Uscito in Francia nel
2022 Où en sont-elles? è una delle ultime fatiche di
Emmanuel Todd antropologo francese di fama internazionale. Precede La
sconfitta dell’Occidente libro successivo che ha avuto grande
eco in Italia, mentre il primo non è stato tradotto e se ne è
parlato molto poco salvo una breve intervista su magazine D di
Repubblica del 2022 con un commento di Ida Dominijanni [1] e oltre a
qualche altro breve commento alla stessa intervista si trova ben poco
in rete.
Il titolo si potrebbe
tradurre con A che punto sono? Un titolo un po’ criptico ma
non nuovo per il nostro autore che ha scritto anche Où en sommes
nou? (A che punto siamo?) nel 2017. Il sottotitolo
chiarisce: Uno schizzo della storia delle donne (Une esquisse sur
l’histoire des femmes), ma non è affatto uno sketch o uno
schizzo, è un libro quasi monumentale, complesso, ricco di ipotesi,
dati, grafici (purtroppo non sempre ottimi nell’edizione che ho
recuperato io, ma nemmeno nel link alla casa editrice la qualità non
è eccezionale). Quasi come una premessa al libro successivo l’autore
conclude con delle considerazioni sulla traiettoria del mondo attuale
ovvero alla separazione tra un oriente fabbrica del mondo e un
occidente sempre più teso ai servizi con un’analisi delle ragioni,
che lui da buon antropologo individua nelle strutture familiari, e
conseguenze di questa dicotomia. Questo è il messaggio centrale a
mio avviso anche se Todd si occupa di moltissime cose di cui io qui
non scriverò per ragioni di spazio e coerenza (ad esempio c’è un
capitolo intero dedicato agli aborigeni australiani, uno alla Svezia
come società prototipo di un femminismo avanzato, uno sulle
differenze tra cattolicesimo e protestantesimo che poi si riverberano
in ben tre capitoli sulle minoranze omosessuali e transessuali; su
quest’ultimo argomento, quello che Todd a volte definisce
“cattolicesimo zombie”, forse scriverò un altro articolo).
Una premessa per capire
Todd va fatta: egli opera una divisione netta interna all’occidente
(qualcuno un po’ maligno potrebbe pensare che sia perché è
francese) tra quello che secondo lui è il “vero” occidente,
ossia Francia, Scandinavia e mondo anglosassone e il resto ovvero
Germania, Europa orientale e meridionale. Questa distinzione nasce
nell’analisi antropologica delle strutture familiari, ma è un
leitmotiv di tutto il libro fino alla fine. Ad ogni modo, non è una
distinzione inaccettabile, se leggiamo l’Huntington de Lo
Scontro di Civiltà, sappiamo che esistono sub-civiltà, un
esempio attuale è la divisione tra sciti e sunniti, ma lo è anche,
a mio parere, la differenza tra Europa continentale e mondo
anglosassone. Todd semplicemente sposta il confine sul Reno e sul
Kattegat.
Nel primo capitolo viene
fatta un’analisi della diffusione in USA e in Francia di tre parole
chiave: patriarcato, genere e intersezionalismo. Le prime due le
sentiamo ormai tutti i giorni ripetute fino alla noia anche da noi,
la terza è un po’ meno frequente. Todd rifiuta decisamente le
prime due. Sul “patriarcato” ovvero sull’idea dell’esistenza,
certamente nel passato, di un “patriarcato” universale diffuso in
tutto il mondo con modalità identiche, elemento centrale se vogliamo
della narrazione femminista, afferma che: i) non è mai esistito un
patriarcato diffuso ovunque, e che esistono società matrilineari e/o
matrilocali; ii) e che oggigiorno specialmente per il suo “occidente”
il patriarcato è di fatto ormai inesistente, salvo dei residui di
cui parlerà più avanti.
