In
questi giorni è venuto a mancare Goffredo Fofi. Sulle TV di Stato la notizia
non è stata riportata. I libertari non trovano spazio nei media ufficiali
privati e pubblici. Nei media statali l’informazione è stata sostituita dalle canzonette
e dalla pubblicità dei concerti e delle produzioni musicali di cantanti, il cui
vuoto siderale è abissale. In questo contesto in stile “panem et circenses”
uomini come Goffredo Fofi non trovano spazio. La cultura della cancellazione
avanza in una miriade di modi. Si cancellano i vivi e i morti per trasformarli
in “non nati”. Questo è il tempo del capitalismo senza limiti. Il deserto
avanza annichilendo la memoria. Goffredo Fofi lottò per la democrazia radicale/reale
e la sua vita è un testo da cui emergono domande profonde a cui diede risposte
sperimentando l’alternativa al capitalismo. Uomini di tale valore politico sono
presenze dialettiche, che il sistema capitale deve seppellire nel deserto delle
canzonette e delle vuote parole senza concetto. Fu un cittadino militante in
una realtà che produce in serie “consumatori” che possono assistere ad immagini
di Gaza fumante, tra le cui macerie si alzano le urla di donne e bambini, a cui
succedono con somma indifferenza gli spot
agli spettacoli di cantanti di ultima generazione che inneggiano
“all’amore e al successo nelle calde estati estive”.
Goffredo
Fofi ha donato la sua esistenza contro tutto questo. Democrazia è dignità di
ogni essere umano, nel nostro tempo, invece, sono il denaro e il potere a dare
rilevanza, così muore la democrazia e il pensiero politico. Goffredo Fofi ci
rammenta che non è un destino, ma ciascuno di noi può testimoniare
l’alternativa nel presente senza delegare ad altri l’alternativa stessa.
Ciascuno di noi può diventare con la sua storia un modello piccolo o grande che
testimonia che un altro modo di vivere è possibile. Solo così si difende la
dignità di tutti gli esseri umani dal consumismo pianificato che ha consumato anche “l’essere” e lo ha
sostituito con la società dello spettacolo, nella quale attori e spettatori
recitano un ruolo stabilito da potenze sempre più distanti e anonime.
Decervellamento…
La
vera urgenza della contemporaneità è la scomparsa della democrazia reale, al
suo posto vi è la democrazia giuridica e formale. La più grande conquista
culturale e politica dell’Occidente scompare ed agonizza sotto i colpi delle
oligarchie e del loro immenso patrimonio che si traduce in controllo e sfruttamento.
Il binomio controllo-sfruttamento non è da relegare nelle aziende ed ovunque vi
sia lavoro, ma è la normale condizione quotidiana del cittadino-consumatore. Il
tempo in cui non si è al lavoro è all’ombra
dei media che orientano non solo l’opinione pubblica, ma anche i gusti e le
attività.
L’Occidente
è un immenso campo per la produzione di plusvalore e guadagno: il tempo libero
è organico a tale produzione. La guerra è solo una declinazione della
produzione. Tutto è irrilevante. Si tratta di un’immensa macchina, i cittadini
sono solo parte degli ingranaggi immediatamente sostituibili. Il sistema
macchinale non deve mai fermarsi, esso è
preda di un automatismo produttivo che cela tra i suoi ingranaggi il
terrore panico del tempo sottratto al profitto. La guerra,
la pace, l’amore e la cultura devono produrre denaro altrimenti devono essere
cancellati dal pubblico orizzonte di visibilità. A tal scopo i media producono
le opinioni con la massiccia e invisibile manipolazione dei dati, e
specialmente, con la capacità di oscurare e deprezzare pubblicamente
informazioni, concetti e modelli sociali non organici agli interessi del
sistema.
Non
è necessario il campo di concentramento per rieducare la popolazione, ma è
sufficiente lasciarla libera di muoversi nel solo spazio geografico senza
frontiere, il quale è un’arena per i consumatori perennemente in competizione
per consumare ogni esperienza. Il
movimento produce denaro, l’omologazione globale non consente l’incontro tra
culture diverse, ma solo il contatto fugace con esperienze e modelli di vita
simili. La produzione di saperi come fossero merci permette all’eremita di
massa di essere prodotto in serie mediante il flusso ininterrotto di
informazioni unidirezionali, veri imperativi categorici del consumo. Gli
appelli alla libertà e lo scandalo per le dittature sono parte integrante del
“grande inganno”, si deve donare l’illusione di essere dalla parte giusta,
sempre e comunque, al punto da giustificare con un postulato gli interventi contro
i dissenzienti. La macchina del capitale non può che produrre consenso e
sudditi fedeli al consumo.
