“Funzionare o esistere?” questa è la “domanda prima”
nel tempo del capitalismo transumano. L’ibridazione macchina-uomo è ormai in
uno stato avanzato. Per ibridazione si
deve intendere la sostituzione della natura etica e spirituale dell’essere
umano con l’installazione graduale del “funzionamento adattivo”. Senza domande
profonde e senza capacità di conoscere “il proprio sé profondo” l’essere umano
è solo un vuoto meccanismo ben oleato perfettamente adattato all’ambiente
economico. Risponde con efficienza ad esso, si adatta fino a confondersi con la
struttura economica. Desideri, abilità, fini e movimenti sono conformi al
sistema. Il funzionare implica prendere
la forma del sistema; è lo stesso soggetto che gradualmente funziona
all’interno con le medesime dinamiche del sistema, anzi lavora per
deumanizzarsi e rendersi sempre più simile alla macchina economica. Le
resistenze e le sofferenze che si incontrano in tale processo sono valutate
come “patologiche”. La morte e la malattia sono uno scandalo da nascondere e da
rimuovere. Deumanizzarsi è un lungo e arduo lavoro nel quale è necessario
dimenticare e rimuovere la propria indole e la natura umana per rinascere
“esseri funzionanti” pronti alla lotta e a soddisfare le direttive del mercato.
La cultura di impresa e l’antiumanesimo sono scolpite nel corpo e nella carne
viva per renderle “artificiali presenze”. In un sistema anonimo, in cui il
mercato è la divinità mondana non più identificabile con un soggetto ben
determinato, le individualità muoiono alla vita per trasformarsi in funzioni di
sistema. Il risultato di tale processo di scissione da sé e dalla realtà è la
produzione in serie di individui “disabili alla vita”.
La vita di un essere umano è un lungo processo di
conoscenza di sé e di concettualizzazione del negativo attraverso cui il
“nuovo” entra nell’orizzonte del presente per aprire la dimensione del futuro.
Il soggetto funzionante non crea, non pensa e non empatizza, semplicemente
funziona, è adatto al sistema ma disfunzionale alla natura umana. La
lacerazione reificante è la sua condizione di “patologica normalità”. Non è
macchina e non è umano, è l’ibrido prodotto dal tecnocapitalismo pronto a salpare
per il transumanesimo, ultima frontiera dell’illimitato. L’inferno in terra è tra di noi. In tale contesto
coloro che per limiti fisici e anagrafici non riescono a tenere il ritmo del
“ferreo funzionamento” sono esclusi dal sistema e sospinti verso una
marginalità sottilmente punitiva. Sono loro il “problema” e non certo il
“sistema”:
“Uno dei sintomi oggi più evidenti di tale
indistinzione tra il funzionamento e l’esistenza è il modo in cui sono
considerati gli anziani, trattati ormai come ‘vecchi’. In realtà, i nostri
corpi, le nostre vite, le nostre società non possono essere compresi attraverso
la griglia utilitarista del funzionamento: le dimensioni dell’esistenza, le
nostre esperienze di vita implicano processi molto più complessi. L’‘intelligenza
artificiale’ costruisce artefatti che, per quanto connessi in reti, non
condividono gli stessi processi dell’esistenza: un cervello non ‘produce’
pensiero, un cervello, al massimo, partecipa ai processi di produzione del
pensiero. Allo stesso modo, i processi dell’esistenza non si lasciano
modellizzare secondo la logica ‘organo-funzione’, quella logica che consiste
nel ridurre le dimensioni del pensiero, della creazione, del giudizio,
dell’intenzione o anche dell’amore unicamente ai loro meccanismi identificabili
e modellizzabili[1]”.
