Il declino degli ideali e della prassi comunista che si constata nella contemporaneità ha la sua causa in un groviglio di contingenze storiche i cui effetti giungono fino a noi. L’articolo di Costanzo Preve “Essere marxisti oggi Un invito al dibattito teorico in sette punti” del 1988 è attualissimo, è uno specchio nel quale i comunisti del nostro tempo possono guardarsi e riconoscersi. Certo, rispetto al 1988, la condizione è notevolmente più difficile. Non esiste un Partito comunista. Si è frantumato in una serie di minuscoli “club” . Ciascuno riesce ad ottenere pochi decimali alle elezioni e nell’immaginario comune il comunismo è associato allo stalinismo. Il sistema ha usato in modo proficuo la caduta del Muro di Berlino. Siamo tra le macerie del presente e tra le macerie bisogna riprendere il cammino.
Essere comunisti in
assenza di un partito popolare è quasi eroico. La missione resta quella
descritta da Costanzo Preve: ricostruire la progettualità con linguaggio
chiaro, in modo da evitare forme desuete di snobismo culturale. Semplicità
senza semplicismo, in tal modo resistenze e pregiudizi possono-potrebbero
cadere. Si tratta di un lavoro lungo e poco gratificante il cui esito non è
scontato. Nel tempo dell’individualismo senza
etica, i comunisti devono mostrare che il comunismo è alleanza fra
individualità e comunità, e tale processo emancipa dalla “solitudine senza
eguali” del liberismo nella quale l’individualità affonda per smarrirsi in
nuove e antiche forme di miseria materiale e spirituale:
“Essere marxisti oggi, significa soprattutto spiegare il marxismo alla gente comune, nel modo più semplice possibile. La semplicità, naturalmente, non ha nulla a che vedere con la semplificazione. Fra le due nozioni, vi è la differenza che c’è fra l’oro e il piombo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, in condizioni assai migliori delle attuali, il marxismo semplificato portò a far ritenere come sbocco “di sinistra” il modo nuovo di fare l’automobile, l’industrializzazione della piana di Gioia Tauro, la ricostruzione estremistica di partitini settari. Negli anni Settanta, in condizioni comunque migliori delle attuali, il marxismo semplificato non seppe resistere e crollò di schianto di fronte alle teorie della cosiddetta ‘“complessità” (cioè della opacizzazione della società a sé stessa travestita da presa di coscienza virtuosa), del differenzialismo postmoderno, e della “sinistra europea” integrata nel capitalismo delle multinazionali. Essere marxisti oggi significa spiegare che tutto questo fu dovuto anche e soprattutto ad errori umani, e non stava affatto già scritto nella volontà divina. Essere comunisti oggi è molto più difficile di essere marxisti oggi. Il comunista di oggi deve essere tale in assenza di un partito comunista di massa esterno, in una situazione in cui le stesse “parole” che fanno la sua identità sono colonizzate dalla manipolazione e gli vengono rovesciate contro. Egli non deve e non può ripetere la strada, rivelatasi senza uscita, degli anni Venti, in cui i vari Antonio Gramsci, Camilla Ravera, Teresa Noce, Luigi Longo, eccetera, formavano piccole comunità chiuse ed in sé “perfette”, in cui il comunismo era per così dire “anticipato” nel gruppo solidale dei compagni. Oggi l’alleanza nuova è fra la libera individualità ed il comunismo, al di là di ogni sogno di “organismo” anticipante (e si vedano in proposito i recenti studi del marxista francese Lucien Séve, che più di ogni altro ha ben colto questa dimensione)[1]”.
Ci sono comunisti che hanno dubitato fino a cambiare
schieramento. Il loro dubbio iperbolico, in realtà, ha celato e cela un opportunismo ideologico senza eguali. Il
dubbio è “buona cosa”, se invita a ripensare la prassi, ma se diventa
paralizzante consente al nemico di avanzare velocemente e, spesso, esso è il
sintomo del nichilismo che ha logorato i comunisti. I comunisti devono, invece,
dimostrare la validità delle categorie marxiane e devono essere veicolo di
lettura reale e razionale dello sfruttamento. Quest’ultimo non dipende da cause
astronomiche o dalla natura, ma è l’effetto di processi consustanziali al modo
di produzione capitalistico. Il dubbio è parte integrante dei processi di
emancipazione, con esso si aprono nuovi campi di sperimentazione teoretica e si
risemantizza il pensiero marxiano, ma non dev’essere iperbolico. Il dubbio
iperbolico segnala una crisi senza speranza e senza soluzione, e di questo, non
abbiamo bisogno. Il dubbio è dialogo e
verifica; il dubbio iperbolico è la fine della vitalità del comunismo:
“Per molti oggi il necessario dubbio metodico è diventato una sorta di dubbio iperbolico. Così come Cartesio a suo tempo dubitava dell’esistenza del mondo esterno, oggi alcuni cominciano a dubitare che il capitalismo esista, che il marxismo sia in grado di comprenderlo, che il superamento comunista dello sfruttamento sia una finalità che valga la pena di perseguire. È bene dire che con questo atteggiamento si può anche chiudere subito baracca e burattini. Chi estende l’indispensabile dubbio metodico a questa vertigine iperbolica si autoesclude di fatto anche e soprattutto dalla comunicazione scientifica, filosofica e politica, tendente a migliorare gli stessi paradigmi concettuali di riferimento. A suo tempo Hegel si espresse così: «Questo contegno puramente negativo che vuole rimanere mera soggettività e parvenza, cessa proprio con ciò di essere qualcosa per il sapere; chi rimane fermamente attaccato alla vanità che a lui così pare, che egli ritiene così, e non vuole assolutamente che le sue espressioni siano ritenute un elemento oggettivo del pensare e del giudicare, costui bisogna lasciarlo stare; la sua soggettività non importa a nessun altro uomo, e tanto meno alla filosofia o la filosofia ad essa». Vi è poco da aggiungere. Con coloro che dubitano iperbolicamente della stessa esistenza del marxismo, del capitalismo e del comunismo, è bene passare immediatamente alla discussione su Gullit e Maradona e sui loro rispettivi meriti[2]”.