Il rifiuto del termine
“genere”, che comunque non significa affatto rifiuto delle
identità o preferenze di genere alle quali come detto dedicherà ben
tre capitoli più avanti, si fonda sulla basilare convinzione che
esistono solo due sessi, e la distinzione fondamentale è la
possibilità di generare o non generare prole (che Todd ricava da
Margaret Mead). Per cui “genere” è solo, nell’analisi delle
strutture familiari, una parola intrusa o meglio ancora una
fissazione piccolo-borghese.
Per quanto riguarda l’”intersezionalismo” invece Todd accoglie il termine ed anzi vorrebbe persino generalizzarlo. L’analisi dell’intreccio tra classi e generi è infatti forse il risultato più interessante del libro, ma anche di questo dirò più avanti. Naturalmente Todd non parla mai di “femminismo intersezionale”, quasi fosse una contraddizione nei termini (come in effetti è: se l’intersezionalismo è un’analisi delle intersezioni tra classe, genere, etnia, etc. perché mai dovrebbe essere “femminista” e non “maschilista” o “transgenderista” o altro ancora).
Fatte queste necessarie
premesse, dopo un capitolo in cui spiega perché la patrilocalità e
la patrilinearità non sono diffuse in tutto il mondo basandosi sugli
studi antropologici di Whyte ed altri antropologi (in particolare
prima del contagio “femminista” dell’antropologia che Todd
aborrisce), egli introduce una prima ipotesi forte: la famiglia
nucleare è la struttura familiare più antica dell’umanità,
mentre famiglie più complesse da quella che viene definita
tradizionale a quella comunitaria, sono strutture successive. Quando
si guarda la mappa poi risulta chiaro che lungo una linea che va
dall’Africa occidentale a Pechino, vi è l’aggregarsi delle forme
familiari complesse anche a causa dello sviluppo dell’agricoltura.
Queste forme complesse comportano una discesa più o meno grande
della condizione delle donne che nella famiglia nucleare era nella
sostanza paritaria. In sostanza il “patriarcato” propriamente
detto vive sull’asse Dakar – Pechino, passando per il Medioriente
che rappresenta il punto più basso della condizione femminile.
Mentre tutto quello che è ai margini, come l’occidente di Todd
(ripeto Francia, Scandinavia, isole Britanniche e Americhe) resta
fondamentalmente bi-locale ossia con una condizione della donna
paritaria.
Più in dettaglio vengono
stabiliti dei livelli di patridominanza (che discendono
dall’intervallo di tempo in cui si è stabilita la famiglia
complessa non nucleare): livello 1 al quale appartengono la Germania
e il Giappone (ed anche l’Europa orientale e meridionale, tra cui
l’Italia); livello 2 essenzialmente la Cina, livello 3 il
Medioriente (che è anche endogamico, ossia segrega le donne).
Ma questo modello
funziona? Pur restando convinto del suo valore lo stesso autore fa
presente che vi sono luoghi in cui quasi per contrasto ha prevalso
una condizione di matridominanza (un esempio è il Kerala ovvero
l’India meridionale, altri sono nell’Africa centrale), un
contrasto che Todd osserva anche in Russia dove la condizione delle
donne è alta, ma vi è un rifiuto dell’omosessualità quasi per
ragioni politiche di opposizione all’occidente [2]. Lo stesso
autore intervistato di recente da una televisione francese faceva
notare che il numero di figli per donna in Iran è uguale alla
Francia, il che è sintomo di una nazione moderna e non in linea con
un livello 3 di patridominanza. Todd rileva anche che gli studi di
genere si sono concentrati sul rapporto di coppia, trascurando
indebitamente gli altri rapporti familiari come quelli tra fratelli e
tra fratelli e sorelle che hanno una certa importanza nelle famiglie
comunitarie [3].