Per funzionare i soggetti devono essere sottoposti ad
un lungo processo sistemico di de-soggettivizzazione. Scuola, social, famiglia
e lavoro sono le agenzie ormai organiche al sistema, in esse si impara a morire
per rinascere algoritmi umani. Tale operazione è segnata dalla logica
dell’utile. La cultura quale processo di decentramento emotivo e di conoscenza
di sé all’interno delle “relazioni significanti” è valutata come un limite. Non
vi devono essere domande, non vi devono essere dubbi, nessuna verticalità e
trascendenza, tutto dev’essere meccanico e fluido. Il sistema non deve subire
pericolosi intoppi, bisogna semplicemente funzionare. Il logos
dev’essere neutralizzato, in quanto destabilizza la produzione e il consumo con
le sue domande metafisiche. Il logos arresta il sistema e lo sospende per
significarlo e valutarlo, pertanto la cultura dev’essere trasformata in
perversa vendita di “competenze”. L’essere umano è solo imprenditore di sé, è
azienda nella forma della carne:
“In quest’ultimo contesto, nella società della tanto
esaltata ‘pedagogia delle competenze’ un’educazione puramente utilitarista,
senza trasmissione di cultura né attenzione allo sviluppo delle affinità
elettive del bambino –, educare significa insegnare a modellarsi secondo gli
schemi della società della performance. «Tu sarai ‘educato’ quando avrai
imparato a soffocare tutte le tendenze e le affinità personali, a cancellare
tutto ciò che potrebbe disturbare o bloccare la fluidità richiesta dal mercato
del lavoro, quando cioè sarai ben dis-integrato: solo a quel punto potrai – per
la precisione, un’infima minoranza potrà – sopravvivere con un certo comfort, a
patto che tu ti dimentichi (di non ricordarti mai) di te stesso. In sintesi:
dis-integrati e la società potrà integrarti». Tale sovradeterminazione delle
nostre vite è l’eco di un pensiero riduzionista che non è privo di affinità con
la biologia del ‘tutto dipende dalla genetica’. L’uno come l’altra sostengono
che le nostre vite non hanno niente a che vedere con le situazioni concrete
nelle quali esistono, ci propongono una modalità di (non)rapporto al mondo che
privilegia il funzionamento rispetto all’esistenza[2]”.
Per poter funzionare bisogna consumare. Si funziona se
il corpo è spettrale meccanismo teso al consumo, chiunque non sia in grado di
rispondere a tale finalità è un sabotatore, pertanto è un pericoloso “disabile”. I vecchi sono il
paradigma di un sistema che produce nuove forme di disabilità. Coloro che funzionano
sono disabili rispetto alla loro natura umana, ma anche coloro che funzionano
possono ritrovarsi nella condizione di essere disfunzionali, perché umani, e
dunque il tempo logora le funzioni fino alla decadenza. Gli anziani se imitano
i giovani sono parte del sistema, ma quando il corpo li tradisce entrano in un
limbo, sono inutili presenze da oscurare alla vista dei “sani”:
“Un tempo, all’epoca della modernità industriale, la
vecchiaia era assimilata alla non-produttività. Non si può più dire che sia
così. I criteri di integrazione sono cambiati: ciò che conta oggi, nella nostra
società postmoderna, non è che si produca, ma che si consumi. Il vecchio
continua a essere ‘incorporato’ finché consuma. Di più: finché partecipa al
gioco, mostrandosi felice e vincente. Sarà tollerato finché terrà nascosto
tutto ciò che evoca, insomma, la vecchiaia. Non celebriamo del resto i disabili
pieni di forza e potere, i sordi che sentono, i ciechi che vedono? Già alcuni
anni fa, ho lanciato in modo provocatorio su France Culture un appello per la
formazione dell’Associazione dei disabili cattivi. Sostenevo che i disabili
avrebbero dovuto andare in giro mostrando il dito medio,
insultando le persone, facendo delle smorfie e così
via. Per smascherare il fatto che ciò che si esige da un disabile in quanto tale
– che può inquietare, per la fragilità che espone e rimanda agli altri – è che
sia un angelo, asessuato, senza desideri, senza cattiveria. Che si aggiri per
la città e nelle strade ostentando un’aria riconoscente per il fatto di essere
tollerato… Per i vecchi è un po’ la stessa cosa: essere vecchi è attualmente
diventato una specie di disabilità[3]”.
L’impoverimento relazionale diventa palese nelle
relazioni con gli animali, essi non sono riconosciuti nella loro natura, ma
sono mezzi per sedare paure e abissali solitudini. La relazione con gli animali
sono “non relazioni”, gli animali sono umanizzati, sono analgesici con cui
rimuovere il “dramma relazionale in cui si è implicati essi restano “stranieri”
malgrado le innaturali premure:
“Anche i nostri legami con gli animali attestano
questo impoverimento relazionale. Il problema fondamentale non è tanto dire che
gli animali sono lì per colmare un vuoto affettivo: oggi le persone non hanno
contatto con l’animale se non attraverso la superficie che credono comune. Non
giungono a conoscere e a esplorare davvero il mondo animale. Tutto ciò che
chiedono all’animale è una presenza contro-fobica. Ma, riflettendoci bene,
anche i rapporti umani non chiedono all’altro nulla se non questa presenza
rassicurante. Di fatto, tale impoverimento relazionale segnala innanzitutto non
tanto la difficoltà dei nostri contemporanei di relazionarsi agli altri, ma una
profonda difficoltà nella relazione con se stessi. Viviamo infatti in
un’autentica promiscuità con noi stessi che ha come risultato una visione
unidimensionale di ciò che siamo: ci vediamo e ci valutiamo come macchine che
devono funzionare. E va allo stesso modo nell’incontro amoroso, dove si aspetta
l’arrivo di un essere eccezionale senza coltivare il proprio giardino[4]”.
