In un recente scambio avvenuto nei commenti di una pagina Facebook femminista, è emersa in modo cristallino una precisa narrazione contemporanea: l’equazione secondo cui i movimenti critici verso il femminismo sarebbero assimilabili a organizzazioni terroristiche. Secondo questa tesi, chi critica la cosiddetta “quarta ondata” teorizzerebbe la violenza sistematica contro le donne come stile di vita. A fare da corollario a questa accusa, si giustificano affermazioni aberranti del tipo “uomo morto non stupra”, difese apertamente come reazioni “fisiologiche” a un presunto pericolo costante di violenza sessuale, come si evince drammaticamente da stralci di conversazione come questo:
Un simile impianto argomentativo merita di essere decostruito nei suoi presupposti logici, storici e politici.
La differenza tra stragismo e terrorismo
La
prima tesi da smontare è quella del cosiddetto “terrorismo
incel”, termine abusato per criminalizzare in blocco il dissenso
e la “maschiosfera”. Da un punto di vista rigoroso, la
qualifica di “terrorismo” presuppone un’organizzazione
strutturata e una precisa finalità di sovvertimento delle
istituzioni politiche. Il fenomeno dei mass
shooters
nordamericani si inquadra invece nella categoria dello stragismo.
Quando questo stragismo ha connotati ideologici, è quasi sempre legato ad ambienti del militarismo, dell’estrema destra e della gun culture (non a caso, esiste un lungo elenco di stragi perpetrate da agenti militari o ex militari). Al contrario, la furia omicida attribuita alla galassia “incel” si configura come uno stragismo a-ideologico: un giustizialismo mosso da vissuti di grave sofferenza ed emarginazione, inquadrabile come una patologica “riparazione al torto”, del tutto priva di un reale orizzonte politico eversivo.
Il
finto problema del linguaggio e l’indignazione a senso unico
Il
secondo argomento utilizzato per etichettare come “terroristi”
i critici del femminismo riguarda il linguaggio, in particolare l’uso
in certi forum dell’acronimo “NP” (“non persone”) per
riferirsi alle donne. La bolla femminista tenta di presentare l’uso
di questo acronimo come la prova regina di una disumanizzazione
sistematica del genere femminile e, di conseguenza, di un’attitudine
terroristica. Ma qual è la reale portata di questo termine, se lo si
contestualizza anziché estrapolarlo per indignarsi a comando?
Per comprenderlo, è sufficiente osservare lo screenshot qui sotto:
Di
fronte alla tragica notizia di un ragazzo sfregiato e ucciso dalla ex
compagna a Pomezia, un’utente commenta placidamente: “E
va be ogni tanto muore in uomo”,
seguita a ruota da un’altra che rincara la dose: “I
maschi umani sono troppi. Molti di loro sono inutili e moltissimi
sono dannosi”.
L’acronimo
“NP” viene spesso utilizzato in quegli spazi virtuali
proprio per commentare, con amaro cinismo, uscite di questa inaudita
gravità. Definire “non persona” chi è capace di deridere
un ragazzo sfregiato con l’acido solo perché appartiene al genere
maschile, significa evidenziare la totale assenza di umanità ed
empatia di chi scrive simili nefandezze.
Tuttavia, l’indignazione appare rigorosamente a senso unico: la stessa ideologia che grida al terrorismo per un acronimo gergale, chiude entrambi gli occhi di fronte alla reale e documentata disumanizzazione degli uomini, sdoganando quotidianamente epiteti come “Giancazzo” e definendo il genere maschile attraverso etichette come “casi umani”, “sfigati” o lo stesso termine “incel”, usato come comodo sinonimo per indicare che l’esistenza di un uomo privo di successo relazionale non ha alcun valore.
