Premetto che non
ho sufficiente conoscenza della Corea del Nord. Tanto più la propaganda
occidentale continua a descriverla in termini totalitari, quanto più la
possibilità di un giudizio equilibrato, si allontana da noi. La propaganda produce
ignoranza ed eguagliamento delle opinioni. Le storie terrificanti sulla Corea
del Nord sono simili alle fosche descrizioni che il Senato romano elargiva
sugli imperatori. Per capire è necessario rivolgersi alle fonti. Una delle
fonti è la produzione libraria coreana. Nessuna fonte può svelare e rilevare
compiutamente la verità, ma attraverso di esse è possibile una difficile
operazione critica e di discernimento finalizzata a comprendere. Nei testi del
leader Kim Jong Il (Chabarovsk, 16 febbraio 1941 o 1942– Pyongyang, 17 dicembre 2011) è palese il timore
dell’assedio delle potenze straniere dopo l’esperienza coloniale e la guerra di
Corea (1950 1953). La tragedia coreana fu ben resa visibile nel dipinto del
1951 “Massacro di Corea”. Per una lettura razionale dei dati e delle esperienze
storiche è necessario riportare la parte all’intero come Hegel ci ha insegnato.
La propaganda, invece, opera per scissioni che, di conseguenza, insegnano a
scindere la parte dalla totalità e in tal modo si cade nel dogmatismo e
nell’irrazionalità. Nell’intero dev’essere contemplata, anche, la cultura di un
popolo. Ciò che emerge chiaramente dagli scritti è la lotta per l’indipendenza e
la strenua difesa dell’indipendenza dal capitalismo nella sua fase
“monopolistica”:
“L’imperialismo
moderno poggia sul capitalismo monopolistico di Stato. Da questo punto di
vista, esso si distingue da quello del passato che si basava semplicemente sul
dominio dei monopoli. Se il capitalismo monopolistico di Stato si dimostrava
temporaneo e parziale in passato, oggi è divenuto un fenomeno universale. Man
mano che si aggrava la crisi politica ed economica dell’imperialismo, i grandi
monopoli detengono il potere statale e si orientano verso la fascistizzazione
del regime politico borghese e una combinazione intima della forza del
capitalismo monopolistico con l’autorità statale. Essi tengono in mano le leve
di comando dell’economia e il potere statale e si servono dell’apparato dello
Stato per ingerirsi su tutti i piani nella vita politica ed economica del
paese, allo stesso modo di come cercano la soluzione della crisi economica
nella militarizzazione dell’economia e la corsa agli armamenti. Essi mettono
l’economia sulla via militare e spingono il paese verso l’aggressione e la
guerra; è il modo di realizzare un elevato profitto monopolistico e di
mantenere il loro sistema di dominio. Detentori del potere statale, essi
tendono a rendere estremamente reazionario l’insieme della vita sociale e
principalmente politica, economica e culturale[1]”.
Terrore coloniale
Il dominio
coloniale è sempre alle porte, malgrado i successi del socialismo.
L’imperialismo ha dismesso i pani di
oppressore per camuffarsi come emancipatore, in realtà l’obiettivo resta
il medesimo di sempre: dominare e saccheggiare le risorse energetiche. La nuova
strategia imperiale verte, dopo la caduta degli imperi coloniali, sulla
penetrazione graduale negli Stati che furono colonie per mutare la cultura e
gestire l’apparato produttivo, l’indipendenza in tal modo è solo formale. Il
capitalismo per sua natura non conosce che il dominio illimitato e metamorfico:
“L’aggressione
oltreoceano e la dominazione coloniale rientrano nella natura fondamentale
dell’imperialismo, ma la forma e il metodo di questa dominazione cambiano
secondo le condizioni storico-sociali. Oggi, allorquando il sistema di
dominazione coloniale dell’imperialismo è rapidamente crollato in seguito alla
trasformazione del socialismo in un sistema mondiale e allo slancio senza
precedenti che ha preso la lotta di liberazione nazionale nei paesi coloniali,
gli imperialisti non sono più in condizione di dominare apertamente le loro
colonie. Così hanno scelto di far dono della “indipendenza” ai paesi colonizzati
e di praticare una politica di asservimento coloniale dissimulato nei loro
confronti servendosi dei propri fantocci. Gli imperialisti rafforzano la loro
pressione e la loro ingerenza sui paesi di nuova indipendenza e impegnati sulla
via dello sviluppo nazionale e, se questi non vanno loro a genio, incitano i
loro lacchè a effettuare un colpo di Stato reazionario per mettere in piedi un
regime fantoccio. Gli imperialisti praticano la loro politica colonialista
asservendo sul piano economico i paesi di nuova indipendenza: essi li tengono
in pugno sul piano economico vagheggiando “aiuti”, vi aprono la via per
l’espansione oltreoceano del loro capitale monopolistico, saccheggiano le loro
abbondanti risorse naturali e ostacolano lo sviluppo della loro economia
nazionale per mezzo dell’esportazione di capitali e delle concessioni
coloniali. Gli imperialisti rafforzano l’offensiva ideologica e culturale
reazionaria per paralizzare la coscienza dell’indipendenza nazionale e
combattiva dei popoli dei paesi di nuova indipendenza e concludono con questi
ultimi vari accordi militari sotto il manto dell’“anticomunismo” e della
“sicurezza reciproca” per controllarli manu militari e farne proprie basi
militari[2]”.
