Nel 1919 con Alien Act del 1918, gli Stati Uniti democraticamente, espulsero gli immigrati pericolosi per il “sistema capitalistico e per la sua sicurezza nazionale”. Il volto reazionario del capitalismo emerge con facilità dalla sua storia e non c’è bisogno di svolgere grandi ricerche perchè si renda palese il volto illiberale del liberismo. Nel 1919 “Emma la Rossa” fu espulsa e trasferita in Unione Sovietica dove soggiornò per circa due anni. Gli anni trascorsi in Unione Sovietica in un momento storico di passaggio e consolidamento del comunismo sovietico assediato dai bianchi e dall’occidente ci restituiscono l’immagine di un comunismo in difesa. Il comunismo sovietico deluse Emma Goldman. L’anarchica aveva altre aspettative. I limiti e le tragedie descritte nel suo testo La sconfitta della rivoluzione russa e le sue cause sono da contestualizzare nel clima politico e militare del tempo. Il capitalismo assedia, esaspera e inquieta e, pertanto, pone sempre le condizioni, affinchè l’alternativa al capitale si degradi in forme di autoritarismo. L’impari lotta tra i capitalisti e i comunisti segnò la storia dell’Unione Sovietica perennemente sotto assedio, pertanto immense risorse furono utilizzate per la difesa militare. Il comunismo fu edificato sulle ceneri dello zarismo, e dunque su un sistema semifeudale politicamente ed economicamente debole e tutto ciò rese l’edificazione del comunismo tragico ed eroico. Nel testo della Goldman si rivelano i limiti, ma scarseggia la consapevolezza e l’analisi storica del contesto. Ella fin da subito individuò nelle politiche autoritarie il pericolo principale, in quanto la sudditanza al partito non poteva che condurre allo scollamento tra vertici e popolo, tra ideale e reale fino a logorare sin da subito l’afflato e le speranze rivoluzionarie:
“Perché una rivoluzione riesca a superare bene tutte le resistenze e gli ostacoli che le si oppongono con violenza, è molto importante che l’idea rivoluzionaria guidi in ogni istante le masse popolari come una fiamma sacra, che il popolo avverta in ogni momento il caldo pulsare della rivoluzione. In altre parole, le masse devono sempre sentire che la rivoluzione è opera loro, che sono impegnate attivamente nel diffìcile compito di creare una società nuova. Per un breve periodo dopo la rivoluzione d’Ottobre operai, contadini, soldati e marinari erano effettivamente i padroni della situazione rivoluzionaria; presto però vi si è intromesso con pugno di ferro lo Stato comunista che ha tolto la Rivoluzione al popolo per asservirla ai propri obiettivi ”.
La pace di Brest-Litovsk nel marzo 1918 segnò il destino della rivoluzione ai suoi esordi. Le requisizioni forzate furono la conseguenza della perdita dell’Ucraina produttrice di grano e della necessità di sostenere città e industrie nello sforzo bellico. I comunisti sovietici erano sottoposti a condizioni estreme, era minacciata la loro sopravvivenza e tutto avvenne di conseguenza:
“La rasverstka, cioè la requisizione forzata delle derrate, seguì immediatamente alla pace di Brest-Litovsk. I bolscevichi sostennero di non poter fare a meno della rasverstka in quanto i contadini si sarebbero rifiutati di approvvigionare le città. Ciò è vero solo in parte. Effettivamente i contadini si rifiutavano di consegnare i loro prodotti agli agenti del governo. Chiedevano di potersi mettere in contatto direttamente con gli operai, ma gli si negava questo diritto. L’incapacità del governo bolscevico e la corruzione della sua burocrazia hanno contribuito notevolmente a risvegliare il malcontento fra la popolazione rurale. I manufatti industriali promessi ai contadini in cambio dei prodotti agricoli o non arrivavano quasi mai a destinazione o, tu tt’al più arrivavano danneggiati o in quantitativi inferiori alle quote stabilite ”.
