Civitas Dei e potere politico: Agostino, Tommaso e il ritorno della teologia nella coscienza contemporanea


L’attacco di Donald Trump a Papa Leone XIV, con il sostegno del vice presidente J. D. Vance il quale interviene criticando il Papa anche sul piano teologico, sembra avere riportato la storia indietro di qualche secolo. La risposta del Papa a Trump sul piano strettamente religioso ed etico è ineccepibile; diversamente, se dovesse diventare una risposta di tipo politico, diventerebbe la risposta di un monarca assoluto, quindi del capo di uno Stato ad un altro capo di Stato.

Pur condividendo la posizione di Papa Leone XIV, il confronto è interessante perché, a distanza di secoli, riporta al centro il concetto di “guerra giusta”, la questione della legittimità dell’uso della forza e il nodo dell’autonomia del potere temporale rispetto a quello religioso, in un quadro che richiama direttamente il lungo conflitto tra Papato e Impero. Trump, che si fa rappresentare con un’immagine quasi sacrale del potere, fino a evocare simbolicamente il sovrano taumaturgo investito di una missione superiore, richiama alla mente sia la tradizione medievale del potere sacralizzato sia le forme moderne della sovranità assoluta.

In questo contesto Papa Leone XIV, agostiniano, si colloca inevitabilmente all’interno della tradizione di Agostino d’Ippona, in particolare nella relazione tra Civitas Dei e Civitas terrena. Tale distinzione non va intesa come conflitto politico o ideologico tra Chiesa e Stato, ma come tensione radicale tra due orientamenti dell’esistenza umana: quello rivolto alla trascendenza e quello radicato nell’immanenza storica. È proprio qui che si comprende il cuore del problema contemporaneo: il conflitto non è soltanto tra poteri, ma tra visioni dell’uomo. Il pensiero di Agostino è stato a lungo utilizzato, soprattutto in età medievale, per strutturare l’egemonia simbolica del Papato sul potere imperiale. L’Incoronazione di Carlo Magno nella notte di Natale dell’800 da parte di Papa Leone III segna in questo senso un punto di svolta, mentre successivamente la tradizione iconografica e politica — come l’affresco commissionato da Papa Leone X a Raffaello — ha consolidato l’idea di un primato della Civitas Dei sulla Civitas mundi.

Per secoli gli imperatori fino a Carlo V furono incoronati dal pontefice, anche quando l’atto avveniva in contesti ormai mutati, come la cerimonia di Bologna del 1530 per opera di Clemente VII. In questo sistema, la scomunica rappresentava l’arma decisiva del potere spirituale: non solo una censura religiosa, ma un atto in grado di sciogliere i sudditi dall’obbligo di obbedienza politica, producendo una frattura diretta nell’ordine di legittimità. È in questo quadro che si collocano le elaborazioni teoriche di Tommaso d’Aquino, che riflette sulla giustizia della legge e sulla possibilità di resistenza al potere ingiusto, e quelle ancora più esplicite di Manegoldo di Lautenbach durante la lotta per le investiture, con la formulazione del diritto di resistenza contro il sovrano tirannico.

Con la modernità questo equilibrio si spezza: il potere politico si autonomizza progressivamente dalla legittimazione religiosa e si afferma la separazione tra Stato e Chiesa. Da quel momento il Papa non esercita più una funzione politica diretta, ma una funzione essenzialmente teologica ed etica. Il suo intervento non è quello di un capo di Stato che si confronta con un altro capo di Stato, ma quello di un’autorità spirituale che richiama alla coscienza morale. Proprio qui si comprende la natura della risposta di Leone XIV: essa si colloca sul piano della teologia e dell’etica, e dunque sul piano della coscienza del credente. Non è un caso che il vice presidente Vance abbia scelto di criticare il Papa sul piano teologico: ciò segnala che il conflitto non riguarda soltanto la politica internazionale, ma la definizione stessa del fondamento morale dell’ordine politico e del ruolo pubblico della religione. Il punto non è la competenza istituzionale, ma il significato ultimo della verità morale. Dal punto di vista agostiniano, questo rimanda alla struttura profonda della coscienza: la Civitas Dei non coincide con un’istituzione, ma con un orientamento interiore, una tensione permanente tra mondo e trascendenza. È ciò che Agostino descrive come inquietudine del cuore, ripresa anche nella tradizione contemporanea e nelle letture spirituali del Papa Francesco, che nelle Confessioni riconosce la radice dell’esperienza umana nella tensione verso Dio. L’inquietudine non è instabilità psicologica, ma struttura ontologica del rapporto tra l’uomo e il senso ultimo della sua esistenza. In questa prospettiva, la riflessione sul mondo contemporaneo mostra come la logica del mercato e della tecnicizzazione dell’esistenza tenda a ridurre l’uomo a valore di scambio, fino a dissolvere la dimensione etica della persona. Il richiamo del Papa si colloca quindi in un orizzonte che non è politico ma antropologico e teologico: riaffermare che l’uomo non è riducibile alle categorie del potere, del successo o dell’utilità.

L’attualità di questa lettura si ritrova anche nel pensiero di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, così come negli studi di filosofi e teologi come Étienne Gilson, Sergio Cotta, Reinhold Niebuhr e Massimo Borghesi, che hanno mostrato come l’agostinismo costituisca una chiave interpretativa decisiva della modernità, soprattutto come alternativa al manicheismo semplificante che tende a ridurre la complessità del reale a contrapposizioni assolute.