Sfruttamento e teoria del valore
Ci sono capisaldi irrinunciabili malgrado la tempesta del dubbio: la teoria del valore e l’alienazione sono i fondamenti del comunismo. Senza la teoria del valore il comunismo non è tale, si trasforma, come constatiamo nel nostro tempo, in una vaga sinistra espressione delle classi agiate e globaliste che sostengono il liberismo senza limiti e lo sfruttamento legalizzato. “Teoria del disvelamento”, la teoria del valore ricostruisce la relazione tra “pensiero ed essere”, essa è la categoria con cui rendere razionali le reali cause di un numero innumerevole di fenomeni sociali e di pubbliche tragedie che attendono di essere decodificate. I comunisti hanno il compito di infrangere le barriere del silenzio e dell’irrazionalità che dominano incontrastate. Il comunismo getta una luce razionale sullo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente. Pensare di risolvere l’urgenza ecologica lasciando il sistema capitalistico inalterato, si pensi all’ambientalismo green, è una ingenuità complice con cui i comunisti devono confrontarsi. Il capitalismo è sfruttamento, pertanto solo se vi è l’esodo dallo sfruttamento il pianeta con i suoi abitanti potrà sopravvivere:
“La teoria marxiana del valore, dunque, non è una teoria storico-naturalistica, eterna, sul rapporto fra Uomo in generale e Natura in generale. Essa è una teoria che fa tutt’uno con la teoria dell’alienazione del lavoro salariato e con la teoria del feticismo delle merci. Lungi dall’occultare il costo ambientale del processo produttivo, essa al contrario svela il perché nel capitalismo sia possibile contabilizzare soltanto il puro valore della forza-lavoro. Si tratta di una teoria scientifica del disvelamento, e non di una teoria ideologica dell’occultamento. Si aggiunga, in proposito, che già Marx nella Critica al programma di Gotha aveva criticato in anticipo ogni possibile fraintendimento. La teoria del valore di Marx, in quella connessione che ne fa tutt’uno con la teoria dell’alienazione e del feticismo, mi sembra essere anzi la sola fondazione materialistica di un ambientalismo scientificamente fondato. A questo punto, la “palla” teorica torna agli ambientalisti. Ritengono essi veramente di fondare meglio la loro lotta con un generico e sapienziale richiamo alla Heidegger al mondo antico o alla Capra ad un’“altra fisica”? Non è questa una fondazione mille volte più debole di quella chiara e cristallina che discende da una corretta interpretazione della classica teoria marxiana del valore[3]”.
I comunisti non devono chiudersi in settarismi timorosi della “contaminazione”, ma devono costruire ponti in modo da aggregare al progetto comunista gli sfruttati e coloro che il sistema capitalistico include allo scopo di sfruttare con miglior maestria e usarli come strumento di autolegittimazione. Gli ambientalisti sono una sponda da coniugare al progetto comunista. Essi chiedono al capitalismo di risolvere il problema ambientale, su tale irrazionalità bisogna operare. Anche il femminismo senza la teoria del valore si trasforma in lotta fra i generi, a cui il capitalismo applaude, poiché la lotta fra i sessi sostituisce la lotta di classe e occulta i processi di sfruttamento in corso. La teoria del valore è sia l’arco che la freccia, poiché da essa si può riprendere il percorso di un “nuovo comunismo”. Il femminismo se vuole giungere a comprendere le cause dello sfruttamento e progettare l’emancipazione reale deve tornare a Marx:
“Nella realtà, il capitale,
che è un rapporto sociale di produzione, costituisce le classi (che non gli
preesistono affatto!) attraverso il lavoro salariato, e modella i ruoli
maschili e femminili non certo a partire da una sorta di differenza originaria,
ma a partire dalle culture precapitalistiche particolari con cui ha a che fare.
