Luigi Galleani (Vercelli, 12 agosto 1861 – Caprigliola, 4 novembre 1931) fu anarchico dalla critica mordace e profonda. La sua polemica con Kropotkin, il rivoluzionario e anarchico russo, che nel 1916 si schierò con il Manifesto dei Sedici a favore della guerra con l’Intesa per favorire la sconfitta della Germania ritenuta responsabile della Prima guerra mondiale. Le osservazioni di Luigi Galleani ci sono utili per capire il nostro presente. Le guerre allora, come oggi, sono decise dai potentati economici e le istituzioni parlamentari sono “passaggi formali”, dove le decisioni prese nei “salotti buoni” sono votate in obbedienza all’ordine dei padroni. Tale pratica è trasversale in ogni Stato degli schieramenti, per cui individuare uno Stato quale causa dell’oppressione è un errore politico. Tutto è deciso nel chiuso dei salotti e malgrado il diritto al voto il popolo è rimasto in stato servile e ingannato dal mito della “democrazia”. Senza partecipazione diretta la democrazia borghese è solo l’oppiaceo con cui si inganna il popolo. Ovunque il popolo è in catene ed è turlupinato dal parlamentarismo, con il quale lo si illude di decidere mediante rappresentanza, pertanto schierarsi significa non comprendere che la causa profonda della guerra e di tutte le guerre è “il capitalismo” fonte di guerra e dolore:
“Cercare chi abbia
scatenato la guerra è ad un tempo ozioso e sterile. Kropotkine che
ne addossa la responsabilità alla Germania vede levarsi di contro
Keir Hardie e Bernard Shaw che ne accusano il governo del proprio
paese, l’Inghilterra; mentre in Francia il Delaisi alla re scissione
del sindacato franco-tedesco per la ferrovia di Bagdad seguita dalla
convenzione militare anglo-francese del Delcassé, inasprita dalla
legge sulla ferma triennale, conferisce i caratteri d’una vera e
propria provocazione alla guerra; e contro Kropotkine che l’ora della
guerra vede scoccare col compimento del canale di Kiel, altri, non
senza fondamento, ritiene che all’Inghilterra urgesse sorprendere la
Germania avanti che questa avesse esaurito il suo programma navale
del 1915 da cui la sproporzione tra le due flotte rivali sarebbe
stata attenuata. Navigheremmo nel mare delle congetture e delle
ipotesi senza speranza di giungere a conclusioni positive. I trattati
di alleanza, le convenzioni militari, le combinazioni finanziarie che
di ogni guerra sono l’ordito preliminare necessario, si stipulano, si
consumano nel chiuso arcigno dei circoli di corte, tra gli Stati
Maggiori, negli istituti di credito direttamente interessati ed
ugualmente sbarrati ad ogni malsana indagine plebea. Contribuenti ed
elettori, generali e deputati, la così detta nazione, l’ignorano
come noi, e quanto ai raggiri dell’ultima ora, in segna la guerra del
1871 che deve passare qualche decennio avanti che al pubblico ne
trapeli. Di positivo, di reale, di tangibile non rimane che la
voragine beante degli armamenti in cui, non la Germania sola, ma
tutti i governi del vecchio e del nuovo mondo, dall’Inghilterra al
Giappone, hanno precipitato durante trent’anni ogni più generosa
risorsa1”.
La guerra
non è tra i popoli, semplice pedine, nel gioco dei dominatori, ma è
tra i potentati. La competizione tra complessi industriali per
conquistare i mercati induce alla lotta e alla guerra. La Prima
guerra mondiale è la guerra dei “potentati democratici” per
impedire all’industria e alla flotta tedesca di predare i mercati
che esse stesse controllano e saccheggiano. La lotta è tra classi
dirigenti assassine dei popoli in nome del profitto. Se si
abbandonano gli slogan della propaganda e si analizzano i numeri
tutto è più chiaro, tutto è più terribile e vero:
“La guerra che è
tra la Francia e la Germania; e non appare, no, l’urto
dell’Inghilterra, arca del patto costituzionale, contro la Germania
custode del diritto divino; ma selvaggia competizione di due mercanti
esosi di cui l’uno ha tenuto fino ad oggi incontestato il dominio dei
mari, il monopolio del mercato internazionale, l’altro dalle sue
terre, dalle sue miniere, dalle sue officine prodigiose, dal sudore,
dalla fatica, dalla rassegnazione squallida dei servi, ha tratto in
quarant’anni soverchia dovizia e gli vuole contendere la signoria
secolare dei mari e dei mercati. Arrembaggio svergognato di corsari!
