Ideologia italiana opera del 1993 di Costanzo Preve è testo fondamentale per approcciarsi in modo razionale, critico e
costruttivo alla crisi del comunismo. Il saggio di Costanzo Preve ripercorre la
storia del marxismo italiano per contestualizzarlo, individuarne i limiti e
palesarne le conquiste teoriche. Non è un mero elenco di autori con relative
prospettive comuniste, poiché lo scopo del
saggio è la “rifondazione innovativa del comunismo”. Il comunismo e il
socialismo non si sono inabissati nella storia tra il 1989 e il 1991, ma sono
possibilità inscritte nella natura umana e quindi nella storia che attendono di
essere tradotte in atto. Nulla può ripetersi in modo eguale, in quanto la
natura umana si storicizza nelle condizioni date e gli esseri umani devono
confrontarsi, vivere e progettare nel loro tempo storico. Il futuro del
comunismo dipende, in primis, dal congedo del passato e ci si può
congedare solo dopo aver concettualizzato ciò che è stato. Nostalgie e
idealizzazioni di ciò che fu non aiutano a concettualizzare e finiscono per trasformarsi in rabbiosa
sterilità politica e metafisica. Da tale trappola, umanamente comprensibile,
bisogna rifuggire per riaprire i “chiavistelli della storia”.
Rifondare il comunismo, nel nostro tempo, significa confrontarsi con le resistenze ideologiche di tre categorie: politici, accademici e giornalisti, i quali si sono mostrati capaci di metamorfosi adattive mirabolanti e tese a difendere solo carriere e redditi personali. La loro presenza è stata nefasta e lo è ancora, in quanto hanno trovato nel liberismo la fonte da cui attingere prebende e gratificazioni narcisistiche. Ciascuno a proprio modo ha lavorato e lavora per neutralizzare la possibilità di rifondare il comunismo e l’alternativa. Gli accademici hanno in odio la filosofia e la metafisica e nelle facoltà che dovrebbero pensare l’alternativa si persegue un approccio descrittivo e specialistico ai problemi storici, politici e filosofici e in tal maniera nulla nasce nel deserto della segmentazione delle conoscenze. Il liberismo non può che dormire quietamente. La politica è spettacolo senza contenuti e rincorre l’omologazione e l’interscambiabilità dei contenuti: la destra è il duplicato della sinistra e viceversa. La politica spettacolo è uno dei mezzi più potenti per favorire ”il primitivismo di massa” e l’ottundimento generale. Il giornalismo è al servizio dei poteri forti e ha sostituito l’informazione e l’inchiesta con la chiacchiera. Il contesto è questo e bisogna attraversarlo nei suoi strati genealogici e nella “rete degli inganni” per “rivedere la luce della verità e della progettualità”:
“Il problema fondamentale sta a nostro avviso nel fatto che tre grandi categorie di persone agicono pesantemente per rendere impossibile questa rinascita. In primo luogo, il ceto dei politici e dei sindacalisti, che tendono irresistibilmente alla <<riduzione della complessità>> sociale, e che non a caso stanno pilotando un passaggio dalla politica intesa come rappresentanza (che trova nel metodo elettorale <<proporzionale>> la sua forma naturale) alla politica intesa come spettacolo, manipolazione e decisione oligarchica contratta fra lobbies finanziarie e mediologiche (che trova nel metodo maggioritario uninominale la sua forma naturale. In secondo luogo, il ceto dei professori universitari, questi sacerdoti della trinità formata dal Settorialismo, dalla Specializzazione e dalla Segmentazione (…). In terzo luogo, il ceto dei giornalisti, questi sacerdoti della trinità formata dalla Chiacchiera, della Curiosità e dell’Equvoco (…)[1]”.
Opposizioni senza dialettica da pensare
Non bisogna cadere nelle trappole pianificate dal sistema e dai suoi ideologici difensori. Il senso critico si affina e prende forma se si pratica un ulteriore congedo, ovvero è necessario emanciparsi dalle antitesi che riducono la realtà sociale, economica e culturale ad un tifo da stadio nella quale è sufficiente schierarsi e appartenere. Il semplicismo necrotizza la politica sul nascere e inauguro la sterilità ideologica. Costanzo Preve valuta tale approccio il più errato possibile, per aprire nuovi sentieri si deve rinunciare ai semplicismi rassicuranti, le cui vie sono lastricate di buone intenzioni e che conducono al “niente” con gran pace del sistema liberista che applaude degli epigoni che ancora lottano e si dissanguano per antitesi ormai superate e in non pochi casi mai realmente esistite. Per riprendere il sentiero interrotto del comunismo “il reale deve diventare razionale”. La prima opposizione da oltrepassare è la divisione netta tra struttura e sovrastruttura. Il mondo dello spirito è stato cannibalizzato dalla struttura economica. La sovrastruttura ha perso ogni autonomia e pertanto l’industria culturale e del tempo libero sono ormai parte integrante dello sfruttamento perpetuo sul lavoro come nella vita privata. Gli spazi di libertà sono ormai rarissimi e senza la rigenerazione culturale nulla sarà possibile:
“Per quanto riguarda il modello marxiano, è probabilmente fuorviante la sua riproposta nei vecchi termini dell’opposizione fra struttura e sovrastruttura. (…) Questa distinzione era comprensibile in un’epoca in cui il plusvalore relativo era meno importante del plusvalore assoluto, e in cui le forme culturali non erano ancora state realmente al capitalismo; ma con l’avvenuta sottomissione reale delle sovrastrutture alla struttura si verifica un’integrazione organica che sconsiglia la riproposizione dell’opposizione nella sua vecchia forma[2]”.
