Si susseguono le analisi sul declino dell’Occidente.
La decadenza politica è speculare alla decadenza etica e progettuale di una
civiltà, che si fa fatica a chiamarla tale e che sembra consumarsi tra i boati
di guerre. E violenze efferate come i fatti di cronaca denunciano. Popoli
irrazionali si lasciano gabbare dall’azione pianificata dei media a servizio
degli oligarchi. Se la propaganda mediatica è asfissiante è anche vero che la
realtà è vissuta ogni giorno. Sfruttamento e abbrutimento sono l’ordinaria
normalità dell’occidentale medio. La solitudine fa da cornice a tale disperata
condizione. Le analisi geopolitiche preziosissime e il clima da Apocalisse che
ne consegue dovrebbero valutare tale sfuggente fattore.
La caritas in questi giorni ha denunciato la povertà
divenuta strutturale, 10% della popolazione risulta povera, era il 4% circa
prima del 2008, a cui si è aggiunta un tipo di povertà assolutamente nuova: la
povertà relazionale.
L’Occidente pare aver consumato le energie etiche e il
senso profondo della vita e dei legami senza i quali non vi è politica, in tale
condizione, forse, il problema primo è l’esodo dal nichilismo sostenuto
dall’economicismo.
L’empirismo inglese (Locke, Hume e Hobbes) sono
pienamente realizzati. Con la Prima rivoluzione industriale si è innescato un
processo di disarticolazione del soggetto ridotto a un fascio di emozioni e di
desideri che modella l’essere umano preda di forze interiori ed esteriori che
lo rendono soggetto passivo all’interno di relazioni di causa-effetto. L’essere
umano è dunque creatura biologica priva di logos e natura, per cui è un
essere semplicemente senziente, è un animale evoluto che deve vendere il
proprio capitale umano (competenze) sul mercato. L’individualità è scissa da ogni metafisica
di senso, essa è guidata da emozioni, desideri e percezioni sensoriali che si
disfano senza lasciare traccia. Il capitalismo ha prodotto la sua antropologia
nichilista funzionale al sistema produttivo. L’essere umano è addestrato ad
esaudire solo i propri desideri senza la mediazione della ragione oggettiva.
Non vi sono fini oggettivi, non vi è una natura umana, per cui resta solo il corpo
da godere e da consumare tra eccessi e frustrazioni. La storia è preda
dell’assurdo, non vi è nessuna progettualità da materializzare e nessuna natura
da oggettivare; l’essere umano ridotto a creatura anonima e senziente per
sentire di esistere deve puntare sulle emozioni, sul godimento e sull’attimo.
Taluni eccessi a cui si assiste sono i disperati segnali di attrarre
attenzione. Sono segnali in un deserto di solitudini.
Il problema è nodale, un essere umano infantilizzato e
preda di desideri che il sistema etichetta “come diritti” inviolabili e
indiscutibili è, dunque, autoreferenziale. Vive solo per i propri atti di volizioni
senza valutarli eticamente e il vuoto onto-assiologico ha nella giurisprudenza
il suo pericoloso succedaneo che tutto norma, erodendo e corrodendo l’autonomia
del soggetto. In questo clima devastato
le analisi politiche, anche se validissime, non smuovono “gli esseri
senzienti”. Il mondo con le sue dinamiche geopolitiche non tocca il soggetto
senziente e non più razionale che segue e insegue solo i suoi desideri e vive
da atomo disperato in una realtà minacciosa che non contesta, ma a cui si
adatta mollemente. L’alternativa è impensabile, perché la storia è divenuta
ciclica, è solo “ripetizione sempre eguale del medesimo”. Da questo ciclo si
esce solo con la morte. Vi sono tragedie che avrebbero dovuto causare ondate si
contestazioni: mille e più morti sul lavoro l’anno, investimenti nella difesa e
taglio lineare ai servizi sociali e si potrebbe continuare. Sembra che nulla
riesca a scuotere le creature preda solo di un solipsismo quasi autistico.
Il problema è, dunque, come raggiungere la coscienza etica dei tanti che vivono da esseri senzienti, soffrono di tale condizione ma non pensano sia possibile un altro modo di vivere. Senza una tale analisi non vi può essere progettualità politica e vi è il rischio che le numerose e sapienti ricostruzioni dei conflitti in corso con relativa geometria dei poteri restino inefficaci. Scorrono parallele due azioni che si dovrebbero attivare: ricostruire il pensiero forte e individuare i linguaggi che possono riattivare le energie etiche latenti presenti in ogni essere umano. Parlare alla sofferenza e ridare voce agli sguardi carichi di disincanto dei dominati potrebbe essere l’incipit per sospendere il tempo ciclico del consumo e della produzione irrazionale e riaprire faticosamente l’orizzonte del futuro, senza tale desiderio di uscire dal ciclo della violenza non vi può essere progettualità e rivoluzione.