Insomma, il modello funziona come un idealtipo, ma nella pratica e soprattutto nell’evoluzione delle società moderne i casi possono essere molto diversi da quello che apparentemente ci si aspetta in base alle strutture familiari. Va anche rimarcato che comunque il modello complesso familiare è stato per Todd il motore dello sviluppo dell’oriente, che, come sappiamo, è sempre stato più ricco dell’occidente almeno fino all’800. Un contrasto che si basa anche sulla differenza di popolazione: alta intensità dell’agricoltura comporta tassi di fecondità elevati, mentre bassa densità, caccia e raccolta, tassi molto più bassi (l’esempio tipico sono gli indiani americani). Secondo Todd però questo modello è anche arrivato al suo limite già due secoli fa, quando appunto l’occidente ha superato l’oriente, una spiegazione alternativa della “grande divergenza”.
Che ne è dell’Italia?
Vi sono pochi cenni all’Italia, Todd accenna solo al fatto che
l’Italia è come la Germania ossia una patridominanza di livello 1,
debole, ma il suo esempio si fonda soprattutto sull’Italia centrale
a causa della dominazione Longobarda e sul quale esistono studi [3].
Tornerò sull’Italia più avanti.
Una seconda ipotesi idealtipica di Todd è la connessione tra patridominanza e collettivo, e ,matridominanza e cura: gli uomini sono più propensi ad occuparsi della collettività e per questo sono più chiusi ad esempio alle contaminazioni esterne (e in caso di conflitto sulle risorse alla guerra), mentre le donne sono più propense alla cura, ma la cura si esplicita in primo luogo sulla propria famiglia ed ha meno interesse alla collettività come un intero: nelle parole di Todd si tratta del superiore individualismo familiare ed economico delle donne raccoglitrici. Ne segue che laddove esiste patridominanza esiste il collettivo e quindi esso esita politicamente nel comunismo (Russia, Cina, ma anche in forma più debole “socialdemocratica” Germania, e anche Toscana, laddove il livello di patridominanza è debole), dove invece la società è bi-locale essa è più individualista e politicamene esita nel liberalismo. Qui Todd fa una constatazione che merita di essere riportata: dire che “non c’è alcuna connessione tra l’emancipazione delle donne (uno dei fenomeni più importanti del nostro tempo) e l’affermarsi del neoliberismo (uno dei fenomeni più importanti del nostro tempo)”. Non è forse implausibile? Quanto al rapporto tra femminismo e teoria della cura, che ha seguito il neoliberismo nel tempo, esso è trasparente.
Anche questo dobbiamo
considerarlo idealtipico a mio avviso. Lo stesso Todd fa i
controesempi ancora del Kerala dove la matridominanza non ha impedito
ai comunisti di andare al potere ed altri luoghi che non rispettano
questa regola. Che dire dell’Italia centrale? Sembra che il cuore
del femminismo italiano sia proprio nel luogo dove il PCI ha avuto le
sue massime fortune per poi scomparire e lasciare il posto ad una
forte torsione pro-femminista. Forse è un caso di reazione opposta a
quella russa riguardo all’omosessualità.
Ad ogni modo non è
sbagliata una critica del concetto di cura: l’ossessione per la
cura attraversa gran parte della nuova sinistra occidentale, quella
nata dopo il crollo del socialismo reale, dall’”I care” di
veltroniana memoria. Cura che è anche entrata nel canone femminista
attraverso il tormentone del “lavoro di cura”, ma che è stata
ripresa anche da alcune icone come Cristina Fernandez Kirchner per
poi passare in autrici femministe come Luciana Cadahia [5].
