mentite spoglie”.
Dunque la domanda è: la Cina è diventata un caso di capitalismo di stato o invece di ritirata strategica comprendente il persistere ed anche il ripristino (fra gli altri, anche) di rapporti di produzione capitalistici (privatistici nazionali e stranieri e di stato), una sorta di NEP molto più vasta, estesa, profonda e duratura (e dunque pericolosa!) dell’ originale leniniano?
Personalmente da molti anni mi sento costretto mio malgrado, da razionalista quale cerco il più possibile di essere, a sospendere il giudizio, nella (deprecabile!) mancanza di informazioni sufficientemente fondate, sicure ed inequivocabilmente dirimenti; con frequenti oscillazioni ora in senso “ottimistico” ora in senso “pessimistico” (ultimamente, dopo l’ elezione a segretario generale di Xi Jimping, il primo caso è stato un po’ più frequente che prima). Quali potrebbero essere i criteri per distinguere il capitalismo di stato nella transizione rivoluzionaria dal capitalismo al socialismo (dittatura del proletariato: NEP leniniana! Cina postmaoista?) e nel capitalismo “riformistico” – socialdemocratico o anche democristiano, tipo pima repubblica italiana – comunque “vivo e vegeto” (Cina postmaoista?)?
Vi sono da considerare molti e complicati aspetti quantitativi e qualitativi: quanto della produzione di beni e servizi è sociale-collettivo (statale oppure “pubblico locale” o anche cooperativo) e quanto è privato? Quale percentuale di lavoratori è dipendente da imprese statali o anche produttore in proprio o membro di cooperative? E quali percentuali del PIL sono prodotte dai vari tipi di imprese? Per lo meno la terra, la finanza (banche, assicurazioni, ecc.) nonché le produzioni e i servizi “sensibili” (energia, comunicazioni, armi, elettronica e informatica, scuola, università e ricerca, sanità, previdenza e assicurazioni, ecc.) è interamente pubblica o in parte – e quanto ingente? – anche privata? Ci sono o no limiti ben definiti di “grandezza” per l’ iniziativa privata (numero di dipendenti ammesso, percentuale del PIL, valore degli impianti e del capitale posseduto in generale, e inoltre carattere non monopolistico dell’ attività, o altro)?
E inoltre: la proprietà privata dei mezzi di produzione è in grado di condizionare (mercantilmente) la produzione complessiva oppure è in qualche significativa misura condizionata da una pur inevitabilmente limitata (dal mercato stesso) pianificazione generale (ma credo che sarebbe preferibile usare il termine meno forte, che andava di moda nella prima repubblica italiana, di “programmazione”)?
Pur non esistendo in molti casi, a proposito di questi comunque numerosi e complessi criteri, dei precisi limiti quantitativi oggettivi e non vaghi e meramente soggettivi ed ampiamente discutibili, la mia impressione superficiale (e ovviamente soggettiva) è che almeno per una parte non trascurabile di questi criteri quantitativi e qualitativi la Cina odierna sia pericolosamente oltre il “livello di guardia”, per dirlo metaforicamente, ovvero letteralmente oltre il livello di salvaguardia, del socialismo.
Fra l’ altro mi sembra di aver capito da quanto ho cercato di leggere in proposito che quantomeno ad una valutazione meramente quantitativa (e sia pure alquanto grossolana ed imprecisa: come classificare – e come “quantificarne le differenti proprietà” – le imprese di proprietà in parte statale in parte privatizzata attraverso l’ emissione di titoli e azioni, un po’ come le “partecipazioni statali” della nostra prima repubblica?), la proporzione del capitale di stato (delle imprese tuttora di proprietà statale e non privata) relativamente al totale delle imprese produttive di beni e servizi della Cina odierna (finanza esclusa per lo meno; o anche inclusa?) non sarebbe superiore (sic!) a quella che fu per decenni nella prima repubblica italiana, la cui natura capitalistica non è mai stata messa minimamente in dubbio da nessuno (nessuna persona seria … Berlusconi, Trump e altri buffoni non potendo ovviamente essere presi in considerazione!).
Una considerazione più rassicurante è quella riguardante i ben diversi rapporti “funzionali” esistenti fra stato e imprese private nella prima repubblica italiana ed in generale nel capitalismo “riformato vivo e vegeto” ed invece in Cina. Nel primo caso la norma è quella della “privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite”; e infatti lo stato è al servizio del grande capitale privato, del quale di regola “nazionalizza” (“per salvaguardare l’ occupazione”, come di solito ideologicamente mistificato) indennizzandoli a carissimo, sproporzionato prezzo, i catorci improduttivi ridotti sull’ orlo del fallimento dalla tipica “efficienza imprenditoriale privata”, e svende invece per pochi spiccioli imprese pubbliche efficienti e redditizie alla faccia della pretesa “inefficienza economica dello stato”: magari proprio le stesse che, in perdita per la pessima gestione privata, aveva precedentemente nazionalizzato con esorbitanti indennizzi. Eclatanti ma tutt’ altro che atipici sono i casi dei ripetuti passaggi di mano fra pubblico e privato per tutti gli anni ’60 e ’70 della Montedison e successivamente dell’ Alitalia, dell’ Italsider, di varie infrastrutture autostradali e ferroviarie, ecc., ecc., ecc.; o quello del regalo – tale di fatto letteralmente! – alla FIAT dell’ Alfa Romeo, la quale era indubbiamente non poco efficiente e produttiva se è vero come è vero che al momento del gentile omaggio del governo alla famiglia Agnelli erano in corso avanzate trattative per l’ acquisto da parte della Ford, che non poteva certo essere considerata un ente di beneficenza o un branco di sprovveduti spendaccioni!.