Per
occupare ogni spazio della coscienza critica il capitalismo riduce la cultura
ad intrattenimento con il quale far passare messaggi politici e sociali con i
quali il sistema si rafforza, in tal modo l’eremita di massa, definizione di Günther
Anders, è sfruttato senza sosta, è lo sgabello che regge il sistema, lo acclama
senza comprenderlo. Lo schiavo di massa è il prodotto finale del totalitarismo
liberista: il “decervellamento” è il risultato più clamoroso del neoliberismo
come denunciato da Goffredo Fofi:
“La cultura, anche quella che si vuole migliore, perfino elitaria, è
ridotta a merce, a intrattenimento e a mero consumo, serve a distrarre invece
che a stimolare la riflessione individuale e a destare il senso di
responsabilità che ciascuno dovrebbe sentire; la sua dovizia e la sua
onnipresenza sono, avrebbe detto Jarry, l’arma centrale nell’azione di
decervellamento dei singoli e delle masse[1]”.
Accademiche menzogne
Non vi sono zone
franche, il capitalismo deve penetrare ovunque, le Università da istituzioni
che sin dal Medioevo sono stati “luoghi del sapere critico”, dove vigeva la
dialettica, sono i docili strumenti con cui il sistema si riproduce. Si formano
le future classi dirigenti nell’ottica del fanatismo del solo economicismo. Gli
eventi che denunciano le contraddizioni del sistema con le sue tragedie umane e
ambientali sono immediatamente convertiti in possibile business o in spettacolo.
L’operazione di conversione delle contraddizioni in oro sonante è il mezzo più
efficace per neutralizzare ogni spazio di pubblico uso della ragion critica:
“La cultura universitaria si morde la coda dentro a un suo limbo
isolato, tra norme astruse e carriere esecrabili, e tutto fa fuorché emancipare
i suoi studenti, anche se qualche professore riesce ancora a rispettarli e a
proporre antidoti alla stupidità dilagante – favorita invece da pressoché tutta
la cultura giornalistica, che ha finito, seguendo il modello offerto
dalla televisione, per non depositare in nessuna coscienza la comprensione
della gravità dei tempi e per fare invece di tutto, anche delle nostre paure,
spettacolo e merce[2]”.
Il totalitarismo
morbido del neoliberismo con la sua opera di omologazione e con la sua azione
finalizzata ad eliminare ogni spazio dialettico ha un’immensa capacità di
assimilazione. Le grandi conquiste libertarie e le libertà democratiche sono
convertite in mercato. L’inclusione nel mercato è la fumisteria con cui si
acceca la popolazione, poichè il mercato è pratica di antiumanesimo e
sfruttamento non riconosciuto. Si include per addestrare tutti al catechismo
liberista. Per impedire la vista della realtà si agisce omologando, le
differenze sono solo quantitative. L’ultimo dei proletari e il primo dei
capitalisti hanno gli stessi obiettivi e lo stesso modello di vita; si determina
in un sistema gerarchizzato un piano liscio in cui l’apice, apparentemente, è simile
alla base. Il sistema capitalistico non
è “fuori”, esso abita nelle sue vittime, le quali possono diventare i carnefici
più fedeli del capitalismo di guerra e sangue. Il sistema si rafforza con tale
modalità, per cui lo sfruttamento, il vuoto ideologico e le tragedie del “benessere”
non sono occasione per pensare la verità qualitativa del sistema, ma rientrano
nella normalità del quotidiano:
“Il ventennio fascista, al paragone, aveva una vitalità diversa e
aggressiva, una chiara proposta negativa, antidemocratica, mentre il trentennio
recente si è affermato per via democratica presentandosi come sommamente
razionale (ché il nostro è l’unico mondo possibile, anzi il migliore) ed è stato benedetto dal popolo – che rispetto
a quello del ventennio non aveva identità e storia diverse da quelle del
potere, non era piú composto da contadini, operai, artigiani, impiegati, in
gran parte analfabeti e i cui bisogni erano inconciliabili con quelli del
potere. La divisione in classi era un tempo netta, e la distanza del
proletariato dalla borghesia e dalla nuova emergente piccola-borghesia era
lampante. Nel trentennio, si è subita una mutazione radicale nel sistema
economico-finanziario, nelle sue conseguenze sui comportamenti di massa, e la
si è accettata essendo di fatto consenzienti: perché si è trattato di anni di
vacche grasse per tutti o quasi tutti… La “nuova economia”, prima di mostrare
il suo vero volto, ha retto e arricchito tutti[3]”.
Speranza e violenza
Malgrado la violenza
appaia legalizzata e il consumismo disperato sia penetrato con la sua
grammatica emotiva nelle coscienze, la natura umana resiste, non a caso lo stesso
Goffredo Fofi in un’intervista affermò
di intravedere movimenti dialettici. Vi sono giovani che hanno ripreso il percorso
che conduce alla disobbedienza propositiva, non vogliono essere fruitori
passivi del contesto storico, ma vogliono capirlo per elaborare processi di
emancipazione. La verità qualitativa sul sistema può essere oscurata e posta in
ombra, ma ciascuno la vive nella propria condizione materiale, pertanto
riemerge nel sangue e nella carne pronta a diventare concetto:
“Oggi cosa fanno e
chi sono i giovani?