Spesso i comunisti si sono combattuti dividendosi fra “marxisti ortodossi e marxisti eterodossi”. La lotta fratricida ha favorito i nemici e prodotto frammentazioni rispondenti alla difesa, spesso, di posizioni di potere e di narcisismi deliranti. Le contrapposizioni sterili non sono certo dialettiche, pertanto al di là delle differenze ci sono i fondamenti comuni, e quindi i comunisti del futuro dovranno ritrovare i punti di accordo politico e programmatico senza i quali la lotta non potrà neanche essere avviata. Dividersi sulle differenze è semplice, ma lavorare per costruire solide alternative in cui riconoscersi al di là delle differenze è fondamentale:
“Per quanto riguarda la
storia del marxismo, riteniamo fuorviante la sua ricostruzione in termini di
opposizione fra ortodossia (Engels, Kautsky, Lenin, Stalin, Togliatti) ed
eresia (Rosa Luxemburg, Pannekoek, Trotsky, Mao Tesetung, Panzieri, Negri).
Questa opposizione è spesso meramente politica, o storico politica, e si limita
a descrivere lo svolgimento delle scissioni e delle contrapposizioni fra
maggioranze e minoranze, ma non entra quasi mai mai nel merito dei paradigmi
teorici di riferimento, che quasi sempre erano comuni a ortodossi e ad eretici
(…)[3]”.
La distinzione fra socialismo e comunismo ha anch’essa
contribuito al fallimento del comunismo storico. Il comunismo è gradualmente
diventato una chimera indecifrabile da attualizzarsi in un futuro
indeterminato, mentre la fase socialista ha subito un processo di
naturalizzazione e di degrado. Fra socialismo e comunismo non dovrà
intercorrere molto tempo, poiché “il comunismo proiettato perennemente nel
futuro” non può che comportare il disincanto e
non può che logorare la passione politica:
“È fuorviante
l’opposizione fra socialismo e comunismo, se essa viene intesa come separazione
temporale fra i due momenti, con la conseguenza inevitabile di pensare il
socialismo come regno dello stato e del mercato, ed il comunismo come regno
dell’esaudimento armonico di bisogni naturali in condizioni improbabili e
utopistiche di comunità non statuali e di comunanze non mercantili[4]”.
L’opposizione tra religione e cultura laica che storicamente
è stata uno dei capisaldi identitari che ha distinto la destra dalla sinistra
si è ormai vaporizzata, ciò malgrado non pochi marxisti continuano ad attaccare
la religione in nome della cultura laica dimostrando di essere scollati dalla
realtà, poiché il laicismo è diventato somma religione che sostiene il
capitalismo nelle sue derive mercificanti. La religione del laicismo respinge
il dialogo e onora i suoi dogmi con l’applauso gaudente dei nuovi fedeli che si
inginocchiano dinanzi al laicismo e ai suoi “eroi”. Destra e sinistra sono
categorie ormai inutilizzabili, poiché sono omologate. La destra privatizza,
mentre la sinistra libera i costumi dai vincoli etici per consegnarli al
mercato, esse lavorano all’unisono per il mercato e si dividono con una oscena
pantomima solo durante le elezioni:
“È fuorviante l’opposizione fra destra e sinistra, che mantiene una sua robusta legittimità quando la <<sinistra>> è ancora parzialmente esterna all’omologazione nel sistema politico-culturale capitalistico, ma che la perde quando quest’ultima ne diventa un’appendice organica[5]”.
