Gianfranco La Grassa si è spento novantenne il 25 settembre
2025. Nel mondo del politicamente corretto/corrotto i pensatori controcorrente
sono censurati in vita e in morte. Se la nostra fosse una democrazia dialettica
e sociale i pensatori non omologati sarebbero oggetto di pubblica discussione,
invece la mannaia della censura cade inesorabile su di loro e la democrazia perisce. L’oligarchia
liberista del nostro tempo ha quale unica ambizione, non da poco, il
sopravvivere alle proprie tragedie con le sue campagne ideologiche e di
legittimazione. In questo clima angusto e angosciante non c’è spazio per coloro
che sono “il sale della democrazia”. In un lungo articolo Costanzo Preve
deceduto nel 2013 descrisse l’amico Gianfranco La Grassa, col quale condivise
una parte rilevante del suo percorso intellettuale e politico malgrado
differenze notevoli, le quali rafforzarono le loro prospettive. “Gli urti” sono
balsamo per i liberi pensatori e loro lo furono. Gianfranco La Grassa visse
un’epoca travagliata e creativa ed ebbe il merito di non conformarsi alle mode
e ai poteri. Fu semplicemente libero e questo gli consentì di decostruire la
tradizione comunista con i suoi dogmi per cercare di aprire nuovi campi di
ricerca:
“Il nostro Gianfranco La
Grassa conobbe bene la triade storicismo-politicismo economicismo perché la
vide plasticamente incarnata nel suo maestro universitario di economia Antonio
Pesenti. Ancora una volta, è l’uccisione psicanalitica del padre la genesi di
una produzione teorica originale e di opposizione. Questo non deve certamente
stupire. La molla dell’innovazione teorica marxista non può che essere la
decostruzione della propria tradizione[1]”.
Non fu uno storicista, non si adeguò alla pigra visione della
storia tesa teleologicamente verso il comunismo e nel contempo fu critico con
l’operaismo. Quest’ultimo si connotava per l’idealizzazione dell’operaio
all’interno di una lettura esemplificata del conflitto. La lotta era tra il
capitale che estorceva plusvalore e la classe operaia che avrebbe dovuto con le
sue lotte innovare radicalmente il processo di produzione. Nulla fu più
distante dal pensatore di Conegliano che ebbe il coraggio di affermare la sua
opinione, ovvero che la classe operaia non è mai stata rivoluzionaria e che la
riduzione della lotta a competizione tra operai e plusvalore rispondeva ad una
“derealizzazione compiuta”, poiché
nell’immanenza storica prevalgono variabili che i processi ideologici
impediscono di valutare compiutamente:
“ Nato originariamente come
metodologia di ricerca sociale per l’intervento politico sindacale in fabbrica
(il “marxismo come sociologia” di Vittorio Rieser, l’allievo di Raniero
Panzieri), l’operaismo si costituì negli anni sessanta come vera e propria
formazione ideologica organica, ad opera soprattutto di Mario Tronti e di Toni
Negri. I due punti teorici su cui l’operaismo soprattutto insisteva erano il
fatto che il capitalismo come sistema unitario pianificava la propria
riproduzione attraverso l’estorsione di plusvalore, da un lato, ed il fatto che
erano le lotte operaie il fattore decisivo per le innovazioni di processo. In
questo modo spariva quasi completamente la natura concorrenziale dei vari
capitali in lotta per le innovazioni di processo e di prodotto, e la nozione
marxiana di modo di produzione era di fatto ridotta alle sole forme di
estorsione del plusvalore relativo, per cui tutto il marxismo si concentrava
nella sola quarta sezione del primo libro del Capitale[2]”.