Le cooperative nel 1918 furono sciolte, ma ciò non fu dovuto allo “statalismo naturale-ideologico del comunismo”, ma ancora una volta, mentre infuriava la guerra civile, si era costretti a controllare la produzione per poter sostenere la difesa dagli aggressori. Tra i 14 e i 16 nazioni aggredirono la Russia comunista e, marciavano sul suo territorio, erano alleati di conservatori e zaristi, non c’erano le condizioni storiche per sperimentare il comunismo libertario:
“Le cooperative erano una grande forza economica e culturale nella vita del popolo russo. Nel 1918 la cooperazione disponeva in Russia di una rete di 25 mila organizzazioni affiliate e aveva nove milioni di soci. Il suo capitale sociale ammontava allora a 15 milioni di rubli e il volume totale delle transazioni effettuate nell’anno precedente era di 200 milioni di rubli. Le cooperative non erano certo organizzazioni rivoluzionarie, ma erano il tramite indispensabile tra la campagna e la città. Quant’ anche fossero controrivoluzionari gli elementi che le dirigevano, era possibile eliminarli facilmente senza dover abbattere per questo l’intera organizzazione. Ma come permettere l’attività a questi organismi senza che ciò sembrasse una limitazione del potere centrale dello Stato? Per questa ragione si «liquidarono» le cooperative distruggendo così completamente una valida componente per la ricostruzione della Russia. Più tardi invece, quando questa organizzazione era stata tolta di mezzo e gli uomini e le donne che vi avevano lavorato cosi bene erano costretti all’inerzia nelle prigioni bolsceviche, Lenin si batté nuovamente il petto ”.
Anche l’esperienza dei soviet ne fu travolta e da organi di partecipazione plurale e popolare si trasformarono nell’eco dei vertici della burocrazia rossa. Un intero sistema era in ostaggio del capitalismo che minacciava l’invasione e di agire dall’interno:
“Oggi i soviet funzionano unicamente nella misura in cui sono portavoce del partito comunista; nessun’altra opinione politica ha possibilità di farsi sentire. I metodi elettorali dei comunisti susciterebbero l’invidia perfino di Tammany Hall. Poco dopo il mio rientro in Russia un eminente comunista mi confessò: «Tammany Hall e Padrón Murphy ci fanno solo ridere». Pensai naturalmente che scherzasse, ma presto mi potei convincere che aveva parlato sul serio. I bolscevichi non disdegnano nessun trucco per aumentare il numero di voti comunisti. Quando i metodi normali rischiano di fallire minacciano la sospensione delle razioni e l’arresto ”.
La Guerra civile aveva causato milioni di morti, pertanto la reazione fu coerente con il clima di violenza che attraversava la Russua sovietica. Era in corso un duello mortale, pertanto lo stato sovietico usò la Ceka per individuare i nemici interni. Non erano fantasie paranoiche ma realtà, i nemici agivano all’interno dello stato sovietico ed erano sostenuti dai servizi segreti occidentali. Tutto fu terribile, ma nulla avvenne casualmente. Se la parte non è riportata al tutto è incompresa:
“La Ceka, la Commissione straordinaria di tutta la Russia, è senza dubbio l’istituzione più funesta del regime bolscevico. I bolscevichi la crearono poco dopo la presa del potere come stmmento per combattere la controrivoluzione, il sabotaggio e la speculazione. Inizialmente la Ceka era controllata dal Commissariato dell’interno, dai soviet e dal comitato centrale del partito comunista. Ma a poco a poco è divenuta la più potente organizzazione della Russia. Oggi la Ceka più che uno Stato nello Stato è uno Stato al di sopra dello Stato. L’intera Russia, fino ai villaggi più remoti, è coperta da una rete di piccole Ceka. Ogni dipartimento di questo estesissimo sistema burocratico ha una sua Commissione straordinaria il cui strapotere decide della vita e della morte della popolazione. Occorrerebbe la penna di un Dante per descrivere in tutta la sua agghiacciante atrocità l’inferno creato da questa organizzazione: l’azione disumanizzante e corrosiva che esercita sui suoi complici; il terrore, la diffidenza, l’odio; le sofferenze e i tormenti che ha inflitto alla Russia ”.