L’autonomia per
la Corea del Nord non è solo di ordine economico ma anche ideologico. Lenin è
stato un grande pensatore del comunismo, ma il comunismo non può essere
riprodotto in modo eguale secondo le indicazioni di Lenin e Marx, poiché
cambiano le epoche e i contesti storici. I
socialismi sono al plurale.
Juché e Songun: il socialismo nazionale coreano
Il “socialismo coreano” si fonda sulla teoria
Juché (주체?,主體 – corrente principale – autarchia) la quale coniuga autarchia e
tradizione in un connubio che rende la Corea del Nord un caso unico nel
panorama della storia socialista. La teoria Juché è fondata su una visione
metafisica dell’essere umano assolutamente antitetica all’individualismo.
L’essere umano per natura è “un essere sociale creativo e dotato di coscienza”.
La storia è il prodotto della coscienza del popolo che marcia all’unisono verso
l’ideale socialista, poiché solo il socialismo risponde pienamente alla natura umana. Il socialismo coreano
vorrebbe, dunque, ristabilire la natura umana corrotta dall’egoismo atomistico
del capitalismo:
“Questa, applicando
alla storia sociale il suo principio filosofico incentrato sull’uomo in cui
essa vede l’essere potente, capace di dominare tutto e di decidere di tutto, ha
accertato che le masse popolari sono il soggetto della storia e che ogni
movimento storico-sociale è il prodotto del loro intervento segnato
dall’indipendenza, dalla creatività e dalla coscienza. Il principio filosofico
del Juché nonché il suo principio storico-sociale poggiano su un’idea pertinente delle
caratteristiche essenziali dell’uomo. La dottrina del Juché ha formulato, per
la prima volta nella storia, l’idea che l’uomo è un essere sociale, dotato di
indipendenza, di creatività e di coscienza, e ha indicato la via più corretta
che ci sia per forgiare il suo destino. Il compagno Kim Il Sung ha creato le
idee del Juché non per presentare una nuova dottrina, ma per indicare al popolo
la via corretta da seguire per plasmare il suo destino. In effetti, tutto il
cammino percorso dalla rivoluzione coreana rappresenta un processo
d’applicazione delle idee del Juché, che è stato la chiave dell’instaurazione e
dello sviluppo del suo socialismo, così altamente elaborato. L’originalità e la
pertinenza delle idee del Juché si trovano corroborate dalla superiorità di
questo regime sociale. Il suo valore fondamentale proviene dal fatto che
privilegia l’uomo ponendolo al centro d’ogni preoccupazione e destinando ogni
cosa al suo servizio. Esso è determinato dalle idee del Juché, incentrate
sull’uomo[3]”.
L’indipendenza
dichiarata dal “socialismo coreano” si infrange dinanzi alla venerazione del
“Leader”, il quale è il cervello, mentre il popolo è il corpo, e unitariamente,
in radiosa armonia, marciano con un sol cuore e con un sol pensiero verso il
“socialismo”. La contraddizione è evidente, se si ragiona, con i paradigmi
occidentali. Il comunismo occidentale e marxiano ambiva a fondare associazioni
di lavoratori che si autogestivano. Nel caso della Corea del Nord la verticalità
del potere è, in realtà, unione organicistica del “capo con il popolo”. Siamo
dinanzi ad una cultura non globalizzata e, dunque, per noi che siamo nel nostro
orizzonte la comprensione è ardua:
“Egli occupa una
posizione eccezionale e svolge un ruolo eccezionale nella lotta rivoluzionaria.