La storia e le lotte
Il motore della storia era dunque il capitale con le sue
lotte fra capitalismi e oligarchie finanziarie. Ciò gli costò la scomunica e
dunque fu silenziato. Il PCI italiano aveva come al tempo dell’Inquisizione la
sua indiscutibile interpretazione della storia e delle dinamiche e “tale verbo
incarnato” doveva essere accettato e propagandato senza filtri razionali e non
bisognava sollevare dubbi. La nuova Inquisizione non bruciava sul rogo, ma
oscurava i dissenzienti. Tale modalità regna e impera anche nel tempo del
capitalismo pienamente realizzato e ciò è in netta continuità con il passato:
“Per quasi cinquanta anni
Gianfranco La Grassa è stato uno dei pochi avversari italiani dell’operaismo,
ed ovviamente lo ha pagato caro, per il semplice fatto che la stragrande
maggioranza degli apparati ideologici del cosiddetto “popolo di sinistra”
(giornali, riviste, eccetera) è stata di fatto lottizzata fra la componente
storicista e la componente operaista. La ferocia silenziatrice dei dissidenti
veri (e non di quelli finti del gioco pluralistico delle parti), ereditata dal
costume staliniano-togliattiano, ha fatto di Gianfranco La Grassa (ma non solo
di lui) un pensatore escluso dal gioco delle segnalazioni e delle recensioni.
Il “politicamente corretto” è una divinità più crudele di quelle
assiro-babilonesi di biblica memoria[3]”.
Gianfranco La Grassa rifiutò nettamente la visione lineare e
teleologica della storia. Quest’ultima è un campo aperto di possibilità. I
momenti nodali della storia si presentano con i momenti di tensione armata tra
i capitalisti. In tali frangenti si aprono spazi di manovra per gli aggiogati
che potrebbero condurre al ribaltamento dei rapporti di forza. Il capitalismo
contemporaneo si struttura per la lotta imperiale per il monopolio dei mercati, nelle
situazioni di crisi i capitalisti guerreggiano e, dunque, sono strutturalmente
più deboli. La storia apre improvvise
parentesi che le classi subalterne devono cogliere e questo è il “vero
problema”, giacché la classe operaia non
si è mai mostrata all’altezza del suo compito, in quanto non ha mai avuto le
competenze tecniche per agire e per diventare padrona del modo di produzione:
“Il nostro Gianfranco La
Grassa è stato forse il maggiore prodotto dell’althusserismo italiano. Contro
lo storicismo, Gianfranco La Grassa ha maturato una concezione del processo
storico di tipo discontinuistico, e quindi non progressistico-lineare, e contro
l’economicismo una concezione della dinamica capitalistica come ciclica e non
stadiale. Contro l’operaismo, Gianfranco La Grassa ha sempre rifiutato una
concezione della nozione marxiana di modo di produzione che la riducesse al
semplice cosiddetto “processo di lavoro”, e dunque alla sola quarta sezione del
primo libro del Capitale di Karl Marx. È stato necessario inserire il
cinquantennale pensiero di Gianfranco La Grassa nel triangolo costituito dallo
storicismo, dall’operaismo ed infine, dall’althusserismo, perché senza questo
inserimento sarebbe impossibile cogliere la sua specificità e la sua
originalità. Bisogna ora ricordare anche un fattore politico oggi pressoché
dimenticato, e cioè che l’althusserismo (o almeno una sua parte significativa)
fu in Italia una formazione ideologica prevalente (anche se non unica) nel
cosiddetto movimento maoista, o filo-cinese, o marxista-leninista, di cui
Gianfranco La Grassa fu indubbiamente un esponente teorico, anche se non
militante. Può allora essere utile ricordarne brevemente alcuni tratti storici
e teorici[4]”.
L’evoluzione di La Grassa
Costanzo Preve divide l’impegno intellettuale di Gianfranco
La Grassa in tre periodi: nel primo, tra gli anni sessanti e settanta, si
dedica all’intelligente definizione delle strutture portanti del pensiero di
Marx: modo di produzione, forze produttive, rapporti di produzione ecc., mentre
nel secondo, il meno interessante, lo vede come “studioso della tecnica del
lavoro”:
“Il primo Gianfranco La
Grassa, all’inizio degli anni settanta, quando nessuno lo diceva ancora,
sostenne che la dinamica evolutiva oggettiva del personale politico del PCI
“revisionista” (si usava allora questa ambigua categoria polemica), non lo
portava affatto verso una sorta di opportunismo piccolo-borghese ed
interclassista, come allora fantasticava l’estremismo gruppettaro operaistico,
ma lo spingeva progressivamente verso l’assunzione diretta di responsabilità
politiche di gestione e di rappresentanza dei gruppi dirigenti del grande
capitale. Allora questo sembrava quasi un delirio. Oggi, con l’esperienza
dell’Ulivo, del PCI-PDS-DS, di D’Alema e di Fassino, eccetera, questa è ormai
una ovvietà storica. Ma allora non lo era. Il secondo Gianfranco La Grassa, che
è anche il meno interessante ed il più caduco, è lo studioso della divisione
tecnica del lavoro come vera e propria struttura riproduttiva portante del modo
di produzione capitalistico[5]”.