Attraverso la semplice “contraddizione di sesso” risulta assolutamente
incomprensibile la dinamica della produzione capitalistica di immagini sessiste
taylorizzate e fordizzate (di cui Cicciolina è un esempio), così come la
riaffermazione della funzione della famiglia nello smantellamento dello stato
sociale o come la dinamica dell’esercito industriale femminile di riserva, fino
al traffico di cameriere filippine ed eritree. Ancora una volta, l’unica base
teorica seria per un femminismo che voglia veramente giungere alla radice
dell’oppressione storica della donna non può che essere l’analisi marxista del
lavoro alienato e della collocazione della specificità femminile in questa
riproduzione. Essa indubbiamente oggi non è di moda, e tuttavia non vi sono
scorciatoie. Non ci facciamo illusioni, assolutamente. La tendenza principale
del femminismo teorico oggi è ostile, dichiaratamente e lucidamente ostile, ad
un’indagine storico-materialistica della oppressione femminile[4]”.
Liberazione e lotta
Anche il pacifismo può trovare nel comunismo non solo un
punto di riferimento, ma una costellazione a cui aggregarsi. Il pacifismo
incapace di intervenire in senso offensivo sulle cause che determinano i
conflitti dichiara la sua organicità al potere. Gandhi usava il concetto di satyagrahail
quale non è semplice pacifismo e passività impotente, esso prevedeva la
disobbedienza difensiva e offensiva. La disobbedienza offensiva è lotta di
classe. I pacifisti che si appellano alla “pace” senza lotta verso le condizioni
sociali che causano la guerra e lo sfruttamento sono ben voluti dal sistema, in
quanto sono solo scenografia della legittimazione del
potere. Il comunismo dev’essere polo di attrazione e di dialogo con i pacifisti
autentici che lottano per la pace attraversando le contraddizioni del
capitalismo:
“Gandhi è in proposito assai
superiore. Centrali sono in Gandhi le nozioni di satyagraha,
stile di vita non violento, e di sarvodaya, società complessivamente non
violenta. Gandhi distingue anche la disobbedienza civile in difensiva ed
offensiva, a seconda se ci si limita a difendere la propria elementare dignità
umana da norme evidentemente ingiuste (discriminazioni razziali o di sesso,
tassazioni di guerra, eccetera), oppure se si contestano norme meno
evidentemente oppressive, che sono però anch’esse incompatibili con una
autodeterminazione e con un autogoverno del popolo. La disobbedienza civile
offensiva di cui parla il pacifista Gandhi non è affatto distante da ciò che i
marxisti chiamano lotta di massa del popolo per i suoi diritti. Al di là delle
distinzioni filosofiche fra il comunismo marxiano ed il sarvodaya gandhiano si
tratta in realtà della stessa famiglia di concetti. Se questo è vero, è
incomprensibile il vero e proprio imbarazzo teorico che provano spesso i
marxisti ed i pacifisti gli uni verso gli altri, così come la testarda
resistenza ad ammettere la componente morale della politica comunista. La lotta
di classe pacifica e di massa, la forma di lotta indiscutibilmente preferita da
tutti i marxisti come la migliore e la più feconda, la più creativa e la più
educativa, è di fatto e di diritto una forma di disubbidienza civile offensiva
in grado di porre praticamente la questione della legittimità anche giuridica
di una forma di democrazia che proclama arrogantemente di considerare il
pluripartitismo concorrenziale su base capitalistica come la fine della storia
dell’umanità[5].”.
Il comunismo può ricominciare a comunicare per progettare, se
ancora una volta non ha timore di dichiararsi “comunista” e nel farlo deve
dialettizzare la validità universale delle categorie con cui Marx e Lenin hanno
disarticolato il potere capitalistico. Non si tratta di nostalgia del passato,
ma di riprogettare il comunismo nella
chiarezza della sua identità storica:
“Il punto fondamentale dell’intera questione, tuttavia, sta altrove. A nostro parere, la dinamica ideologica e politica che potrebbe trasformare il vetero-comunismo, questa ideologia nostalgica di resistenza, in una componente essenziale di un processo di aggregazione di un nuovo comunismo, sta paradossalmente proprio in un ritorno di questo vetero-comunismo alle fonti classiche delle sua dottrina di riferimento, cioè a Marx ed a Lenin. I due elementi essenziali di rinnovamento, infatti, sono una concezione non economicistica del capitale e della lotta di classe, da un lato, ed una franca accettazione della democrazia leninista del partito e della classe, dall’altro. Il primo è ovvio: un ritorno a Marx, il secondo è un ritorno a Lenin[6]”.
La galassia dei resistenti è varia e molteplice. Il comunismo
deve uscire dalle secche del passato nostalgico per guardare verso il nuovo che
c’è e che spesso risulta frammentato in esperienze senza progettualità e
chiarezza teoretica. Il comunismo ha le
potenzialità per essere “polo di resistenza” che riannoda le fila del comunismo
riattualizzandolo. Se ciò non sarà continuerà a disgregarsi in una miriadi di
nicchie dall’incerto e fosco futuro.
[1]Essere
marxisti oggi Un invito al dibattito teorico in sette punti [In: Democrazia
Proletaria, Anno VI, n° 6, Giu. 1988]
[2] Ibidem
[3] Ibidem
[4] Ibidem
[5] Ibidem
[6] Ibidem