Un altro criterio importante per discriminare fra capitalismo di stato in una dittatura del proletariato “sulla difensiva” o invece nel capitalismo “riformato vivo e vegeto” è quello degli investimenti all’ estero (tipici della “suprema” fase imperialistica del capitalismo e con tutta evidenza incompatibili con il socialismo anche solo in fieri e in fasi di debolezza e difficoltà che esigano concessioni al nemico di classe): il capitale (privato o di stato) può acquisire all’ estero (di solito formalmente con denaro, acquistandole sul mercato, ma sempre di fatto forzosamente, grazie a guerre e aggressioni o minacce e coercizioni armate “minori” da parte del proprio stato) miniere, piantagioni, o può impiantavi imprese produttive di beni materiali o servizi che sfruttano proletari locali (per esso “stranieri”), ossia esportare capitale importando profitti?
A questo proposito, per lo meno a considerare le cose un po’ astrattamente, la Cina odierna mi sembra comportarsi come un paese capitalista, sebbene con qualche importante differenza dall’ imperialismo capitalistico “classico” o comunque consueto. Infatti imprese cinesi (se ben capisco soprattutto statali o a proprietà mista; ma potrei sbagliarmi) investono, ricavandone profitti dallo sfruttamento di proletari locali, in coltivazioni, miniere, industrie e attività terziarie in America Latina, Africa e in altre parti dell’ Asia (detenendone totalmente o parzialmente, la proprietà formale, per lo meno negli ultimi due casi, mentre di terreni agricoli e miniere se non sbaglio detengono formalmente “solo” il diritto di utilizzo, peraltro per periodi di tempo secolari).
A diversificare queste imprese cinesi da quelle capitalistiche imperialistiche “classiche” sta tuttavia il fatto (l’ importanza del quale non saprei valutare, non sembrandomi né del tutto trascurabile né tantomeno assolutamente dirimente) che questi diritti di investimento all’ estero le imprese cinesi li hanno acquisiti e almeno finora li acquisiscono in maniera “non forzosa” o “commercialmente formalmente corretta”, cioè secondo le mere “leggi del mercato” internazionale e non in seguito ad aggressioni belliche o minacce “a mano armata”, né imponendo localmente – sempre con la forza delle armi, oltre che con la corruzione di politici locali ad opera di O”””N””” G- governi fantocci attraverso colpi di stato e “rivoluzioni colorate”.
Ulteriormente diverso è il caso dei prestiti concessi dalle banche cinesi (statali) a paesi meno sviluppati; a quanto pare a tassi di interesse nettamente più bassi di quelli delle banche private e delle organizzazioni finanziarie internazionali (indubbiamente) capitalistiche, almeno finora (potendosi ovviamente anche trattare semplicemente di un’ accorta strategia commerciale, ma non mi sembra il caso di fare processi alle intenzioni). Fra l’ altro prestiti a condizioni vantaggiose erano concessi ai paesi socialisti o non allineati ma con governi antiimperialisti anche dall’ URSS poststaliniana, e non mi sembra che gli interessi (decisamente bassi) con cui venivano pagati potessero essere ragionevolmente (ma casomai solo molto capziosamente) considerati conseguenza di sfruttamento (indiretto) dei lavoratori delle imprese così finanziate (a condizioni di estremo favore), specialmente se si tiene debitamente conto del contesto della guerra fredda e della totalità complessiva dei rapporti commerciali fra URSS e tali paesi.
Come conclusione pratica di questi faticosi e probabilmente alquanto maldestri tentativi di sbrogliare la matassa teorica, mi sembra comunque indubbio che in ogni caso, anche se dovessimo concludere che in Cina è stato ripristinato il capitalismo (inevitabilmente per lo meno con potenziali ma comunque oggettive tendenze imperialistiche, dato l’ elevato sviluppo economico raggiunto e la presenza di grandi imprese oligopolistiche private che investono anche all’ estero, attualmente o comunque potenzialmente; credo che nessuna legge cinese glielo vieti), dovremmo comunque evitare la tentazione tipicamente massimalistica di fare di tutte le erbe (capitalistiche) un fascio (littorio in senso più o meno lato?) ed ignorare le contraddizioni interimperialistiche; che dovremmo invece accuratamente studiare con grande attenzione, come del resto hanno sempre fatto i classici del marxismo, onde intervenirvi a vantaggio della nostra lotta (comunque) rivoluzionaria (anche se non immediatamente e presentemente tale): non si può pretendere di avere “tutto e subito” ed é stupido preferire “niente piuttosto che qualcosa”, ma potremo avere “tutto a tempo debito” solo se non aspettiamo, magari dedicandoci a una qualche fantomatica “ginnastica rivoluzionaria”, che la rivoluzione, come la manna, cada dal cielo, ma invece fin da subito ci proponiamo di raggiungere risultati anche limitati e parziali -se, come purtroppo spesso accade, è il caso – ma realistici e il più possibile avanzati.
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