In più occasioni mi sono trovato a
riflettere sulle categorie politiche di totalitarismo e autoritarismo,
attribuendo la definizione di totalitarismo al sistema attuale rappresentato
dal capitalismo neoliberale. Di recente sono ritornato sul tema, decidendo di
scrivere qualche riflessione sulla questione, traendo spunto dal saggio di
Claudia Atzeni dal titolo Liberalismo autoritario. La crisi dell’Unione
europea a partire dalla riflessione di Hermann Heller. La Atzeni è
assegnista di ricerca in Filosofia del diritto e Sociologia presso l’Università
Magna Græcia di Catanzaro.
Alla domanda se possiamo parlare di “liberalismo
autoritario”, la Atzeni, per rispondere, fa appello al saggio del giurista e
filosofo del diritto tedesco Hermann Heller. È infatti Heller che, nel 1933,
pubblica un suo scritto dal titolo Liberalismo autoritario?, inserito
nella raccolta curata da U. Pomarici Stato di diritto o dittatura? e altri
scritti (1928–1933), edita da Editoriale Scientifica, Napoli 2017.
Il saggio di Heller ha come oggetto la crisi della
Repubblica di Weimar, come si evince chiaramente dall’incipit. Scrive l’autore:
«Il 1932 ha regalato alla Germania la parola d’ordine dello
Stato ‘autoritario’; il Gabinetto Papen ha elevato questa parola d’ordine
addirittura a programma di governo, anche se poi nello stesso anno è caduto.
Tuttavia, il governo Papen non è stato l’inventore del programma dello Stato
‘autoritario’, bensì solo un esponente di quelle forze che continuano a
spingere perché quel programma si realizzi. Avremo perciò ancora per molti anni
tutte le occasioni per discutere con coloro che propugnano lo Stato
‘autoritario’ sul piano teorico e su quello pratico. Uno straniero che non
conoscesse molto bene la situazione tedesca non saprebbe certamente dire quali
concreti fini politici vogliano intendersi con questa parola d’ordine. Autorità
significa potere e validità, autorizzazione e attribuzione di diritti. Contro
chi o cosa polemizza allora la concezione dello Stato ‘autoritario’? È mai
esistito uno Stato che non fosse autoritario? Non è ogni Stato in quanto tale
un’associazione di potere autoritaria? La mancanza di chiarezza di questa
parola d’ordine dello Stato ‘autoritario’, se pur non intenzionale, ha
certamente un fondamento. A cosa mirino i suoi sostenitori diventa chiaro
soltanto rispondendo a due domande: quali basi vogliono dare i sostenitori di
questa parola d’ordine all’autorità statale e in quali cerchie dell’esistenza
deve costituirsi in modo autoritario lo Stato nelle loro intenzioni? (…)».
Proseguendo nella sua analisi, Heller evidenzia la voluta
mancanza di una definizione chiara di Stato “autoritario”. Tale mancanza è da
ricercare nel contesto dell’epoca: la crisi della Repubblica di Weimar,
l’ingovernabilità, fanno sì che l’idea di “Stato autoritario” venga utilizzata
come strumento polemico nei confronti della democrazia. Scrive infatti Heller:
«L’evidenza della parola d’ordine – in sé oscura – dello
Stato ‘autoritario’ si fonda dunque, nella Germania del dopoguerra, in parte
sulle debolezze del regime democratico, ma ben di più sul fatto che la
confusione sgomenta nella quale la Germania si trova soprattutto dal 1929 la
rende particolarmente sensibile a ogni opera di discredito contro l’autorità
democratica dello Stato e alla fede miracolistica nella dittatura. La
difficoltà di formare la maggioranza politica e il governo democratico, in sé
non trascurabile, viene aumentata molto al di là della norma dal fatto che a
milioni credono con religioso fervore alla redenzione da tutte le miserie
grazie al Führer. Nella crisi di questo stato d’eccezione può avere buon esito
una concezione dello Stato che, come quella di Carl Schmitt, dichiara decisiva
l’eccezione, mentre la regola e la norma sarebbero insignificanti, e si sforza
perciò da un quindicennio di screditare l’autorità democratica a favore
dell’autorità dittatoriale dello Stato.»
L’instabilità politica della Germania degli anni Trenta
viene attribuita al sistema democratico. Una crisi che determina uno “stato
d’eccezione”, secondo quanto teorizzato da Carl Schmitt, il quale richiede non
solo il “comando” dello Stato – racchiuso nella formula “chi decide nello stato
d’emergenza” – ma anche la ricomposizione della Nazione tedesca. Heller
attribuisce la genesi di questa idea allo “Stato di potenza” elaborato da Hegel
nella sua Filosofia del diritto. Per comprendere questo passaggio
bisogna fare riferimento a quanto Heller scrive in Hegel e il pensiero
nazionale dello Stato di potenza in Germania.
A tal proposito è interessante riflettere sulla distinzione
fatta da Heller tra “personalismo” e “transpersonalismo”:
«… noi parliamo di personalismo come della concezione del
mondo che pone ogni cosa al servizio del singolo individuo, anche il valore
sovrapersonale dello Stato: qui la comunità sociale sembra poter ottenere un
valore derivato legittimandosi come sostegno della felicità individuale o della
dignità che vi è nell’essere felici. L’individuo è il valore assoluto e
incondizionatamente libero, lo Stato è semplicemente un valore relativo. Per
contro il transpersonalismo vede l’individuo come condizionato dalla comunità e
vede nello Stato il presupposto storico e concettuale di ogni valore della
personalità, un proteron te physei, al cospetto dell’individuo e di rango superiore.