La seconda parte del
libro descrive l’ascesa delle donne nelle società occidentali,
soprattutto però Todd si occupa di Francia, in qualche caso a
confronto con gli Stati Uniti, e della Svezia che descrive in un
capitolo a parte. Il meccanismo dell’emancipazione che viene
invocato è però sempre lo stesso: l’accesso delle donne
all’educazione. Esso viene rintracciato come anticipatore in Svezia
già nell’800 (a differenza di una Svezia patriarcale nei secoli
precedenti), e studiato più dettagliatamente in Francia dove emerge
come le donne costituiscano ormai la maggioranza delle laureate e
quindi dei professionisti in moltissimi campi, con l’unica
eccezione delle materie STEM, questo è conseguenza dello spostamento
nelle nostre società mature dalla “costruzione” alla “gestione”,
la quale non è lontana dalla cura.
Se questa emancipazione esiste ed è un dato di fatto ormai perché il femminismo continua ad essere così aggressivo fino a teorizzare che il patriarcato in realtà esiste ancora in occidente? La spiegazione che da Todd è un esempio di applicazione dell’intersezionalismo quindi un’analisi che interseca classi e sessi. Portando a supporto una serie di dati, l’autore descrive fondamentalmente tre classi, prescindendo da una classe di ricchissimi che non fa testo perché è minoritaria e nella sostanza equilibrata tra uomini e donne. La prima è la classe medio alta dei funzionari di alto rango e degli industriali, dove la prevalenza è ancora maschile e vi è ancora tra le donne che vi appartengono una relativa ipergamia (ovvero sposare una persona di maggior potere o prestigio), la seconda è una classe media formata da uomini e donne le quali sono mediamente più istruite dei loro compagni (quindi sono ipogamiche), infine la classe popolare che è ancora ipergamica (ma non ha nulla sotto di se) e che è popolata anche da numerose famiglie monogenitoriali formate da madre e figli. Secondo Todd il femminismo è una lotta delle donne della classe media femminile colta, che è ormai culturalmente egemonica in senso gramsciano [6], per occupare l’ultimo bastione “patriarcale” della classe medio-alta. Questo però si riflette in un’aggressività verso tutto il sesso maschile che si ripercuote anche sulle classi popolari che invece avrebbero bisogno di maggiore cooperazione tra i sessi, anche per evitare le difficoltà delle famiglie monogenitoriali.
L’analisi è fatta sui
dati francesi [7], per quanto riguarda l’Italia mi limito ad
osservare che, livello 1 o non livello 1, la situazione delle donne
italiane da un punto di vista educativo è simile a quella francese.
Lo è meno sul versante del lavoro, ma soprattutto nel Mezzogiorno il
problema forse è che non ci sono lavori che portino un reddito
soddisfacente specialmente in presenza di figli piccoli. Per l’Italia
siamo comunque al livello di mere ipotesi, mancando però molti altri
dati. Soprattutto l’Italia è meno uniforme della Francia, e vi
sono probabilmente forti differenze tra le regioni già a partire
dalle strutture familiari.
Abbiamo visto come l’emancipazione delle raccoglitrici abbia influenzato il collettivismo dei cacciatori, ma qual è la traiettoria del mondo futuro? Nell’ultimo capitolo l’analisi torna ad essere mondiale e distingue i paesi “fabbrica del mondo”, la Cina, ma anche l’Est Europa a livelli anche maggiori (l’Est Europa è superiore anche alla Cina nell’impiego nell’industria: oltre il 30%, con un massimo del 37% in Repubblica Ceca, mentre la potenza asiatica si ferma al 28%), dai paesi occidentali. Secondo Todd i paesi “fabbrica” hanno bassa natalità a causa delle scelte di lavoro che le donne sono costrette a fare, mentre quelli occidentali hanno una natalità sufficiente perché il lavoro nel terziario è più conciliabile con l’emancipazione.