I sindacati similmente ai soviet gradualmente persero la loro funzione libertaria, malgrado il dibattito interno sul modello da adottare. La grande paura della guerra, le condizioni invivibili causate dall’assedio e un sistemo economico praticamente annichilito favorirono lo svuotamento ideale anche dell’esperienza sindacale. Il nemico respinto sul campo di battaglia, vinceva politicamente in quanto la sua pressione aveva reso il comunismo un regime e ciò favoriva la propaganda anticomunista:
“L’unica funzione è quella di fare gli sbirri per lo Stato. Si capisce come una situazione simile non potesse durare a lungo senza provocare il più grave malcontento fra gli operai. In effetti nel 1920 questo malcontento assumeva forme talmente generali e minacciose da preoccupare seriamente il governo. La controversia circa la funzione dei sindacati si è aperta verso la fine del 1920 e ben presto è risultato chiaramente che perfino all’interno del partito comunista le opinioni su questo problema importantissimo sono estremamente discordi. Tutti i capi comunisti sono intervenuti in questa polemica accesissima dalla quale dipenderà la sorte dei sindacati. Le tesi messe a confronto rispecchiano i quattro schieramente principali. Il gruppo di Lenin e Zinov’ev difende il principio «che i sindacati nella dittatura del proletariato devono essere scuole di comunismo». La seconda tendenza è quella di Razanov e seguaci; essi sostengono che i sindacati debbono mantenere la loro funzione difensiva e di garanzia economica degli operai. La terza posizione è quella di Trockij, quel genio militare che riesce a pensare ormai solamente in termini di militarizzazione. Egli sostiene che col tempo i sindacati dovranno assumere l’organizzazione e il controllo dell’industria, ma che oggi la nomina della loro direzione dive dipendere da criteri militari. L’ultimo e più serio schieramento è l’Opposizione operaia guidata da Aleksandra Kollontai e da Slapnikov; rappresenta i reali interessi degli operai ed è da essi appoggiata. Secondo l’Opposizione operaia la militarizzazione dei sindacati ha soffocato l’interesse dei lavoratori per la ricostruzione economica del paese e paralizzato la produttività. Si chiede perciò la liberazione del proletariato dal giogo dello Stato burocratico con i suoi funzionari corrotti e si rivendica la possibilità di un impiego produttivo delle forze popolari ”.
Il disastro economico fu pagato dai lavoratori. Con la NEP dal 1921 l’orario lavorativo divenne insostenibile. Bisognava produrre per salvare la rivoluzione:
“La giornata lavorativa di otto ore, istituzione quasi universale in Russia nei quattro anni passati, oggi de facto non esiste più. L’organo ufficiale del partito, la «Pravda» di Mosca, nel dicembre 1921, vede così la situazione: Solo in ottantasei su 695 imprese industriali è ancora osservata la giornata di otto ore. Nella maggior parte delle altre aziende si lavora nove ore al giorno. In quarantaquattro aziende si lavora da dieci a dodici ore, in undici da quattordici a sedici ore, in altre quarantaquattro l’orario lavorativo non è regolato. In alcune imprese si sono trovati perfino bambini che lavoravano da dodici a quattordici ore al giorno. I panificatori sono sfruttati peggio di tutti, lavorano da dodici a diciotto ore al giorno. Queste cifre si riferiscono alle condizioni di lavoro nella sola capitale; in provincia è ancora peggio. I minatori del bacino carbonifero del Don, per esempio, lavorano ininterrottamente sedici o diciassette ore al giorno. Nelle fabbriche statali di cuoio e pellami di Vitebsk la giornata lavorativa di dodici ore è la norma. Nell’industria della pesca di Astrakan, stando al rapporto presentato da un delegato locale alla II Conferenza panrussa per la protezione del lavoro, in effetti l’orario di lavoro è illimitato ”.