(…) Se, quindi, per il personalismo ogni individuo è un’unica, insostituibile
“totalità”, per il pensiero transpersonalista vi è un individuo-Stato, esterno
ai singoli individui e al di sopra di loro: solo questo costituisce un
“Io-intero”, una vera totalità. (…)».
Questo passaggio aiuta a comprendere la ricostruzione che
Heller fa riguardo alla nascita dello Stato tedesco sul piano filosofico e il
senso dello “Stato di potenza”. È chiaro che la questione è strettamente legata
alla genesi del Romanticismo e dell’Idealismo tedeschi di fine Settecento e
inizio Ottocento, intrecciandosi con le battaglie politiche che porteranno alla
nascita del Reich tedesco nel 1871. La filosofia di Hegel si inserisce in quel
contesto storico, proiettandosi sulla nascita del futuro Stato tedesco e
fornendo l’humus per gli sviluppi successivi: la sconfitta nella Prima guerra
mondiale, la fine dell’impero degli Hohenzollern con la nascita della
Repubblica di Weimar, il nazismo e la Repubblica Federale Tedesca. Lo “Stato di
potenza” verso l’interno non è altro che il “popolo” che da dato culturale si
trasforma in Stato-nazione; verso l’esterno, lo “Stato di potenza” si manifesta
come dominio, come potenza imperiale. Tanto l’organizzazione dello Stato
attraverso la sua Costituzione quanto il sistema economico sono fondamentali ai
fini dell’affermazione dello “Stato di potenza”, sia verso l’interno sia verso
l’esterno. Nella sua analisi Heller evidenzia il mutamento di paradigma
consumatosi nel passaggio dallo Stato tedesco di fine Ottocento alla Repubblica
di Weimar, con il cambiamento di passo degli interessi conservatori e
reazionari della Germania guglielmina. Scrive Heller:
«Nel diciannovesimo secolo il conservatorismo
tedesco-prussiano aveva rigettato con decisione il capitalismo
borghese-liberale perché dissolveva tutti i legami tradizionali. Senza peraltro
poter arrestare lo sviluppo di questa forma economica, il conservatorismo ebbe
allora la forza di infondere alla borghesia liberale i propri ideali politici,
“infeudandola” progressivamente dal punto di vista politico. Il prodotto di
questo singolare incrocio capitalistico-feudale è stato quel
nazionalliberalismo, assolutamente contraddittorio fin dal nome. Nel ventesimo
secolo si è compiuto il processo inverso. Il capitalismo della grande borghesia
mostra la maggiore forza di assimilazione e al conservatorismo vengono
sottratte tutte le resistenze anticapitalistiche nonché le ultime gocce del
lubrificante sociale; presidente del partito conservatore di un tempo diventa
Hugenberg, già direttore della Krupp e magnate della stampa. (…)
Conformemente a questo mutamento sociologico, lo Stato “autoritario” è il
coerente, ulteriore sviluppo del nazionalliberalismo e da considerare
propriamente come liberalismo autoritario. (…)».
Si assiste quindi all’alleanza tra pensiero liberale e
conservatore, in funzione degli interessi che rappresentano, in nome della
rifondazione dello Stato tedesco travolto dalla crisi istituzionale
rappresentata dalla Repubblica di Weimar e dalla crisi economica che ha messo
in ginocchio il sistema produttivo e la società tedesca. Da qui l’idea di Carl
Schmitt dello Stato forte garante di un’economia sana. I termini della
questione sono riconducibili al tema economico: le istanze conservatrici, a
fronte di uno Stato democratico e persino “sociale”, come testimoniano alcuni
articoli della Costituzione di Weimar (ad esempio il richiamo alla funzione
sociale della proprietà privata), si chiedono come imporre politiche economiche
liberali in un sistema politico democratico. L’idea di uno Stato autoritario è
dunque da intendersi nel senso della riproposizione dell’economia liberale.
Scrive Heller:
«Lo Stato “autoritario” viene connotato dunque dal suo
ritiro dalla produzione e dalla distribuzione economica. Papen non sarebbe
tuttavia quel rappresentativo combattente dello Stato “autoritario” che è, se
al tempo stesso non combattesse anche contro lo “Stato del benessere”.
Presumibilmente questo non comporta l’astensione dello Stato dalla politica di
sovvenzioni a favore delle grandi banche, dei grandi industriali e dei
latifondisti, ma lo smantellamento autoritario della politica sociale.»
Il senso politico del ragionamento che animava il dibattito
della Germania di quegli anni era dunque quello di uno Stato forte, in grado di
favorire il normale funzionamento di un modello economico fondamentalmente
liberale. Riportando ancora Heller:
«Con questi esempi dovrebbe essere sufficientemente
caratterizzato il contenuto approssimativo del liberalismo autoritario: ritiro
dello Stato “autoritario” dalla politica sociale, destatalizzazione
dell’economia e statalizzazione dittatoriale delle funzioni
politico-spirituali. Questo Stato deve essere “autoritario” e forte perché,
secondo l’assicurazione del tutto degna di fede di Schmitt, solo esso è in
grado di sciogliere gli “eccessivi” legami tra Stato ed economia.»