Poiché questa è diretta per e dalle masse popolari, si può considerare che la
posizione e il ruolo che occupa il leader sono quelli che occupa in rapporto ad
esse. In rapporto alle masse popolari, il leader occupa la posizione del
cervello. Egli è il centro della loro unità e della loro coesione, il centro
direttivo, come il cervello dell’uomo controlla l’insieme delle attività vitali
del suo organismo. Le masse popolari non possono formare un’unità che non sia
incentrata sul leader, senza il quale esse sono come un essere vivente senza
cervello. Se esse non si uniscono attorno al leader, saranno smembrate e
impotenti. Il leader dirige le masse popolari, svolgendo così un ruolo
determinante nella lotta rivoluzionaria. Egli le impregna delle idee rivoluzionarie
rendendole coscienti, le riunisce nell’organizzazione rivoluzionaria ed
esercita su di esse una direzione strategica e tattica giudiziosa per condurle
alla vittoria. Il ruolo determinante delle masse popolari nella lotta
rivoluzionaria non è garantita che dalla direzione del leader, ruolo che gli
spetta[4]”.
L’ideologia
Junché non prevede pluralismo e respinge il revisionismo, entrambi sono
corruttori del popolo, poiché lo indeboliscono e fanno penetrare in esso forme
di individualismo. Il sistema che si afferma duttile, respinge con il dubbio la
discussione politica fondando “un termitaio socialista”. Questo si deduce dagli
scritti. L’autonomia nazionale si curva in autarchia ideologica con i rischi
che si possono facilmente dedurre:
“Parimenti, assumendo
le idee del Juché come guida dirigente, abbiamo creato anche il Partito,
l’Esercito e lo Stato, realizzato la rivoluzione e l’edificazione socialista, e
abbiamo risolto tutti i problemi sorti nel processo rivoluzionario e costruttivo
pensando con la nostra testa, conformemente alla realtà del paese e agli
interessi del popolo. I paesi socialisti dell’Europa dell’Est hanno sviluppato
l’economia appoggiandosi al COMECON il cui centro è l’Unione Sovietica, ma il
nostro non ha agito così. Abbiamo tracciato la linea di edificazione autonoma
dell’economia nazionale e abbiamo sviluppato l’economia nel nostro stile.
Quando i sovietici invitarono il nostro paese a entrare nel COMECON, il grande
Leader cortesemente declinò, con queste parole: «Se il vostro paese è uno
studente universitario, il nostro è come un bambino dell’asilo; come potremmo
quindi essere membri del COMECON sul vostro stesso piano?». Realizzando la
rivoluzione e l’edificazione non abbiamo guardato in faccia a nessuno e non ci
siamo comportati servilmente per compiacere chicchessia; abbiamo detto e fatto
ciò che abbiamo voluto. Abbiamo svolto ogni attività secondo le nostre idee, la
nostra decisione e il nostro gusto. Il nostro socialismo è un socialismo nel
nostro stile tipico, scelto dal nostro popolo in base alla sua volontà e
instaurato con le sue proprie forze. Poiché il nostro paese ha costruito un
eccellente socialismo nel suo stile tipico, basato sulle idee del Juché, esso
continua a passi fermi il cammino socialista senza alterarsi neanche un po’,
persino in mezzo alla tormentata situazione internazionale[5]”.
Il socialismo è
perennemente minacciato di dissolvimento, per cui l’unità è il mezzo più
efficace di difesa dall’ingerenza nichilistica dello “straniero”. Ancora una volta
il terrore per le tragedie del colonialismo conduce verso soluzioni estreme:
“Certamente bisogna
sviluppare in modo creativo le linee e le politiche a seconda del tempo che
passa e di come cambiano le circostanze e le condizioni della lotta rivoluzionaria,
ma non si devono mai abbandonare la posizione rivoluzionaria e i principi del
socialismo. Se lo si fa, la rivoluzione e la costruzione andranno in rovina e
tutto andrà perduto. Non rispettare i principi del socialismo e permettere
quelli dell’individualismo nella società socialista, che si basa sul principio
del collettivismo, è come ingerire veleno[6]”.