L’impoverimento relazionale è “assenza del senso del
tragico”. Non si è parte di nulla, la
storia e il cosmo hanno smesso di parlarci, perché sono solo vuote presenze.
Senza il senso del tragico l’esistenza cade nell’atomistica dell’indifferenza.
Si è estranei alla vita, mentre si è in vita, e la germinazione biologica e
spirituale sono tacitate. Si attraversa l’esistenza secondo il tempo lineare
dell’utile, in cui non vi sono incontri. Il tempo è solo quantitativo e
funzionale al risultato, il resto non compare e non appare. Tutto è astratto,
se non ci si dispone all’ascolto di sé e della vita nelle sue plurali
manifestazioni:
“La tragedia si definisce come l’incantesimo del mondo
in cui trama l’intero universo. Designa il legame sottile e il divenire
profondo che collegano tra di loro tutte le entità che popolano il mondo. In
antropologia, si possono citare le visioni del cosmo di tipo analogico, nelle
quali l’ordine interno di ogni uomo, di ogni essere e organismo riflette
l’ordine proprio dell’universo. Nelle culture premoderne o nelle culture
cinesi, l’elemento tragico si manifesta nel fatto che, quando un uomo o una
donna commette un peccato, questo si ripercuote sull’ordine dell’universo. In
questo
orizzonte, le grandi catastrofi saranno talvolta
interpretate come la conseguenza dello sbaglio commesso da un individuo o da un
popolo. Ciò significa che l’individuo non è solo: quello che fa riguarda
l’universo[5]”.
Nel tempo lineare dell’utile, rilevante è l’uso di ciò
che amplifica i risultati. La tecnica con le sue innovazioni è sottratta ad
ogni valutazione olistica ed etica, pertanto ciò che essa consente si deve
attuare. La tecnica con le sue promesse di salvezza dai confini naturali ed
etici si ribalta in silenzioso terrore del futuro. Essa nel suo processo
inarrestabile mostra che l’essere umano non solo è superfluo, ma può essere
sostituito nell’inarrestabile ascesa del “transumano”:
“Per il paradigma oggi dominante della tecnoscienza,
ogni innovazione è considerata de facto come positiva. Come riappropriarsi
quindi della negatività? Dopo tutto, perchè questa è necessaria? Una cosa è
certa: la negatività non può essere reincorporata mediante una sorta di
‘supermercato delle tradizioni’ in cui ognuno sceglierebbe il proprio
radicamento e i costumi che, soggettivamente, gradisce di più. Alcune tendenze
sociologiche postmoderne molto reazionarie, come quella rappresentata dal
(quasi) sociologo Michel Maffesoli, propongono che ciascuno, nella sua libertà
ludica e leggera, scelga la propria tribù di appartenenza… per cambiarla il
giorno dopo. Ma colui o colei che possono prestarsi a tale ‘divertimento’
appartengono di fatto alla tribù dei padroni dominanti. Quelli che distruggono
il mondo considerandolo il loro ‘terreno di gioco’. Paradossalmente, in una
società che considera la perdita come pura negatività oscura, e in cui la
questione del negativo è presa in carico dalla tecnica, eliminare tale negativo
appare sempre più impossibile. La tecnica ci dice: «Domani saremo immortali!»,
ma tale promessa di assenza-di-limiti scivola sopra i nostri contemporanei, che
in realtà si sentono affogare nell’impotenza e nella paura[6]”.
Ciò che si chiede è di limitarsi a “funzionare” e
di uscire dalla storia:
“Per il momento, bisogna constatare che quelle
promesse risuonano ancora in modo strano nel nostro vissuto quotidiano. Da una
parte, ci sciorinano che quel ‘tutto è possibile’ è in grado di cambiare la
vita e perfino di abolire la morte. Dall’altra, ci sentiamo sempre più
impotenti ad agire, nelle nostrevite e nelle nostre società. L’‘accontentati di
funzionare e tutto andrà bene’ non… funziona davvero.