Il confronto tra Trump, Leone XIV e Vance si inserisce dunque in questa lunga durata storica. La reazione politica al magistero papale non si limita alla dimensione diplomatica, ma investe il piano simbolico e teologico, fino a riaprire la questione del rapporto tra coscienza, autorità e verità. Non si tratta semplicemente di un ritorno al passato, ma della riemersione di strutture profonde della storia occidentale dentro la modernità politica. In questo quadro, il cuore del problema resta quello originario: il rapporto tra Civitas Dei e Civitas terrena non come opposizione istituzionale, ma come tensione permanente dentro la coscienza umana. Ed è proprio su questo piano che la posizione di Leone XIV si definisce in modo netto: non come intervento politico, ma come richiamo teologico ed etico alla coscienza del credente, là dove si gioca ancora oggi il senso ultimo del rapporto tra fede, potere e verità.

Nel mondo contemporaneo, tuttavia, questo conflitto non si presenta più come scontro tra istituzioni contrapposte, ma come spostamento della tensione sul piano della coscienza individuale. Il soggetto moderno è chiamato a confrontarsi con l’eventuale conflitto tra obbedienza alle leggi dello Stato e fedeltà ai propri principi morali. In questa prospettiva si inserisce anche la figura di Franz Jägerstätter, che rappresenta in modo emblematico il primato della coscienza rispetto all’ordine politico costituito, pagando con la vita la sua scelta di rifiuto dell’obbedienza. All’interno di questo quadro, il confronto attuale tra potere politico e autorità religiosa non appare semplicemente come un episodio isolato, ma come il segnale di una più ampia trasformazione. Da un lato si osserva la persistenza della funzione etico-teologica del Papato, dall’altro la tendenza di parte della politica contemporanea a riattivare forme simboliche di legittimazione sacrale. Ne deriva l’impressione di una compresenza di logiche differenti: da un lato la modernità giuridico-istituzionale della separazione tra Stato e Chiesa, dall’altro la riemersione di immaginari premoderni della sovranità. Il risultato è un quadro in cui non si assiste a un semplice ritorno al Medioevo, ma a una configurazione ibrida del presente, nella quale elementi capitalistico-neoliberali convivono con forme simboliche di potere che richiamano strutture più antiche. In questo senso, la vera frattura non attraversa più soltanto le istituzioni, ma si sposta all’interno della coscienza contemporanea, dove continua a giocarsi la tensione tra Civitas Dei e Civitas terrena. 

1 commento per “Civitas Dei e potere politico: Agostino, Tommaso e il ritorno della teologia nella coscienza contemporanea

  1. Antonio Martone
    18 Aprile 2026 at 13:04

    Caro Gerardo,
    il tuo articolo ha il merito raro di non restituire lo spessore della fenomenologia dell’attualità. La genealogia che traccia – da Agostino a Tommaso, dalla lotta per le investiture alla modernità, fino allo scontro tra Trump e Papa Leone XIV – è oculata proprio perché non celebra né rimpiange alcuna età dell’oro, ma illumina le linee di faglia del presente.
    Tu mostri che il conflitto oggi non è più tra istituzioni (Chiesa contro Stato), ma si è spostato nella coscienza. Ed è qui che desidero innestare una mia considerazione, che con la tua tesi mi pare profondamente consonante.
    Dopo l’orizzontalismo tutto moderno e laicista – quello che ha creduto di poter emancipare l’umano da qualsiasi verticalità, riducendo la politica a pura gestione immanente del potere e del mercato – ci siamo ritrovati in un labirinto. Non più la linea retta del progresso, né il cerchio ordinato della tradizione, ma un dedalo senza centro né uscita, dove ogni direzione è equivalente e nessuna è vera.
    In questo labirinto, a mio parere, tu sai che emergerà bene nel mio prossimo libro sul Fasciosistema, l’unica postura sensata non è più correre né fermarsi ma mettersi sulla soglia. La soglia è il luogo che non appartiene né al dentro né al fuori, ma li mette in relazione. Chi sta sulla soglia non può fare a meno di chiedersi: cosa c’è oltre? Ed è qui che ritorna la nozione di trascendenza.
    Tu hai colto benissimo questa svolta nel caso di Papa Leone XIV: la sua risposta non è politica ma teologico-etica, parlando così alla coscienza del credente. Vorrei aggiungere che quella stessa trascendenza – l’apertura a un senso che non si esaurisce nei fatti – può essere intesa anche in forma laica. Non serve credere in Dio per avvertire che la logica del mercato, della tecnica o del potere assoluto non esauriscono l’umano. Anche il non credente, sulla soglia, può riconoscere che c’è un oltre che lo interpella: la dignità dell’altro, la verità che non si piega al voto, la giustizia che non coincide con la legge positiva.
    Il tuo merito è averci fornito con l’uso della genealogia gli strumenti per non cadere in due trappole opposte: né rimpiangere il Medioevo come età dell’armonia teologico-politica, né celebrare la modernità come compimento della liberazione. Tu mostri che la tensione tra le due Città (di agostiniana memoria) è la struttura permanente di ogni coscienza che non accetti di essere ridotta a valore di scambio o a interfaccia digitale.
    Grazie per questo lavoro di lucida profondità.

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