Certo Costanzo Preve verificava che nel tempo del capitalismo
assoluto le due categorie sono superate e nel contempo proponeva il
comunitarismo quale correttivo del comunismo storico e teorico, poiché fondato
a livello metafisico mediante Aristotele e Hegel. La nuova prospettiva
comunista/comunitarista non doveva temere la contaminazione con valori reputati
in modo semplicistico di destra: stato, famiglia e comunità. Tali valori e
istituzioni all’interno della visione comunitarista e libertaria non potevano
che perdere i connotati autoritari e reazionari:
“È fuorviante
l’opposizione fra progresso e conservazione, che mantiene una sua robusta
legittimità in presenza di residui precapitalistici, ma che la perde quando la
generalizzazione capillare del legame sociale capitalistico fa diventare spesso
la <<conservazione>> di comunità solidali e di valori
etico-politici non omologati migliore del <<progresso>> nell’integrazione
subalterna[6]”.
Borghesia e proletariato sono ormai definizioni “non più accertabili”. Il capitalismo ha conservato prepotentemente le differenze sociali, ma ha omologato desideri e modelli di vita. Bisogna prendere atto di tale realtà, per cui appellarsi al proletariato quale forza rivoluzionaria è ormai inutile. Il nuovo Soggetto rivoluzionario è da individuare e da costruire:
“È fuorviante
l’opposizione fra Borghesia e Proletariato, che mantiene la sua robusta
legittimità in presenza dell’alterità ottocentesca fra cappelli e berretti,
tube e coppole, ma che la perde nella
fusione novecentesca delle due soggettività (…)[7]”.
Il nuovo Soggetto rivoluzionario dovrà essere capace di
gestire politica ed economia. La delega di tali funzioni alle “burocrazie” non
può che riprodurre gerarchie di potere e logiche di dominio, le quali non
possono che portare al fallimento dell’esperienza socialista-comunista. Nessuna
burocrazia lascia il potere liberamente, anzi
non può che insediarsi in esso e giustificare in modo perpetuo le sue interminabili
funzioni:
“È fuorviante l’opposizione fra Classe Operaia e Burocrazia, se essa nasconde demagogicamente il fatto che la <<burocrazia>> non è altro che il nome che viene dato all’incapacità sociale della classe operaia di esercitare la sua rappresentanza direttamente, trattandosi appunto di una classe non di imprenditori individualisti, ma di salariati dipendenti, che non possono fare a meno <<strutturalmente>> di farsi rappresentare (…)[8]”.
Materialismo e idealismo
devono essere ricongiunti nella loro unità veritativa: l’Essere come
espressione astratta e consapevole della comunità emancipata dalle scissioni
alienanti e gerarchiche. La rigida opposizione non può che riproporre contrapposizioni
e “filosofiche incompresioni”, le quali non possono che riprodurre stanche
divisioni. La storia della sinistra comunista è stata percorsa da diatribe
interne e da guerre intestine nelle quali i paradigmi filosofici erano solo
strumento per afffermare cricche di potere. Il materialismo e l’idealismo
devono ritrovarsi nell’unità dell’Essere:
“È furorviante
l’opposizione fra idealismo e materialismo, che dimentica l’oggetto unitario
del sapere filosofico, l’Essere come astrazione dell’unità contraddittoria del
lavoro sociale complessivo, e si inventa un dualismo rigido e presupposto fra
soggetto e oggetto, che finisce col classificare <<dalla parte
giusta>> pensatori che non ci dicono nulla su questa astrazione e <<dalla parte sbagliata>> altri
pensatori (da Platone a Hegel) che invece ce ne danno informazioni preziose[9]”.
L’opposizione, forse la più
mortale, è la contrapposizione fra dialettica e differenza, in quanto la
dialettica è possibile solo se le “differenze” si pongono in dialogo e questo è
ciò che connota in modo essenziale il comunismo:
“È fuorviante, infine,
l’opposizione fra dialettica e differenza, che dimentica che la dialettica è
bensì lo svolgimento contraddittorio di due opposti in correlazione essenziale,
e non solo lo scontro contingente di due contrari in casuale conflitto, ma che
la formazione irreversibile delle differenze ontologiche fra libere
individualità integrali è proprio il contenuto essenziale del comunismo
moderno, al di là e contro ogni sogno organicistico della ricomposizione
collettivistica nel Tutto[10]”.
Le opposizioni sono il segno di una storia lunga e ideologica che gradualmente ha disperso il suo patrimonio di passione e di motivazione all’edificazione del comunismo che gradualmente da “ideale politico” è divenuto strumento e mezzo di affermazione personale e lobbistico.
Una nuova storia nella coscienza autentica
L’elemento essenziale e insostituibile è la conspevolezza che il comunismo non è un dato prevedibile e profetizzabile in base alle leggi della storia e dell’economia. Il comunismo bisogna volerlo. Senza la soggettività politica ed etica che cerca e definisce le ragioni per lottare il comunismo non sarà possibile. Le rassicurazioni positivistiche hanno mostrato la loro realtà e verità, per cui solo le libere individualità possono rendere il comunismo reale nella storia materiale. Idealismo e materialismo si ricongiungono nella prassi. L’Umanesimo comunista di Costanzo Preve esige impegno, dedizione, passione e intelligenza etica. Nulla avverrà per caso o secondo le leggi ferree della storia:
“Dal momento che il comunismo non può a nostro avviso essere scientificamente ricavato dalle semplici contraddizioni <<oggettive>> del capitalismo, ma deve anche essere voluto da soggettività individuali e collettive appositamente costituitesi, risulta impossibile applicargli il metodo galileano delle necessarie dimostrazioni e delle sensate esperienze (cioè del sapere matematico assiomatizzato e degli esperimenti variamente verificabili o falsificabili)[11]”.