Lo stesso Heller si chiede come si possa far accettare una
simile impostazione al 90% dei tedeschi, che avrebbero visto ridursi diritti
come l’istruzione statale, le casse mutue, in sostanza il welfare. Non bisogna
dimenticare che lo Stato sociale nasce nella Germania di Bismarck come strumento
non solo di lotta politica contro il nascente movimento socialdemocratico, ma
anche di coesione nazionale. Siamo di fronte a un profondo mutamento di
paradigma, che spinge von Papen a pensare che lo Stato liberale autoritario
possa addirittura avere una fisionomia “sociale”. Riportando fedelmente Heller:
«Secondo il signor von Papen lo Stato “autoritario” è
ovviamente sociale, ma come sociale Papen definisce lo Stato “che difende il
lavoro come obbligo, come la felicità spirituale del suo popolo”. Il desiderio
di lavorare di milioni di uomini tedeschi, del diritto al lavoro garantito in
modo autoritario, avrebbe dovuto rendere impronunciabili queste parole.»
È interessante sottolineare il contesto storico nel quale
viene pubblicato il saggio Liberalismo autoritario. Esso appare per la
prima volta su Die neue Rundschau (La nuova rassegna) nel
1933, anno in cui Hitler viene incaricato di formare il governo: non si è
ancora di fronte alla costruzione del futuro Stato totalitario nazista. Heller,
tuttavia, aveva già studiato il sistema politico dell’Italia fascista. Nel 1928
era stato in Italia e aveva analizzato il regime; non a caso, nella raccolta di
scritti curata da Pomarici è incluso il suo saggio del 1929, pubblicato su Das
Reichshammer, dal titolo Cosa ci offre una dittatura? Fascismo e
realtà. In quel saggio Heller denuncia la violenza fascista, ricordando
gli omicidi di personaggi noti: don Minzoni, Amendola, Matteotti. Per Heller,
tanto il fascismo quanto il bolscevismo, pur nelle dovute differenze nazionali
e sociali, sono il prodotto dello stesso spirito politico. La violenza come
strumento per la conquista del potere si ispira al sindacalista rivoluzionario
Sorel, che aveva influenzato sia Mussolini sia Lenin. Per Heller la violenza politica
fascista ha portato all’eliminazione di qualsiasi opposizione, attraverso la
costruzione di un sistema di controllo dell’intero tessuto sociale ed
economico. Ciò avviene attraverso provvedimenti come la Carta del lavoro
del 1927, premessa alla trasformazione in senso corporativo dello Stato
monarchico. Come dichiarava Mussolini: «Chi dice lavoro, dice borghesia
produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla
prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che
armonizzano con quelli della produzione e della nazione» ( dal discorso pronunciato
in Parlamento da Mussolini il 16 novembre 1922). Lo Stato corporativo fascista
è in qualche modo antesignano dello Stato nazista? Non penso. Il regime
fascista è autoritario ma non totalitario: il Duce deve condividere il potere
con la monarchia e con la Chiesa cattolica, e persino la formazione dell’“uomo
nuovo” fascista è condivisa con la Chiesa, come sancito nei Patti Lateranensi
data l’importanza nell’educazione dei giovani italiani dell’epoca.
Ritornando a Heller, l’idea di liberalismo autoritario
è, per il filosofo del diritto tedesco, una critica agli elementi conservatori
della Germania di Weimar, i quali miravano a eliminare le conquiste sociali
delle classi subalterne sancite nella stessa Costituzione. Lo Stato corporativo
fascista, con gli interventi legislativi degli anni Trenta, pone invece
attenzione ai temi sociali. L’invocazione di von Papen di un sistema
autoritario era funzionale alla cancellazione di tali conquiste. Il liberalismo
autoritario rappresenta dunque un attacco alla democrazia e alla Costituzione
di Weimar, ritenute responsabili dell’ingovernabilità del Paese. Esso va inteso
come un tentativo di restaurazione ideologica e istituzionale dei rapporti di
classe entrati in crisi con la fine del Reich tedesco e con la sconfitta nella
Prima guerra mondiale. Con la nascita della Repubblica di Weimar era infatti
venuto meno il patto che, in età imperiale, teneva insieme conservatori e
liberali. Contestualmente viene anche meno il patto fondativo della Repubblica
di Weimar. Su questo punto sono interessanti i seguenti saggi di Heller : “ Il
genio e il funzionario della politica; Libertà e forma nella Costituzione del
Reich; I funzionari di professione nella democrazia tedesca;Il nuovo
ordinamento del Reich in rapporto ai suoi Länder ; Il Reich ha proceduto secondo la
Costituzione?; Scopi e limiti di una riforma della Costituzione tedesca; saggi
contenuti nel volume curato Ulderico Pomarici.