Il terzo periodo ha come tema di ricerca “il conflitto
strategico” nel quale porta a maturazione le riflessioni e i congedi dai
dogmatismi marxisti per imporsi come
studioso autonomo e libero che interpreta il modo di produzione capitalistico
secondo paradigmi di senso olistici:
“Il terzo Gianfranco La
Grassa, quello che ci interessa e che mi sembra quello “definitivo” (ma solo
Dio lo sa!), è proprio quello del libro del 2004 che qui segnaliamo, ed ancora
di più quello del monumentale lavoro che sta ora scrivendo. Per questa ragione,
anziché riassumere analiticamente il libro (il lettore se lo leggerà da sé),
segnalerò i punti teorici di maggiore rilevanza “discontinuistica”. Se poi
sbaglio e cado in equivoci, Gianfranco La Grassa potrà sempre intervenire a
chiarire, visto che è collaboratore fisso della rivista in cui esce questa mia
recensione introduzione. Chi cerca dati economici sul capitalismo attuale non
deve naturalmente rivolgersi al libro di Gianfranco La Grassa. Il libro di
Gianfranco La Grassa propone un modello teorico di interpretazione del modo di
produzione capitalistico al più alto livello di astrazione, che pertanto
esclude per principio ogni statistica economica, il che non significa però che
non ne tenga implicitamente conto. Si tratta, come del resto è indicato nel
sottotitolo, di una proposta teorica di passaggio da un modello di modo di
produzione capitalistico basato sulla centralità della categoria di proprietà
privata ad un modello di modo di produzione capitalistico basato sulla
centralità della categoria di conflitto strategico[6]”.
Gianfranco La Grassa non fu un filosofo e non voleva essere
considerato tale, ma non fu certo un economista, egli fu un pensatore critico e
scientifico dell’economia nel senso ampio della parola. Fu ostile all’umanesimo
e alla ricerca veritativa filosofica, pertanto tra Kant ed Hegel, rileva
Costanzo Preve avrebbe scelto Kant, poiché sostituì il concetto di verità con
la “funzione” e, dunque,con l’accertamento epistemologico dei fatti:
“Secondo, questa proposta di
modificazione categoriale di Gianfranco La Grassa implica una particolare
scelta epistemologica, per cui ogni presunto Essere è come tale in via di
principio inesistente e/o inconoscibile, e possiamo conoscere solo le Funzioni
che mettono in relazione reciproca i fenomeni sociali. Si tratta di una scelta
in favore di Kant contro Hegel, ennesima dimostrazione che dal punto di vista
filosofico i “marxisti” possono solo essere o kantiani o hegeliani, e di fatto
non esiste un terzo punto di vista possibile. Più esattamente, la scelta di
Gianfranco La Grassa di escludere la “sostanza” e di concentrarsi sulla
“funzione” si rifà implicitamente a Ernst Cassirer, il più grande kantiano del
novecento[7]”.
Il concetto di funzione non è mai astratto, esso emerge dalle
relazioni dei diversi apparati. Non vi sono primati, ma un sincronico dinamismo
che determina la totalità del sistema nella sua unità, pertanto Gianfranco La
Grassa si differenzia in modo netto dalla prospettiva althusseriana:
“L’insistenza di Gianfranco La
Grassa sul conflitto strategico intercapitalistico è ovviamente incompatibile
con la concezione operaistica di una polarità fra impero capitalistico da un
lato, e moltitudini, dall’altro. Quinto, la proposta categoriale di Gianfranco
La Grassa, pur provenendo da una genesi althusseriana, rompe di fatto con la
concezione althusseriana del primato degli apparati politici ed ideologici su
quelli economici propriamente detti. Il conflitto strategico di Gianfranco La
Grassa, almeno secondo il concetto che me ne sono fatto (e se sbaglio lo stesso
Gianfranco La Grassa mi corregga), rifiuta una classificazione di livelli in
ordine di importanza (prima l’economia, seconda la politica, terza
l’ideologia), secondo la topologia strutturale marxista tradizionale, ma
recupera l’unità dinamico-funzionale del sistema capitalistico rifiutando
questa topologia. È evidente che ogni approccio di tipo più classicamente
economicistico (Gianfranco Pala, eccetera) rifiuterà radicalmente questo tipo
di approccio[8]”.