Le
radici dell’odio e l’ipocrisia dei “modelli”
Se
il metro per definire “pericoloso” un movimento è la
presenza di un linguaggio d’odio, è doveroso fare un’operazione di
onestà intellettuale e analizzare i testi e le vite delle “madri”
teoriche del femminismo. Fin dagli albori, il movimento ha mostrato
pesanti ombre razziste e suprematiste: le pioniere del suffragio
americano (come Elizabeth Cady Stanton, Susan B. Anthony, Henry
Blackwell e Laura Clay) promossero il voto per le donne bianche come
strumento per neutralizzare il peso politico e demografico degli
afroamericani dopo l’abolizione della schiavitù. Esponenti come
Rebecca Felton arrivarono a invocare “un linciaggio sistematico
1000 volte a settimana” pur di “proteggere la virtù
femminile”.
Ma
le contraddizioni più profonde emergono guardando a icone
intoccabili come Simone de Beauvoir, autrice de Il
secondo sesso.
Considerata la madre del femminismo, durante l’occupazione nazista di
Parigi condusse una vita spensierata lavorando per la radio
collaborazionista Radio Vichy (1943), mostrando un’agghiacciante
indifferenza verso le persecuzioni antisemite. Riguardo a una sua ex
amante ebrea in fuga, de Beauvoir scrisse con freddezza a Sartre che
la donna “vaticina come una Cassandra esitando fra il campo di
concentramento e il suicidio”, senza muovere un dito per
aiutarla.
Sul piano morale, la sua figura è gravata da derive inquietanti: licenziata dall’insegnamento nel 1943 per corruzione di minore, venne in seguito descritta nelle Memorie di una ragazza disturbata di Bianca Lamblin come una “mangia bambine” e una “mezzana” che procurava giovani fanciulle a Sartre. Non stupisce, dunque, che nel 1977 de Beauvoir abbia firmato e promosso su Libération una petizione per depenalizzare le relazioni sessuali con minori di 15 anni. Infine, la sua stessa impalcatura teorica crolla nel privato: mentre bollava come schiavitù la devozione romantica femminile, nelle lettere private all’amante Nelson Algren usava un linguaggio di totale dipendenza, definendosi “la vostra moglie Ranocchia” e “vostra moglie per sempre”.
La
teorizzazione esplicita della violenza
Passando
al femminismo radicale, la misandria cessa di essere un corollario e
diventa manifesto politico, superando di gran lunga le frasi isolate
di qualche utente su un forum. Valerie Solanas definiva l’uomo un
“errore genetico” e auspicava senza metafore “lo
sterminio degli uomini” e “l’eliminazione fisica di metà
del genere umano” nel suo manifesto, ancor oggi stracitato e
ammirato. Germaine Greer affermava che “i maschi sono il
prodotto di un gene danneggiato”, mentre Robin Morgan teorizzava
che “l’odiare i maschi, sia un onorevole e vitale atto
politico”.
La
teorizzazione della violenza fisica e sociale è esplicita e
documentata da decenni:
- Andrea
Dworkin:
“Io voglio vedere un uomo picchiato a sangue, e con un tacco a
spillo conficcato in bocca, come una mela nella bocca di un porco”.
- Francoise
d’Eaubonne:
“Dobbiamo terrorizzarli ancora… e ancora, e distruggerli come
potere, finché anche l’ultima loro voce verrà azzittita… allora
avremo distrutto il nucleo della famiglia”.
- Sarah
Jeong:
“Abbiamo bisogno di una lotteria della castrazione per gli
uomini bianchi. Ogni mese estraiamo una data di nascita, separiamo
gli scarti e tagliamo un po’ di scroti, preferibilmente in un grande
raduno pubblico”.
- Sophie
Lewis:
“L’aborto è una forma necessaria di violenza. Un tipo di
omicidio che dobbiamo poter difendere”.
- Shulamith
Firestone:
“Il tabù dell’incesto, serve solo a preservare la famiglia. Se
ci sbarazzassimo della famiglia, non ci sarebbe più niente di male
se un bambino avesse rapporti sessuali con la madre”.
Questa non è l’opinione isolata di un commentatore occasionale, ma una cultura organizzata che criminalizza in massa la metà del genere umano, teorizzandone apertamente l’inferiorità o l’eliminazione.