Con la caduta
dell’Unione Sovietica e del comunismo la Corea del Nord vive fortemente il
pericolo dell’invasione al punto da aver integrato la teoria Juché con la
politica del Songun (선군, 先軍Prima l’esercito) che ha trasformato la Corea del Nord in uno
Stato militarizzato, in cui il partito-esercito è preparato alla lotta e alla
guerra contro il capitalismo che nuovamente avvolge con le sue spire il popolo
e lo stato. La teoria Songun risponde alla crisi economica degli anni novanta
del “secolo breve”. Le tensioni con Pechino e la caduta sovietica hanno
comportato lunghi anni di carestia, e per rimettere in moto l’economia il
governo coreano ha puntato sulle armi e relativa produzione. Ripresa economica
e difesa militare dello stato sono il binomio che ha permesso di superare gli
anni della crisi. L’Armata popolare coreana è dunque l’architrave del popolo e
del socialismo:
“La politica del
Songun, che è impregnata del principio dell’indipendenza nazionale e dello
spirito d’amore per il paese e per il popolo, le nostre politiche per la
riunificazione nazionale basate su di essa e i nostri sforzi positivi hanno
dato origine allo storico vertice di Pyongyang, seguito dall’adozione della
Dichiarazione Congiunta Nord-Sud del 15 Giugno, e l’ulteriore ampliamento delle
relazioni inter-coreane di riconciliazione e cooperazione in vari settori. La
tendenza della lotta contro gli Stati Uniti ed altre forze straniere e per la
riunificazione nazionale indipendente sta crescendo senza precedenti in Sud
Corea. La politica del Songun, che contrasta l’aggressione imperialista e le
politiche di guerra e difende l’indipendenza del paese e della nazione, sta
guadagnando un grande appoggio tra le associazioni e i popoli progressisti del
mondo. Essa colpisce le forze d’aggressione dell’imperialismo e incoraggia le
forze indipendenti antimperialiste
nell’arena internazionale, sollecitando la causa di un mondo interamente
indipendente.Innalzando la bandiera del Songun sotto la direzione del grande
Partito, il nostro esercito ed il nostro popolo hanno attraversato la gloriosa
strada della vittoria, avanzando attraverso tempeste furiose e creando imprese
storiche mai viste prima. La linea rivoluzionaria del nostro Partito, basata
sul Songun, è una grande linea rivoluzionaria della nostra era, ed una bandiera
sempre vittoriosa della nostra rivoluzione. Nella rivoluzione basata sul Songun
vi sono l’edificazione di una nazione grande, prospera e potente, la
riunificazione nazionale e la vittoria della causa rivoluzionaria del Juché.
Adesso che la situazione è molto complicata e tesa, in patria come all’estero,
dobbiamo tenere la bandiera del Songun ancora più in alto. Tutto il Partito, l’intero
esercito e tutto il popolo devono avanzare più risolutamente verso una nuova
grande vittoria della nostra rivoluzione, in appoggio alla direzione del
Partito basata sul Songun[7]”.
L’arte socialista
L’arte è parte del processo rivoluzionario. Gli intellettuali
sono anch’essi “liberi funzionari della rivoluzione” che partecipano alla
difesa del socialismo mediante la produzione di opere organiche
all’edificazione del socialismo. L’arte deve rafforzare e consolidare
l’educazione socialista nel popolo, pertanto la libertà degli artisti e degli intellettuali è nell’adesione al
materialismo e nella rappresentazione degli ideali socialisti. La condanna
dell’egoismo e dell’individualismo capitalistico devono essere i temi delle
produzioni artistiche e letterarie. La “convergenza” verso gli ideali
socialisti non ammette “deviazioni”:
“Inoltre,
trasformare in rivoluzionari e operai gli scrittori e gli artisti si presenta
come un’esigenza imprescindibile in rapporto ai loro predecessori e alle
caratteristiche della creazione di opere artistiche. I vecchi scrittori e
artisti erano influenzati più di chiunque altro in passato dalle idee caduche;
quanto a quelli della nuova generazione, posseggono in maggioranza meno
occasioni rispetto ad altri lavoratori per forgiarsi lungo la via
rivoluzionaria in mezzo alla lotta, poiché si dedicano solo al lavoro
intellettuale, separati dalla pratica produttiva, ed esistono peraltro le
condizioni oggettive affinché la cultura capitalista influisca su di loro. In
queste circostanze, se non si continua la lotta per trasformarli in
rivoluzionari non sarà possibile sradicare dalle loro menti le idee capitaliste
come l’individualismo, l’egoismo e il liberalismo e altre concezioni obsolete
come il dogmatismo e il revisionismo, né spingere avanti condinamismo il
processo di trasformazione rivoluzionaria e operaia di tutta la società[8]”.