Lo Stato nazionale tedesco nato nel 1871 per opera di
Bismarck si era retto su un sistema costituzionale molto articolato, che
consentiva alle monarchie che componevano l’Impero di considerarsi ancora Stati
autonomi. Lo stesso sistema, riprodotto con la nascita della Repubblica di
Weimar, non era però in grado di garantire la stabilità istituzionale richiesta
dalla società tedesca dell’epoca. L’instabilità politica era aggravata dal
contesto economico nazionale e internazionale: da un lato la necessità di pagare
i debiti di guerra, dall’altro la crisi del 1929. Le politiche economiche
adottate dai governi tedeschi – rigidamente liberali e orientate alla riduzione
della spesa pubblica – finirono per aumentare i costi sociali e trasformarono
la società in una polveriera pronta a esplodere. L’ascesa del nazismo e il
successivo secondo conflitto mondiale furono l’esplosione di quella polveriera.
Per Heller era evidente che la “fuoriuscita da destra” dalla crisi
istituzionale ed economica non potesse che seguire un percorso simile a quello
dell’Italia. Le sue critiche al regime fascista furono infatti radicali. La
soluzione liberal-autoritaria in Germania avrebbe condotto, come stava già
accadendo, all’ascesa del nazismo. A votare per Hitler non furono solo le
classi alte, ma anche la borghesia e una parte dello stesso proletariato.
Secondo la Atzeni, la crisi dell’Unione Europea va
ricondotta alla lettura che Heller fece della crisi di Weimar. L’UE nasce
infatti dalla stessa logica del liberalismo autoritario, ossia da azioni
politiche condotte dai governi degli Stati membri in funzione dell’abbattimento
delle conquiste sociali affermate dalle Costituzioni nate dalla lotta contro il
nazifascismo. L’Unione Europea si configura, in questa prospettiva, come
reazione ai “trenta gloriosi” della socialdemocrazia.
La Atzeni richiama a sostegno di questa tesi le modalità
stesse della nascita dell’Unione, nella quale si impose il modello
funzionalista: la progressiva cessione di pezzi di sovranità nazionale al fine
di superare momenti di crisi. La nascita della CECA è dettata dalla necessità
di superare una delle cause del conflitto franco-tedesco: l’uso del carbone
tedesco e del ferro francese. A partire dalla CECA, passando per l’EURATOM, il
MEC, lo SME, fino all’Unione Europea, all’introduzione dell’euro e oggi alla
politica di riarmo, l’integrazione europea è stato un processo per funzioni,
estremamente flessibile, capace di tenere insieme gli interessi delle classi
egemoni dei singoli Stati nazionali per ottenere migliori performance
economiche, eliminando le esternalità che impediscono il funzionamento
efficiente del mercato.
La libera circolazione dei fattori di produzione – lavoro,
capitali, conoscenza – e l’omogeneizzazione dei sistemi giuridici degli Stati
membri all’interno di un quadro normativo fissato dall’UE consentono al mercato
di funzionare in modo efficiente, nella speranza che crisi come quella del 1929
non possano più verificarsi. Da qui la delocalizzazione verso i Paesi dell’ex
blocco sovietico, i vincoli di bilancio, la “denazionalizzazione” della moneta
(per usare l’espressione di von Hayek), le privatizzazioni che hanno portato
allo smantellamento progressivo del welfare state, e il ritiro dello Stato
nazionale dalle attività imprenditoriali, rinviando tutto al mercato, che non
deve essere lasciato “solo” perché naturalmente si autoregola, ma deve essere
ordinato attraverso l’intervento del legislatore.
La Atzeni, come dicevo, traendo spunto da Heller, individua
analogie tra il contesto della crisi di Weimar e il processo di integrazione
europea. A questo proposito conduce un’analisi storica al fine di rintracciare
la genesi della filosofia politica che ha ispirato i Trattati che hanno portato
alla nascita dell’UE. La crisi economica che portò alla fine della Repubblica
di Weimar è dovuta alla crisi del 1929, la Grande Depressione. Le politiche
adottate dai governi tedeschi dell’epoca – in realtà non solo tedeschi – si
ispirarono a una pedissequa applicazione del liberalismo classico. L’alternativa
fu rappresentata, rispettivamente, dall’economia pianificata dell’URSS, dal
sistema nazionalsocialista basato sul riarmo e dalle politiche keynesiane negli
Stati Uniti. L’ordoliberalismo si pone come “terza via” tra liberalismo
classico ed economia pianificata.