Nella psicopatologia attuale, la colonizzazione
dell’esistere da parte del funzionare diventa sempre più evidente. Tutto accade
come se, avendo noi stessi una visione meccanica, governassimo la nostra vita
secondo i criteri del buon funzionamento. Sempre più persone si rivolgono ai
consulenti nell’ambito psicologico con un nuovo lamento: «Tutto funziona bene,
ma io soffro», oppure: «Nella mia coppia le cose non funzionano bene»…[7]”.
La guerra contro l’umano non è ancora vinta. Ciascuno
di noi può decidere di evadere dalla gabbia d’acciaio del funzionamento. I
primi passi sono semplici e fondamentali, e riguardano la concretezza del
quotidiano. Negli ambienti in cui ci muoviamo e viviamo dobbiamo riportare lo
sguardo con cui vivere e pensare il “volto e i gesti dell’altro” attraverso i
quali conosciamo e riscopriamo la comune umanità. Non più individui ma
singolarità in relazione dotate di capacità relazionale e di tempo diacronico:
“Mi alzo, mi preparo per uscire, prendo la metro: a partire
da quel momento, comincia ad accadere una serie di micro-eventi. Non saranno
per forza eventi ‘importanti’ ma avranno un rapporto con ciò che ci
costituisce: saranno eventi per noi – e non magari per il nostro vicino di
metro. Questi micro-eventi, micro-sfide che accadono in continuazione,
corrispondono al casting situazionale di cui ho parlato in precedenza. Abbiamo
la possibilità di ignorarli o di assumerne alcuni – altrimenti detto, possiamo
accettare di interrompere il concatenamento regolato dei fatti che
costituiscono il funzionamento. Assentarsi dalle situazioni significa
assentarsi da sé. Al contrario, essere presente a se stessi implica – in una
pratica fatta di passi infinitesimali, come fosse un ‘esercizio di vita’ –
renderci presenti alle situazioni. Ciò non ha niente a che vedere, ben inteso,
con le caricature del tipo mangiare con piena consapevolezza, andare in bagno
con piena consapevolezza e simili.
Quelle piccole caricature per occidentali in cerca di
senso non sono che varianti per funzionare ancora di più – e paradossalmente
dimenticarsi di se stessi, in senso negativo. Perché, se la singolarità è il
modo di esistenza del tutto nella parte – una manifestazione dei legami, un
modo di esistenza del mondo in ogni situazione –, quelle caricature di
‘completa stupidità’ sono, al contrario, esercizi di rottura dei legami. Il
mondo va molto male, ma tu concentrati sul boccone di carne che inghiotti[8]”.
La soluzione di Miguel Benasayag è razionale, ma non è
sufficiente. Per poter uscire dalla logica del funzionamento bisogna agire
politicamente e sovvertire la tecno-struttura che umilia e disumanizza,
pertanto solo una azione improntata all’integrazione della teoria (metafisica)
con la prassi (trasformazione economica e sociale) può riportare i sussunti ad
essere gli attori della storia. Il tempo lineare con i suoi fatali meccanismi e
automatismi di oppressione non è un destino, ma l’effetto di un sistema
economico e culturale rispondente agli interessi delle oligarchie
trans-nazionali, pertanto senza una “marxiana lettura” del presente vi è il
rischio di restare in una cornice di iniziative antisistema puramente singolari
che possono cambiare le esistenze di taluni senza mutare il sistema. La prassi
è l’agire delle singolarità che dialettizzano la realtà materiale con la lotta
di classe e con il sovvertimento dell’ordine culturale imperante. Singolarità e
lotta di classe sono elementi di un
unico processo di consapevolezza collettiva senza la quale l’antiumanesimo e il
riduzionismo continueranno a regnare.
[1]Miguel
Benasayag, Funzionaro o esistere?, Vita e pensiero Milano, 2019 Prima di
iniziare
[2]Ibidem,
Introduzione
[3]Ibidem,
Cos’è accaduto
[4]Ibidem,
Una generalizzata mancanza di legami
[5]Ibidem,
Un’epoca senza tragico
[6]Ibidem,
La tecnica tabula rasa
[7]Ibidem,
Tutto è possibile
[8]Ibidem, Dall’individuo alla singolarità