Il
vero terrorismo: l’estremismo femminista e woke
La
terza fallacia è l’assunto di un presunto suprematismo morale
femminile, basato sul sillogismo razzista secondo cui gli atti
stragisti sarebbero un’esclusiva maschile e, di conseguenza, gli
uomini sarebbero moralmente inferiori o oppressori. La realtà
empirica smentisce clamorosamente questa visione. Non solo esistono
note autrici di massacri scolastici e omicidi mossi da moventi
ideologici affine ai movimenti LGBT e intersezionali – come Audrey
Elizabeth Hale alla Covenant School, Jesse Strang o Ariel Robinson
(che uccise la figlia adottiva affinché non diventasse “una
stronza bianca privilegiata”) – ma la violenza strutturata
trova un terreno sempre più fertile all’interno dei movimenti
radicali contemporanei.
Mentre
si tenta di creare dal nulla lo spauracchio del “terrorismo
incel”, si tace sul fatto che frange femministe e movimenti
abortisti sono sempre più coinvolti in atti di palese estremismo
violento, come ben documentato dalle inchieste pubblicate sul portale
La
Fionda.
Assistiamo a una vera e propria escalation:
dalle aggressioni sistematiche agli esponenti pro-vita, ai
vandalismi, fino alla devastazione fisica di centri e associazioni
che non si allineano al pensiero dominante. In questo panorama di
radicalizzazione si inseriscono derive macabre e grottesche, come le
pratiche di “intrattenimento” di alcune femministe
pro-aborto che si dilettano in simulazioni aberranti come lo “spara
al feto”.
Un gesto che, lungi dall’essere semplice goliardia, rappresenta la
normalizzazione di una violenza simbolica spaventosa e svela una
radicata disumanizzazione.
Eventi
recenti, come la preoccupante “adunata” ideologica di
Genova e l’imposizione di dogmi attraverso la cosiddetta “distruzione
woke”,
non sono semplici manifestazioni di dissenso, ma prove di forza
muscolari e intimidatorie.
Si
tratta di un’ideologia totalizzante che, ammantandosi di vittimismo e
rivendicando una pretesa superiorità morale, si arroga il diritto di
usare la prevaricazione, la censura e la violenza urbana per
silenziare il nemico politico. E lo fa operando con l’avallo – o
quantomeno il silenzio complice – di gran parte del sistema
mediatico mainstream.
Questo è l’unico fenomeno contemporaneo nel panorama occidentale che si avvicini realmente alla definizione giuridica e politica di terrorismo: azioni coordinate, ideologicamente motivate e mirate al sovvertimento dell’ordine e all’intimidazione di una parte della popolazione.
Conclusione:
la fuga dal contraddittorio
Spostare
il focus dalla legittima critica sociologica all’accusa di
“terrorismo” è il trucco retorico definitivo per
criminalizzare l’avversario ed evitare di confrontarsi nel merito.
Dimostrare la fragilità, il razzismo intrinseco e il dogmatismo di
questa bolla ideologica è, in realtà, la cosa più semplice del
mondo: basta chiedere a chi ne fa parte di accettare un confronto
pubblico sulle proprie tesi.
Come
ampiamente dimostrabile dalle dinamiche che animano i social network,
di fronte all’invito a discutere dati statistici e all’offerta di un
dibattito civile con professionisti e accademici, la risposta di
queste sedicenti paladine dei diritti è inevitabilmente la fuga. Si
rifiuta l’agone, si ignorano le fonti scomode, si tenta di
delegittimare i titoli di chi dissente e si chiude la porta con
disprezzo, trincerandosi dietro un emblematico “non
ho tempo da perdere con te”.
Un’ideologia che ha bisogno di etichettare chiunque sollevi un dubbio logico come “terrorista”, “misogino” o “fascista”, non sta difendendo i diritti civili; sta disperatamente proteggendo un monopolio narrativo. Il rifiuto sistematico del contraddittorio è la spia del cortocircuito democratico in atto: chi accusa i propri critici di estremismo è, tragicamente, immerso fino al collo in quello stesso fanatismo che dice di voler combattere.