La
spiritualità socialista-coreana si configura nettamente nell’arte e nella
letteratura “rigorosamente di stato”. L’arte e la letteratura soddisfano i
bisogni spirituali e sociali dell’essere umano, ma la “dialettica è dimensione
assente”. L’arte e la letteratura sono
parte del sistema, esse sono asservite al disegno politico socialista:
L’arte
e la letteratura sono strumenti indispensabili per la vita umana. Sebbene il
vestiario, l’alimentazione e l’abitazione costituiscano le condizioni materiali
indispensabili per l’esistenza dell’uomo, esso non si sazia soltanto mangiando,
vestendosi e riparandosi sotto un tetto. Man mano che l’uomo si libera dai
ceppi della natura e della società e dalle preoccupazioni per queste necessità fondamentali,
egli esige più arte e letteratura. Non possiamo immaginarci una vita priva di
esse. La società comunista alla quale aspiriamo sarà una società integralmente sviluppata
sotto tutti gli aspetti dell’economia e della cultura, dell’ideologia e della morale;
sarà una società realmente popolare in cui uomini di tipo nuovo, dotati di
profonde conoscenze, buona salute e nobili virtù, vale a dire multilateralmente
preparati e trasformati in padroni della natura e della società, godranno
appieno di una vita colta e abbondante. Nella costruzione di questa grande
società, gli scrittori e gli artisti occupano un posto talmente importante da
non poter essere sostituiti da nessuno e svolgono un ruolo di grande
importanza. Per adempiere pienamente alla propria missione e al proprio ruolo,
gli scrittori e gli artisti devono avere anzitutto una comprensione corretta dell’essenza
peculiare dell’arte e della letteratura e creare opere genuinamente rivoluzionarie
che si confacciano alle esigenze della società socialista e comunista[9]”.
Nel
socialismo coreano sono presenti echi del pensiero marxiano, poiché in esso la
comunità politica soverchia la libera individualità, quest’ultima è combattuta,
in quanto pericolosa per l’indipendenza della Corea del Nord. Sicuramente l’assedio
internazionale favorisce l’affermarsi di fenomeni parossistici e acritici.
La Corea del Nord verso il “futuro”
Negli ultimi decenni la Corea del Nord, dunque, ha affrontato carestie acuite dalla caduta del socialismo reale. Dinanzi al disastro ha lasciato inalterati i principi socialisti, ma nel contempo ha posto in essere aperture al mercato mediante “formule bizantine” al fine di risolvere il sottosviluppo dello Stato. Oggi il PIL è in perenne miglioramento, mentre il possesso della bomba atomica le garantisce l’autonomia. L’oligarchia al potere, sicuramente, usa il terrore dell’invasione per cementare la nazione. Definire la Corea del Nord uno stato socialista è alquanto ardito, poiché il fine del socialismo è la liberazione del popolo da ogni forma di asservimento e dalla reificazione. Sicuramente le tensioni internazionali condizionano in modo nefasto la Corea del Nord, il cui popolo è nella “gabbia d’acciaio del terrore internazionale”. Non conosciamo il livello di consapevolezza dei coreani, ma certamente il “socialismo è altro”.
[1]
Scritti e Discorsi Una Antologia di KIM JONG IL 1962-2011, Pubblicato da
Katéchon e KFA, pag. 9
[2]
Ibidem pag. 10
[3]
Ibidem pag. 62
[4]
Ibidem, Conversazione con alcuni studenti all’università Kim Il Sung 12 giugno
1963, pag. 35
[5]
Ibidem, Difendiamo e sviluppiamo ulteriormente il nostro socialismo innalzando
la bandiera delle idee del Juché, 21 gennaio 1990, pag. 53
[6]
Ibidem pag. 53
[7]
Ibidem, Il Songun è una grande linea rivoluzionaria della nostra era e la
bandiera invincibile della nostra rivoluzione, 29 gennaio 2003, pag. 320
[8]Kim
Jong Il, Sull’Arte e la Cultura jucheane
Otto trattati sulla sovrastruttura socialista, Katéchon e KFA, pp. 283 284
[9] Ibidem pag. 17
Fonte foto: da Google