Ai giovani di questa prima parte di millennio è stata sottratta una dimensione elementare e profonda: la natura e la spensieratezza. È stata loro sottratta la possibilità di vivere negli spazi aperti senza uno schermo tra le mani, di attraversare i loro anni in modo immediato, corporeo, non sorvegliato e registrato. Il loro tempo è già colonizzato. La loro non è più una temporalità dell’esperienza ma un’alienazione da esposizione costante.
Paradossalmente,
tutto ciò avviene in nome della protezione. Mai come oggi i minori sono
circondati da un apparato così capillare di tutele, protocolli, linee guida,
sorveglianze, certificazioni, allarmi morali. Ogni spazio deve essere “sicuro”
e ogni parola “inclusiva”, ogni rischio “neutralizzato”. Proteggendo i giovani
da tutto, tuttavia, li si priva di tutto. Il politicamente corretto pedagogico
e istituzionale funziona come una nuova forma di igiene morale: non apre il
mondo ma lo riduce a un ambiente asettico, privo di attriti e di intensità.
L’infanzia e la giovinezza hanno rappresentato per secoli il momento
dell’eccedenza, dello spreco vitale, dell’esplorazione improduttiva. Oggi, sono
state trasformate in fasi della vita amministrate biopoliticamente.
A
questa medicalizzazione morale dell’esistenza giovanile corrisponde una
trasformazione altrettanto radicale della formazione. Ai giovani viene
impartita un’istruzione sempre più funzionale, sempre più direttamente
subordinata alle esigenze del sistema. Il paradosso è che tale formazione li
tratta come superflui in quanto esseri umani: non perché non sappia cosa farne,
ma proprio perché lo sa fin troppo bene. Il loro futuro è preformattato,
scritto nei codici della flessibilità e della riconfigurazione permanente.
Viene così interamente depotenziato il loro diritto più profondo: quello di
imprimere al futuro una direzione propria.
Mentre
li si proclama “al centro”, mentre si moltiplicano i piani strategici, le
agende per i giovani, i bonus, i programmi di empowerment, li si priva sistematicamente di ciò che renderebbe
possibile una vera soggettività: tempo, gratuità, rischio, lentezza, inutilità,
silenzio. Le politiche giovanili dell’Occidente, nella maggior parte dei casi, sono
una gigantesca messa in scena: parlano il linguaggio della cura mentre
organizzano l’adattamento; discettano di futuro mentre lo chiudono; affermano
la libertà mentre addestrano alla compatibilità. Il fasciosistema della
modernità avanzata in cui viviamo non chiede ai giovani di immaginare il mondo.
Si limita (nel migliore dei casi) ad inserirli. La promessa di inclusione si
rovescia così in una delle forme più raffinate di controllo: sei accettato, a
condizione di non essere mai davvero altro.
Tutto
ciò è evidente nella liturgia dei concorsi e delle graduatorie: migliaia di
persone che si iscrivono senza entusiasmo e senza vocazione. E anche quando –
miracolosamente – quel posto viene ottenuto, ci si accorge che esso è collocato
anni luce distante dalle proprie ambizioni autentiche, da ciò che avrebbe
potuto dare senso alla tua vita. Non si costruisce un percorso: si occupa una
casella.
È
questo il mondo che abbiamo consegnato ai giovani: un presente iper-protetto e
iper-controllato, ma senza respiro; un presente saturo di procedure e poverissimo
di senso.
E ora,
dopo averli privati della natura, dell’erranza, del tempo inutile,
dell’esperienza immediata; dopo averli addestrati a una vita di adattamento
permanente; dopo averli resi inermi sotto la maschera della tutela, le vecchie
classi dirigenti delle società malate dell’Occidente sembrano voler offrire
loro un ultimo, terribile “dono”: la guerra. Come se non bastasse averli
allevati in serre morali e poi addestrati alla precarietà, ora gli si chiede
anche di morire per ciò che resta di un mondo che non hanno potuto abitare
davvero. Come se una civiltà incapace di offrire un futuro desiderabile potesse
legittimamente chiedere anche l’estremo sacrificio.
Una società che iper-protegge i giovani e poi li considera carne disponibile è semplicemente cinica nel senso peggiore. E forse il segno più inquietante non è la rabbia dei giovani, ma la loro precoce stanchezza. Una civiltà che produce giovani senza mondo e poi pretende che muoiano per salvarla non è in crisi. È già finita!