La storia del comunismo non è terminata nel 1991, sta a noi
continuare o trasformare l’esperienza del comunismo storico in progetto
faticoso e paziente nel quale la gratificazione è nella lotta etica e non in
altro. Con la fine del PCI e della Cortina di ferro si è entrati in una fase
cosmopolita che porta con sé la fine della specificità marxista italiana. Il
nuovo che verrà sarà un marxismo
internazionalista anche se radicato nella nazione, non più
provincialismi, dunque, e chiusure ideologiche ma partecipazione responsabile
che per essere tale non deve essere suddita di nessun sistema culturale o
politico. La forma organizzativa e il nuovo Soggetto sociale rivoluzionario
saranno assolutamente nuovi. La forma organizzativa come l’abbiamo conosciuta
impediva il dibattito teorico e la crescita qualitativa della teoria e della
prassi, per cui bisognerà pensare una nuova formula organizzativa tale da
neutralizzare “assalti al potere” e la cadaverica trasmissione della teoria politica ai
sussunti come accadde durante la Guerra fredda. La nuova forma organizzativa
impedirà come nel VI Libro de La
Repubblica l’assalto al
Timone della nave per ottenere ricchezza ed onori. Insomma il nuovo comunismo è ancora in
potenza e questo rende il futuro periglioso
e aperto a nuove configurazioni:
“E allora, che fare?
Già, che fare. In breve: il che fare consiste nel trovare una forma
organizzativa in grado di accettare l’innovazione teorica, di valorizzarla, e
di produrre un’unità fra teoria e pratica non basata sulla falsa coscienza[12]”.
Solo una buona antropologia filosofica
può nutrire l’organizzazione e farla fiorire, purtroppo tale verità colta
pienamente da Costanzo Preve è ancora lontana da essere compresa ed è il
problema primo che limita la “rifondazione del comunismo” e che favorisce,
invece, “i fedeli custodi del
capitalismo morente e assassino”.
Ancora oggi constatiamo che tra i
comunisti vige il “principio di autorità”, residuo mortale del vecchio PC con le sue gerarchie e
con le sue burocrazie intoccabili. Non conta la parola, ma il titolo, non conta
la storia del singolo ma la posizione che si occupa all’interno di organizzazioni e accademie e
ciò non può che neutralizzare la nascita di un nuovo soggetto teorico e
pratico. Costanzo Preve ha lottato e testimoniato da “comunista anomalo” che il
comunismo è libertà nella forma e dove
regnano la libertà, l’ascolto e il dialogo
le singole individualità vivono un processo dialettico che consente il
passaggio dalla postura ideologica all’universale. Il comunismo è dunque da
ripensare:
“Le difficoltà della
rifondazione comunista oggi stanno nel fatto che non sappiamo ancora
esattamente quale sarà il tipo antropologico diffuso del comunismo del Duemila,
e su quali basi esso definirà la sua identità, la sua individualità, le nuove
modalità della sua appartenenza e anche
della sua militanza (perché non crediamo che queste ultime spariranno: certo,
si modificheranno radicalmente)[13]”.
Se ciò non sarà fatto saremo travolti da una realtà, il
capitalismo, sempre più simile ad un universo lovecraftiano e,
disperazione e paura partoriranno
“mostri piccoli e grandi” che governeranno sui popoli resi plebi oranti e
inconsapevoli del “mostruoso” e del “male” reso ordinario e banale. L’Istina e
la Pravda saranno il fondamento della prassi veritativa del comunismo, in quanto non è sufficiente la descrizione
oggettiva del dato storico (Pravda), ma è necessaria la vitalità plastica
(Istina) del Soggetto rivoluzionario a dare forma al comunismo.
[1]
Costanzo Preve, Ideologia italiana, Vangelista, 1993 pp. 209 210
[2] Ibidem pp 210 211
[3] Ibidem pag. 211
[4] Ibidem pp. 211 212
[5] Ibidem pag. 212
[6] Ibidem pag. 212
[7] Ibidem pag. 212
[8] Ibidem pag. 212
[9] Ibidem pag. 213
[10] Ibidem pag. 213
[11] Ibidem pag. 145
[12] Ibidem pag. 221
[13] Ibidem pp. 221 222