Per i teorici Ordoliberali sono
tanto l’URSS quanto la Germania nazista e lo stesso New Deal di F.D. Roosevelt
economie pianificate in contrasto con i principi di libertà della persona ben
richiamati nell’idea di “ umanesimo liberale” di Röpke. A questo punto , che
l’economia nazista possa essere stata ispirata dall’Ordoliberalismo mi lascia
quanto meno perplesso. Rispetto alle politiche economiche del governo nazista,
l’economista marxiano Michail Kalecki ha analizzato in modo puntuale alcuni degli
aspetti fondamentali, riconducendo il modello economico nazista a interventi di
politica economica keynesiana, parlando di “keynesismo di guerra”. Riflettendo
sul ruolo svolto dal ministro dell’economia del governo nazista dal 1934 al
1937, Hjalmar Schacht, un aristocratico liberal-conservatore, già presidente
della Banca Centrale della Repubblica di Weimar e ben introdotto nel mondo
finanziario statunitense, si nota che, da ministro dell’economia della Germania
nazista, egli annullò il debito estero, nazionalizzò le grandi imprese,
finanziò lo sviluppo attraverso l’emissione di obbligazioni piazzate sul solo
mercato interno, avviò un poderoso intervento di lavori pubblici. Rispetto al commercio estero,
introdusse una moneta parallela al marco ufficiale, che serviva per acquistare
merci da altri Paesi, ma con l’obbligo per questi ultimi di utilizzare quel
denaro solo per acquistare prodotti tedeschi. Favorì politiche di riarmo della
Germania. Non mi sembra che interventi di politica economica e finanziaria come
quelli elencati possano essere in qualche modo ricondotti a quanto teorizzato
dall’Ordoliberalismo. Le politiche economiche di Schacht, uno dei tre gerarchi
nazisti non condannati dal Processo di Norimberga e che continuò ad avere un
ruolo di rilievo anche nella Germania liberaldemocratica, sono da ricondurre
all’idea di Carl Schmitt, meno a quanto teorizzato dalla Scuola di Friburgo
(Röpke, Eucken, Müller-Armack, Böhm, Großmann-Doerth). A meno che, rispetto
alle politiche di nazionalizzazione, non ci limitiamo a considerare come unici
esponenti dell’Ordoliberalismo i soli Röpke e Müller-Armack, i quali sostennero
la nazionalizzazione delle industrie strategiche; in questo caso diventa
difficile immaginare i due come filo-nazisti.
Questo per evidenziare la stessa complessità del pensiero
ordoliberale. Nell’analisi della genesi dell’Ordoliberalismo, la Atzeni – al
fine di fare anche chiarezza rispetto alle relazioni tra l’Ordoliberalismo e il
pensiero di von Hayek – evidenzia le differenze tra la Scuola Economica di
Vienna, ossia l’economia marginalista, e la Scuola Economica di Friburgo.
Rispetto alle differenze tra le due “scuole”, sintetizzando al massimo: per il
marginalismo il mercato si autoregolamenta naturalmente attraverso le scelte
individuali e il grado di soddisfazione che ciascuno raggiunge; per
l’Ordoliberalismo il mercato, lasciato libero, degenera, determinando crisi e
concentrazioni oligopolistiche. Da qui la necessità di uno Stato che ordini,
attraverso l’intervento legislativo, il mercato. Su questo punto mi vengono in
mente alcune riflessioni del compianto Salvatore Biasco. Sono
all’Ordoliberalismo da ascrivere le varie autorità di vigilanza e
regolamentazione, diventate ormai vere e proprie fonti del diritto. Nelle
“Considerazioni conclusive” del suo eccellente lavoro, la Atzeni sostiene di
avere raggiunto l’obiettivo che si era posta, e cioè dimostrare come il modello
rappresentato dall’Unione Europea sia fondato sull’idea dell’autoritarismo
liberale di cui parlava Hermann Heller. A dimostrarlo sono gli strumenti
adottati dalla governance per affrontare la crisi: governance, troika, soft
law. Per cui l’autrice, alla domanda se valga la pena oggi parlare di
liberalismo autoritario, risponde affermativamente, in un senso che travalica i
confini temporali della crisi. Il concetto di liberalismo autoritario ci
consente di capire, infatti, come la crisi non rappresenti una fase ulteriore
del processo di integrazione. «Credo che tanto il diritto quanto la
giurisprudenza della crisi abbiano prodotto delle variazioni istituzionali, in
alcuni casi costituzionalizzazione, pur lasciando inalterata la struttura
sostanziale dell’Unione (…)». Aggiungo: le crisi, proprio perché l’Unione
Europea è nata per “funzioni”, sono diventate lo strumento utilizzato
dall’eurocrazia, di concerto con le classi egemoni nazionali, per imporre il
modello economico neoliberale attraverso azioni autoritarie supportate
dall’economia ridotta a ideologia tecnica. Se la struttura dell’Unione è
rimasta inalterata, non altrettanto si può dire della Costituzione italiana,
come provano ampiamente le modifiche apportate all’art. 81 della Costituzione e
la modifica del Titolo V della stessa, dovuta non solo all’emergere di istanze
localiste rappresentate dalla Lega, ma all’idea di una Unione Europea delle
Regioni, come provano, in questo caso, l’introduzione di una sorta di “terza
camera” delle Regioni in sede UE e le spinte verso l’autonomia regionale
adottate in quegli Stati che si caratterizzavano per forte accentramento, come
ad esempio la Francia.
Come dirò oltre, utile a una riflessione su autoritarismo e
totalitarismo, ritengo che il contesto attuale e il processo di integrazione
europeo, se inizialmente si sono ispirati all’economia sociale di mercato –
richiamata negli stessi trattati istitutivi –, successivamente, con
l’affermazione del modello economico nato dalla sintesi tra il marginalismo
della Scuola economica di Vienna e la Scuola monetarista di Chicago, abbiano
finito per allontanarsi, al di là dei proclami contenuti nei trattati. L’UE,
infatti, non si discosta dal modello di capitalismo anglo-americano affermatosi
con Reagan e Thatcher. Le politiche ispirate all’economia sociale di mercato
hanno influenzato la Germania degli anni ’50 e ’60. In quegli anni sono diversi
gli esponenti ordoliberali che occupano posti di rilievo nella neonata
Repubblica Federale. L’influenza dell’economia sociale di mercato – come
l’ordoliberalismo inizierà a essere chiamato in quel periodo – coinvolgerà
anche la stessa SPD che, con il Congresso di Bad Godesberg, rinuncerà al
marxismo per abbracciare quel modello economico. In Italia, tanto i governi
centristi quanto quelli di centrosinistra si ispirano all’economia sociale di
mercato: negli anni ’45–’50 attraverso il risanamento dei conti pubblici, negli
anni ’60 con la nazionalizzazione dei settori industriali strategici, come
sosteneva Röpke in Al di là della domanda e dell’offerta, e attraverso
il Piano Case, finanziato non in deficit ma attraverso il contributo dei
potenziali beneficiari di quegli interventi. Su questo aspetto bisogna sempre
tenere a mente le relazioni strette tra De Gasperei, Luigi Einaudi e lo stesso
Fanfani con gli esponenti Ordoliberali.