È la terza grossa
scommessa su un idealtipo che ad esempio ha una difficile
applicazione all’Italia, dove la forza lavoro industriale è
secondo l’ISTAT ormai al 25% e in calo, quindi ormai assimilabile
alle nazioni “occidentali” di Todd, ma il tasso di fertilità è
bassissimo (peraltro lo stesso autore ammette che la fertilità è in
calo anche nei paesi da lui definiti occidente). È inutile dire che
tutto discende sempre dalle strutture familiari, ma queste si
manterranno intatte? Il caso svedese non mostra che esse possono
cambiare? Quale sarà la traiettoria cinese, ad esempio, quando
l’impiego massiccio della robotica libererà dal lavoro manuale
molti giovani? E se la famiglia confuciana si restringe a quella
nucleare che fine farà la patridominanza di livello 2? Sono tutte
domande alle quali non c’è al momento alcuna risposta certa.
Ad ogni modo, entrambi i
modelli sono secondo Todd difettosi, perché il terziario
inevitabilmente perde contro la fabbrica di beni materiali, per cui
questo si traduce in un calo del tenore di vita delle classi medie al
quale stiamo effettivamente assistendo da parecchi anni. Dall’altro
lato nei paesi “fabbrica” il calo della fertilità si
ripercuoterà in modo grave nel benessere futuro. Da questo punto di
vista l’Italia è quella che sta peggio: industria in calo e
fertilità bassa.
In conclusione, il libro è certamente interessante e come al solito le ipotesi di Todd sono a volte ardite ma fondate su osservazioni della realtà fattuale che è difficile negare e che possono essere usate anche in altri modelli. Resta da vedere se siano veramente utili per un’analisi del mondo contemporaneo ed in particolare della posizione delle donne, o destinate a restare in un mondo degli idealtipi, soppiantate poi da altre (magari dello stesso Todd che anche in questo libro corregge alcune sue posizioni precedenti).
È importante però
riportare Il finale per il futuro prossimo, che è una speranza
ottimistica sulla fine di una inutile contrapposizione tra i sessi:
“Non abbiamo bisogno di donne piccolo-borghesi che denuncino
instancabilmente, in nome del “genere”, l’oppressione di un
sesso da parte dell’altro e demonizzino gli uomini che hanno lavorato
un po’ troppo. Ciò di cui abbiamo bisogno, ora, sono donne che
partecipino alle lotte sociali e all’organizzazione collettiva.”
[1] Patriarcato: esiste o no? Apriamo il dibattito, D Repubblica 4 3 2022.
[2] Per Todd, come spiega
nei capitoli sull’omosessualità, la sua accettazione è legata
alla condizione femminile, poiché le donne sono in generale più
favorevoli all’omosessualità, soprattutto maschile.
[3] Vedere Silvia Di
Lorenzo, La Grande Madre Mafia, Pratiche 1996, sulla
fratellanza mafiosa (e sorellanza: un capitolo è dedicato alle donne
di mafia). Personalmente ho avuto modo di conoscere una famiglia
“comunitaria” pakistana che vive in Italia e in cui i legami tra
fratelli e sorelle, queste ultime tutte professioniste laureate, sono
molto coesi rispetto all’esterno. Certamente gli studi di Todd
sulle strutture familiari sono importanti, ma la valutazione
dell’effettivo potere all’interno delle famiglie è molto più
difficile specialmente quando si va a sommare con gli effetti della
modernità.
[4] Emmanuel Todd,
“Mobilità geografica e ciclo di vita nell’Artois e in Toscana
nel XVIII secolo”, Annales ESC, vol. 30, n. 4, 1975, pp.
726-744.
[5] Luciana Cadahia, Per
un femminismo populista, Rogas 2023.
[6] È interessante
notare come nell’INED (l’istituto di demografia francese) tra i
ricercatori vi sono 11 donne e 1 uomo nella categoria 20-29 anni, 15
donne e 13 uomini tra 30-39 anni,14 donne e 8 uomini tra 40-49 anni e
6 donne e 3 uomini tra 50-59 anni. Gli uomini prevalgono solo oltre i
60 anni con numeri più piccoli, il totale nel 2019 è di 54 donne e
34 uomini.
[7] Per gli USA vedere The new marriage of unequals, The Atlantic, 31 3 2025.