Malgrado l’analisi di Emma Goldman sia deficitaria nella ricostruzione storica e non tenga in debito conto il contesto generale, pone una domanda vitale per il futuro del socialismo e del comunismo, ovvero che esso sin da subito ha la necessità di mostrare la sua differenza dal capitalismo e il punto cardine è la partecipazione del popolo nelle organizzazioni di base:
“Che ne sarà del marxismo, che predica che la rivoluzione sociale è l’atto di nascita di una nuova società? Nei principi e nei metodi applicati attualmente in Russia si scorge una traccia di questa nuova società? Il marxismo così come lo interpreta lo Stato bolscevico è stato ed è tutt’ora una macchinazione micidiale per la rivoluzione russa ”.
Il socialismo non è stato sconfitto, è ancora vitale nel nostro secolo, la Cina ne è un esempio, ma anche nel caso cinese il futuro sarà determinato non solo dalla sua capacità produttiva, indiscussa e indiscutibile, ma ancor più rilevante sarà ed è la sua “forza partecipativa”. Su questo ci si gioca il consenso in occidente sul “modello cinese”. Ditttature e sistemi autoritari non sono conformi alla natura umana politica e solidale e pertanto sono destinati a logorarsi dall’interno (e dall’esterno) malgrado i successi economici. La storia continua ad ammonirci e a indicarci i percorsi da evitare e da limitare massimamente nel tempo, affinchè non prevalgano le forze controrivoluzionarie e autoritarie che da sempre sono il pericolo da riconoscere e da sconfiggere subitaneamente e se ciò non avviene prontamente la rivoluzione sarà destinata ad un mortale declino. La Rivoluzione sarà reale solo se sarà preceduta dalla formazione politica libertaria e in questo, in ultimo, non si può non essere concordi con Emma Goldman:
“Uno degli impegni più vitali del sindacalismo è di preparare oggi gli operai al loro ruolo in una società libera. Perciò le organizzazioni sindacaliste forniscono ai propri membri libri di testo su ogni tipo di mestiere e occupazione, tali da rendere ogni operaio provetto nel settore che si è scelto, un maestro nella sua arte, ma al contempo pratico di ogni ramo della sua industria, così che quando la classe lavoratrice assumerà finalmente il controllo della produzione e della distribuzione, tutto il popolo sarà pronto a gestire con competenza le proprie attività. Una prova dell’efficacia di questa campagna di educazione lanciata dal sindacalismo ci è offerta dai ferrovieri italiani, la cui padronanza di ogni dettaglio tecnico del loro settore è tale che già adesso potrebbero assumere la direzione delle ferrovie del paese e garantirne il funzionamento in modo ben più economico e con un minor numero di incidenti di quanto accada sotto l’attuale gestione statale. I sindacalisti hanno dato un’altra eclatante prova della loro capacità di portare avanti da soli la produzione in occasione dello sciopero dei vetrai in Italia. In quel caso, invece di restare inoperosi finché durava lo sciopero, gli scioperanti hanno deciso di assumere in proprio la produzione del vetro. Il grandioso spirito di solidarietà generato dalla propaganda sindacalista li ha resi capaci di mettere su un vetrificio con una rapidità incredibile ”.
[1] Emma Goldman, La sconfitta della rivoluzione russa e le sue cause, filo rosso Milano, 1977 pag. 18
[1] Ibidem pag. 20
[1] Ibidem pag. 22
[1] Ibidem pag. 23
[1] Ibidem pag. 27
[1] Ibidem pag. 35
[1] Ibidem pag. 37
[1] Ibidem pag. 30
[1]Emma Goldman Sindacalismo: teoria e pratica (1913) in
Libertà o niente, Eleutehera 2021, pag.
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