La Scuola di Friburgo e la Scuola di Vienna, come dicevo – a
rischio di una semplificazione eccessiva – si differenziano perché la prima
ritiene che il mercato lasciato libero di agire produca crisi e concentrazioni
oligopolistiche e monopolistiche, per cui serve l’intervento del legislatore
perché possa regolarmente funzionare. Da qui la moneta come fattore di
stabilizzazione. La Scuola di Vienna, a partire da Carl Menger, ritiene che il
mercato si autoregoli attraverso l’interazione tra individui che perseguono il
raggiungimento della massima soddisfazione individuale. Questo è lo scopo dello
scambio, come Menger scrive chiaramente: «Riassumendo, perveniamo al seguente
risultato: il principio che conduce gli uomini allo scambio non è altro che
quello che li guida nella loro attività economica, ossia l’aspirazione a
soddisfare i loro bisogni nella maniera più completa possibile (…)» (p. 189, Principi
fondamentali di economia, ed. Rubbettino). Interessante ai fini
dell’economia del io ragionamento sono le relazioni tra la Scuola Economica di
Vienna e gli Stati Uniti. Con l’avvento del Nazismo gli esponenti di tale
Scuola, grazie al sostegno della Fondazione Rockefeller lasciarono Vienna
rifugiandosi negli Stati Uniti ritornando in auge a partire dagli anni 70 del
secolo scorso. Non sto negando che tra le due Scuole di pensiero vi siano stati
contatti e quindi influenze reciproche. In particolare le relazioni hanno
riguardato il rapporto tra i teorici dell’Ordoliberalismo e von Hayek, il quale
insegno pressò l’università di Friburgo e con la fondazione della Mont Pelerin
Society il confronto, almeno fino al 1957 quando si consumò la rottura tra Von
Hayek ed esponenti Ordoliberali. Come scrive Raffaele Mele nel suo saggio
preciso e puntuale sui rapporti tra le due scuole di pensiero: «A sostegno
dell’ipotesi di una diversità di approcci non solo metodologici ma anche
ideologici al problema della rifondazione del liberalismo, esiste tutta
un’aneddotica che testimonia i controversi rapporti fra gli esponenti delle due
scuole. Secondo una testimonianza di Röpke, le divergenze teoriche fra Mises e
Eucken si sarebbero tramutate in un vero e proprio scontro intellettuale nella
riunione della Mont Pelerin Society del 1949 a Seelisberg, in Svizzera, alla
quale gli ordoliberali Rustow, Eucken e Röpke furono invitati a partecipare da
Hayek. Il punto di discordia fra Mises e Eucken riguardava il ruolo da
riconoscere allo Stato e al diritto nella ricostruzione dell’ordine liberale.
Per Mises, la causa di tutti i mali moderni si chiamava interventionism.
Per Eucken, invece, il recupero di un ordine liberale in Europa non poteva
prescindere dal problema del potere economico privato che si genera in un
mercato disembedded, cioè posto nella condizione di produrre autopoieticamente
le proprie regole di funzionamento. Ancora più radicale era il dissenso che
divideva l’ordoliberale Rustow dalle prospettive dei neoliberali austriaci,
descritti come sostenitori fuori tempo massimo del laissez-faire,
“paleoliberali” degni di essere esposti in un “museo”. In effetti, Rustow, la
cui riflessione economica e politica si è incentrata prevalentemente sulla
necessità di una critica ai presupposti teologici e naturalistici delle
dottrine del liberalismo economico, si chiedeva come sarebbe stato possibile
per i liberali critici che “non avevano prestato fede a Mosè e ai profeti –
Smith e Ricardo – prestare fede adesso al signor Mises”. Come evidenzia Mele,
entrambe le scuole di pensiero prendono le mosse dalla critica alla Scuola
storica di economia, che aveva in Schmoller il suo maggiore esponente, e alla
Scuola storica del diritto di von Savigny, per poi differenziarsi in modo
sostanziale proprio su temi come lo Stato e il mercato. L’adesione di alcuni
esponenti ordoliberali al neoliberismo d’oltreoceano, negli anni ’60, è il
segnale della vittoria del modello economico anglo-americano, rappresentato
dalla sintesi tra il marginalismo viennese e il monetarismo della Scuola di
Chicago, ossia von Hayek e Milton Friedman. L’egemonia del pensiero economico
anglo-americano segna anche, come evidenzia J. Alber in Capitalismo contro
capitalismo, il trionfo del capitalismo anglo-americano rispetto a quello
franco-renano.