A La Grassa sfugge che Marx si svincolò dalla filosofia, in
quanto era per la scienza filosofica, per una filosofia solida e senza
ambiguità, che ha il fine di “trasformare il mondo” e tale postura, malgrado il
diniego di Gianfranco La Grassa, riporta il suo impegno nell’alveo della
filosofia e dell’umanesimo, poiché solo la filosofia valuta il sistema sociale
nella sua totalità secondo paradigmi etici al fine di trasformarlo. Se ci si
schiera si valuta secondo criteri assiologici:
“Il marxismo, almeno nel
progetto di Marx (ma non nella forma deterministica posteriore) era una scienza
filosofica per una ragione molto più forte e profonda, in quanto nel marxismo
il soggetto trasforma l’oggetto sulla base di un progetto teleologico a sua
volta dotato di premesse morali di valore. Questo, per quanto mi consta, non
avviene né nelle scienze naturali né nelle scienze sociali, in cui la
trasformazione c’è, ma c’è solo come applicazione tecnica, cioè come
separazione fra scienza e tecnica[9]”.
Costanzo Preve coglie in pienezza la contraddizione
dell’amico e in tale osservazione non c’è solo critica legittima, ma l’affetto
e il rispetto per un compagno che ha avuto il coraggio di essere libero e
autonomo fino alla solitudine:
“A questo punto, visto il suo
odio per l’umanesimo e il moralismo, nessuno capisce perché La Grassa continua
a “tifare” per la forza geopolitica della Russia o della Cina contro gli USA.
Evidentemente questo odiatore althusseriano dell’umanesimo continua a ritenere
“disumano” il dominio unipolare degli USA. Ma questa contraddizione bisogna
rivolgerla a lui, sperando che come di consueto non risponda con pittoreschi
insulti e invettive. Per chi come me è esperto nella storia del marxismo si
ripete il dramma satiresco di trent’anni fa di Lucio Colletti: marxismo e
comunismo vengono dichiarati defunti per ragioni epistemologiche. Alla fine gli
odiatori della filosofia come forma di conoscenza veritativa della realtà
giungono tutti alla stessa conclusione, ed è solo un “gusto personale” che uno
auspichi la vittoria degli USA e l’altro invece il contrario[10]”.
Gli studi di
Gianfranco La Grassa ci indicano il “problema” principale del capitalismo in
questa nuova fase storica. Le categorie marxiane e marxiste non sono
sufficienti per orientarsi nel capitalismo contemporaneo con i suoi “funzionari
privati” e, al momento, la lotta è solo tra dominatori, mentre i dominati sono
in uno stato di subalternità cieca e muta. Di tutto questo dobbiamo prendere
atto per entrare nella storia in modo concreto e reale senza ricettari inutili e ormai obsoleti. La visione d’insieme resta, ed è possibile
che nel movimento olistico della lotta tra i dominati le coscienze intorpidite
delle classi subalterne possano uscire dalla caverna oscura della grammatica
del capitalismo finanziario e monopolistico per rientrare nella storia dopo il
“sogno dell’economicizzazione del conflitto”, ormai anch’esso superato dalla
storia.
A noi che siamo
nell’orizzonte dei “viventi” non può che suscitare ammirazione e desiderio di
emulazione il coraggio etico di uomini che hanno conservato durante tutta la
loro esistenza la passione per la libera ricerca e l’autonomia dagli apparati
di potere e visibilità che in cambio del prestigio esigono che si consegni loro
l’anima, ed essi non lo fecero. Ricordiamoli così. Il tempo darà loro giustizia.
[1] Costanzo
Preve, Una introduzione al pensiero marxista di Gianfranco La Grassa [Testo
tratto da Rosso XXI – Data di edizione non disponibile]
[2] ibidem
[3] Ibidem
[4] Ibidem
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] Ibidem
[8] Ibidem
[9] Ibidem
[10] Costanzo Preve, Sulle recenti posizioni di Paolo Ferrero e Gianfranco La Grassa [Testo tratto da www.comunismoecomunita.org – 18/10/2011]