«La storia è sempre
andata avanti in un rapporto tra minoranze “virtuose”, innovatrici, e
maggioranze più conformiste, sostanzialmente più egoiste. Ci sono però momenti
in cui le minoranze influiscono in modo determinante sulla Storia, e sui comportamenti
e le idee delle maggioranze. C’è una novità in questi ultimi anni: è
rappresentata dai gruppi e gruppetti di ragazzi che sentono il dovere di
occuparsi di chi soffre, degli immigrati, dei “subalterni”… Sentono
il dovere di occuparsi della natura, dei rischi che comporta la violenza nei
suoi confronti esercitata dal capitalismo – e dal consumismo che ci rende tutti
suoi complici».
Hanno un peso
sociale queste minoranze attive?
«È difficile che queste minoranze alzino la
testa in un anno pessimo come il 2020, di fronte a una minore tensione tra ceti
sociali unificati da un sistema culturale pesantemente conformista se non
reazionario. Però diversi segnali di un risveglio ci sono e il futuro, con le
sue storture crescenti, spingerà le nuove leve a cercare nuovi modi di agire
per contrastare il disastro»[4]”.
Per poter rompere la
cappa di conformismo conservatore ogni tempo deve trovare il modo non solo per
capire il proprio tempo e renderlo razionale, ma specialmente bisogna trovare i
mezzi adeguati al proprio tempo per poter ricostruire una opposizione popolare
e diffusa, e questa è la sfida più grande del
tempo presente. Per porre un limite al deserto della dimenticanza e
riconquistare spazi di umanità è necessario ricordare i testimoni dialettici
che non hanno atteso la rivoluzione, ma la loro esistenza è stata
rivoluzionaria ogni giorno e con essa hanno lavorato per il futuro di ogni
creatura umana. Sta a noi contrapporci contro gli imbonitori della cultura e
riprendere a camminare per il difficile sentiero del comunismo libertario:
“Ma chi sono infine gli
intellettuali? Oggi è scomparsa la generazione che attraversò fascismo guerra
resistenza e ricostruzione e gli anni della democrazia e dei conflitti sociali
che potevano preludere a una società migliore e che hanno fallito in parte per
la povertà del nuovo e antagonista e in parte ben maggiore per la forza degli
avversari, nel mondo e non solo in Italia e perfino là dove pareva si fosse
vinto (il Vietnam, Cuba, l’Algeria e l’Africa post-coloniale). Sono scomparse
quelle menti che, oltre a creare opere di grande valore e di piena sostanza, si
preoccupavano del bene comune e dello stato del paese e della sua civiltà – e
tanti sarebbero i nomi che si potrebbero fare, di una stagione unica nella
nostra storia per ricchezza di capolavori e per energia e lucidità critica. Gli
intellettuali di oggi figurano essere quasi esclusivamente giornalisti e
professori, divi dei media imbonitori di se stessi, membri di un’istituzione
come l’università che è certamente più mafiosa della mafia, membri delle
corporazioni professionali dominanti, medicina, legge, architettura; sono
solleciti passacarte, critici che non criticano, uffici stampa e propaganda,
ciarlatani e narcisi immensamente innamorati di sé; sono «denunciatori» e
ricattatori professionali – ciascuno per sé e per il proprio clan in un attento
gioco di alleanze variabili e opportune[5]”.
Per combattere
riprendiamoci spazi di silenzio nel quale elaborare e pensare l’alternativa
senza narcisismi. Ribaltiamo le logiche, come ci ha insegnato, disertiamo il
superfluo per tornare ad ascoltare la voce di tutti silenziata dal sistema
mediatico:
“La televisione (oggi
il digitale?): la distruzione della mente attraverso la comunicazione di massa
usata a fine di dominio e non di emancipazione, non per la conoscenza di sé e
del mondo ma per la loro dimenticanza, nell’acquiescenza alla visione che ne dà
chi dirige il gioco, chi guida la danza. Non solo, dunque, la tv[6]”.
Torniamo ad essere i
pensanti dell’agire.
[1] Goffredo
Fofi, Elogio della disobbedienza civile, 2015, pag. 6
[2] Ibidem
pp. 7, 8
[3] Ibidem
9, 10
[4] Goffredo
Fofi: si stanno risvegliando i giovani intervista a Goffredo Fofi, a cura di
Mirella Serri in “La Stampa” del 21 dicembre2020
[5]Goffredo
Fofi, Il cinema del no visioni anarchiche della vita e della società, Elèuthera,
pp. 10 11
[6] Ibidem pag. 14
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