Da quanto esposto, mi sembra evidente che, per rispondere
alla domanda posta a suo tempo da Heller — se il liberalismo possa essere anche
autoritario — io aggiungerei anche totalitario, sia necessario riflettere su
entrambe le categorie. Per farlo, occorre partire da coloro che, a diverso
titolo, hanno scritto e ragionato su entrambi i concetti. Quando si parla di
totalitarismo bisogna fare riferimento alle definizioni di Hannah Arendt, Carl
J. Friedrich e Zbigniew K. Brzezinski. Le teorie dei tre si differenziano per
diversi aspetti. A tal proposito ho fatto riferimento a quanto riporta Stoppino
nel Dizionario di Politica alle voci “Autoritarismo” e
“Totalitarismo”. Sinteticamente riporto quelle che sono le definizioni che, pur
in presenza di differenze sostanziali, hanno tenuto banco nel corso della
storia. Per la Arendt il totalitarismo si presenta come una forma nuova di
dominio politico. Esso non si limita solo ad esercitare il potere, ma punta a
distruggere l’insieme delle istituzioni politiche che contribuiscono a formare
il tessuto di relazioni private dell’uomo. In sostanza, il totalitarismo punta
a isolare l’uomo per poterlo meglio condizionare e dominare. Il totalitarismo
punta a trasformare la natura umana. Per fare questo utilizza ideologia e terrore.
Questa definizione di totalitarismo si addice al sistema neoliberale sul quale
è stata costruita l’Unione Europea? Ebbene, se escludiamo gli altri strumenti
individuati dalla Arendt per definire un sistema come totalitario – ossia
l’esistenza di un partito politico unico, l’adesione al principio del capo (Führerprinzip),
l’inquadramento delle masse in corpi sociali intermedi miranti a disciplinarle
– diventa difficile parlare dell’Unione Europea come sistema totalitario. Se
invece ci limitiamo ad applicare l’aspetto ideologico rappresentato dal sistema
economico neoliberale, la moltiplicazione degli organismi istituzionali che si
sovrappongono alle istituzioni degli Stati che ne fanno parte (come ad esempio
le autorità di vigilanza), i controlli operati da organismi tecnocratici
dell’UE o dalla stessa BCE, in aggiunta al “terrore” operato dai mercati –
spread, debito pubblico, violazione dei vincoli di bilancio, ecc. – ebbene
possiamo definire l’Unione Europea come sistema totalitario. Tutto questo non è
comunque sufficiente. Le analisi della Arendt vanno considerate in combinato
disposto con quanto sosteneva l’altro eccellente giurista e filosofo del
diritto Franz Neumann, contemporaneo di Hermann Heller.
Ad analizzare il totalitarismo non sono stati solo la Arendt
e Neumann: tra questi bisogna citare Brzezinski, Barrington Moore jr., J. Linz,
R. Aron, G. Sartori, ecc. Tra gli autori citati emergono differenze e punti in
comune. Ciò che risalta è che le analisi condotte da ciascuno non sono applicabili
tout court al sistema neoliberale rappresentato dall’Unione Europea a
meno che non si opera estrapolando alcune definizioni di autoritarismo e
totalitarismo.
Come dicevo, alcuni degli aspetti del totalitarismo
evidenziati dalla Arendt sono da leggere in combinato disposto con quanto
evidenziato da Neumann, nello specifico quando analizza le relazioni esistenti
tra psicologia e politica: Angoscia e politica, i “Mutamenti della
funzione della legge nella società borghese” e in “Note sulle teorie della dittatura”
. È scontato che quando scriveva Neumann eravamo in piena modernità, altra cosa
rispetto al contesto attuale, caratterizzato dall’essere un sistema postmoderno
segnato dal “pensiero debole”; per cui le sue analisi sono da contestualizzare,
ma ciò che emerge è come svolte totalitarie–autoritarie siano presenti tanto
nel passato quanto nel contesto attuale, che sembra caratterizzato dal massimo
della libertà individuale e della democrazia.
Come scrive Neumann: «La società moderna produce disgregazione
non solo [la postmodernità accentua ulteriormente la disgregazione] delle
funzioni sociali, ma dell’uomo stesso, il quale mantiene le proprie attività
divise in compartimenti stagni: l’amore, il lavoro, i divertimenti, la cultura
– che vengono tenuti insieme mediante un meccanismo che non è stato mai
compreso né sembra comprensibile (…)». Nei passaggi successivi Neumann analizza
il rapporto tra angoscia, alienazione e politica, e come tale relazione
influenzi le scelte politiche. Nella postmodernità il tema è come gestire il
rischio, gestione che riguarda tanto le classi sociali subalterne quanto quelle
dominanti. Nell’analisi che Neumann fa delle varie teorie della dittatura
emerge in modo chiaro come già nell’antichità quanto nella modernità (a Sparta
come nella Roma di Diocleziano e nella Ginevra di Calvino ) la nascita di
regimi totalitari utilizzando il terrore e una regolamentazione asfissiante sia
stata uno degli strumenti utili alle classi sociali dominanti per riaffermare
il proprio dominio.
Sono nelle crisi che soluzioni di questo tipo vengono
adottate. È successo nell’antichità, negli anni ’20 e ’30 del ’900 (in quasi
tutti gli Stati europei dell’epoca vi erano regimi autoritari o totalitari), si
è verificato a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, quando la soluzione
delle classi egemoni europeiste è stata trovata nella costruzione di una UE
fondata su un sistema tecnocratico capace di produrre leggi funzionali alla
globalizzazione e, sul piano istituzionale, attraverso la moltiplicazione di
organismi capaci di sovrapporsi a quelli già esistenti ma funzionali al nuovo
corso, soprattutto svincolati dal controllo democratico. Per cui, se Neumann –
pur con le dovute sottolineature – aiuta a comprendere il total-autoritarismo
dell’UE postmoderna attraverso l’aspetto istituzionale e legislativo, l’idea di
creare un uomo nuovo fa il paio con quanto evidenziava la Arendt.
È cosa nota che autoritarismo e totalitarismo non siano la
stessa cosa; eppure, se analizziamo le due categorie alla luce dei mutamenti
degli ultimi tre decenni, esse non appaiono più alternative. Lette in combinato
disposto, aiutano a comprendere il contesto attuale. Come scrive Mario Stoppino
nel Dizionario di Politica, alla voce “Autoritarismo”: «Nella
tipologia dei sistemi politici, si sogliono chiamare autoritari i regimi che
privilegiano il momento del comando e sminuiscono in modo più o meno radicale
quello del consenso, concentrando il potere politico in un uomo o in un solo
organo e svalutando gli istituti rappresentativi; donde la riduzione ai minimi
termini dell’opposizione e dell’autonomia dei sottosistemi politici e
l’annientamento o il sostanziale svuotamento delle procedure e delle
istituzioni intese a trasmettere l’autorità politica dal basso verso l’alto (…)».
Ebbene, traendo spunto da questa definizione, è possibile
affermare che l’autoritarismo sia riferito al livello istituzionale, supportato
e legittimato sul piano ideologico dal neoliberismo, che – pervadendo ogni
aspetto della vita dell’individuo – ha la pretesa di costruire un uomo nuovo.
Da qui la definizione di totalitarismo riferito al sistema neoliberale. Citando
Neumann, un esempio calzante di sistema totalitario ma nel contempo autoritario
era la Ginevra di Calvino. La teologia calvinista forniva la giustificazione
ideologica a un sistema autoritario proprio secondo la definizione data da
Stoppino nel suo lemma sull’autoritarismo.
Qualcuno potrebbe eccepire sostenendo che mancano alcune
caratteristiche: sicuramente è così. Il punto è che ogni cosa va
contestualizzata. Soltanto attraverso un’operazione di questo tipo – la Atzeni
lo fa benissimo nelle conclusioni del suo saggio, evidenziando gli elementi che
contribuiscono a definire l’UE come sistema liberal-autoritaro – è possibile
comprendere come l’UE sia anche un sistema totalitario, perché ha la pretesa di
creare un uomo nuovo.
In conclusione, l’UE si presenta
come un sistema autoritario e totalitario non perché applichi in modo
pedissequo il modello economico ordoliberale, ma per il suo esatto contrario:
attraverso l’intervento legislativo, infatti, essa mira a eliminare le
esternalità che impediscono il naturale funzionamento del mercato. Il senso
della funzione del diritto di cui parla Neumann risiede proprio nell’azione del
legislatore, che opera per rimuovere tali esternalità, producendo così un
assetto istituzionale autoritario. La creazione di un “Uomo nuovo”,
nell’accezione di Arendt, deriva invece dall’intervento di disciplinamento sul
piano dell’ἔθος, finalizzato a ricondurre l’individuo all’unica dimensione del
mercato.
Bigliografia minima
C. Atzeni. Liberalismo autoritario.
La crisi dell’Unione Europa a partire dalle riflessioni di Hermann Heller.
Macchi Editore
H. Heller. Stato di Diritto o
Dittatura? E altri scritti ( 1928 – 1933) a cura Di Ulderico Pomarici.
Editoriale scientifca.
H. Heller . Hegel e il pensiero
nazionale dello stato di potenza in Germania. Ed. il Formichiere
H. Arendt . Le origini del
totalitarismo. Edizioni di Comunità
F. Neumann. Lo stato democratico e
lo stato autoritario. ed. Il Mulino
C. Schmitt. Le categorie del
politico. ed. il Mulino
J.J. Linz. Democrazia e
autoritarismo. ed. il Mulino
P. Monsurrà. Introduzione alla
Scuola austriaca di Economia. Leonardo Facco Editore
Eigen von Bohm – Bawerk. La
conclusione del sistema marxiano. INS Libri
F. von Hayek. La denozializzazione
della moneta. ed. Rubbettino.
D. Antiseri (a cura di)
Epistemologia dell’economia nel “ marginalismo” austriaco. ed. Ru
W. Ropke . Democrazia ed Economia.
ed. Il Mulino
W. Ropke . Al di là della domanda e
dell’offerta. Ed. Rubbettino.
F. Mele L’ordoliberalismo e il liberalismo austriaco di fronte al pensiero giuridico moderno. Un contributo giusfilosofoico. i-lex. Scienze Giuridiche, Scienze Cognitive e Intelligenza artificiale Rivista quadrimestrale on-line: www.i-lex.it Maggio 2014, numero 21