così remoto, così estraneo ad ogni preoccupazione di civiltà e di
bar barie che non contro il feudalismo tedesco – mutato nome e
maschera il feudalismo è d’ogni terra dalla Russia di Nicola II alla
Spagna d’Alfoncito od all’America dei Rockefeller e di Wilson – ma
contro l’industria tedesca invadente, incoercibile s’appuntano gli
anatemi ed i cannoni degli alleati; contro la Germania, che ha
progredito, contro la Germania che trent’anni fa estraeva dalle sue
miniere settanta milioni di tonnellate di combustibile e ne rovescia
oggi duecentotrenta milioni sul mercato; contro la Germania che
nell’ultimo trentennio ha elevato da uno a tre la produzione del
ferro, da uno a sette la produzione della ghisa, da uno a diciotto la
produzione dell’acciaio, a venticinque miliardi il suo traffico
coll’e stero, che nel 1875 non attingeva agli otto miliardi; contro
il made in Germany per il made in England, è la guerra che strazia
il vecchio continente, come ci riserviamo di meglio illustrare al
seguente capitolo2”.
Il progresso
tecnologico ha aumentato la produzione in modo esorbitante e ciò ha
condotto alla conquista dei mercati con la guerra, “affare tra gli
affari”. Il progresso tecnologico è asservito ai bisogni dei
capitalisti. Le armi come la produzione di merci ottenute con lo
sfruttamento sono il risultato pianificato dello sviluppo tecnologico
asservito al capitale:
“Nel censimento del
1907 la parte della popolazione che vive dell’industria conta per
26,386,537 unità contro i 20,253,121 del 1895, contro i 16,098,000
del 1882. La popolazione che vive del commercio e dei trasporti
(sarebbe forse più esatto dire che fa vivere l’industria i tra
sporti i commerci) che era di 4,531,080 nell’anno 1882; che è di
5,966,816 nel 1895, sale nel 1907 ad 8,278,229; si è cioè duplicata
nell’ultimo ventennio senza contare i tesori di energia che nella
nuovissima attività economica della Germania ha versato la donna.
Secondo il censimento eretto da Lily Braun i 4,408,000 di donne che
erano in Germania occupate nel 1882 nei campi, nelle fabbriche, negli
uffici, sono diventati 5,203.000 nell’anno 1893, sono otto milioni e
duecentomila nel 1907; mentre nel complesso indice dello sviluppo
impetuoso la popolazione di Amburgo aumenta nei cinque anni dal 1905
al 1910, del 17 per cento, quella di Colonia del 19 per cento, quella
di Francoforte del 22 per cento, quella di Essen del 27 per cento,
quella di Dusseldorf del 41 per cento! So, e non m’illudo: lo
sviluppo nel mezzo, nello strumento di produzione finché ci
arrovelliamo schiavi ras segnati od imbelli nel girone affannoso del
regime borghese, il quale non ha altra funzione che di torcere, l’un
contro l’altro armati ed irreconciliabili nella stessa per sona, il
produttore ed il consumatore, rinsaldando nella provvida
contraddizione il dominio, la fortuna sua, i ceppi nostri più
esosamente, il progresso rimane, peggio che vanità, tormento ed
irrisione; siamo perfettamente d’accordo3”.
La presunta causa della guerra da individuare nella contesa tra Francia e Germania dell’Alsazia e della Lorena è solo un espediente per sollecitare il nazionalismo del popolo francese, in realtà la Francia non aspira alle due regioni strappatale dalla Germania nel 1871, in quanto sono state fortemente industrializzate dalla Germania e potrebbero minacciare i lanifici, cotonifici e le acciaierie francesi. L’unica causa, al di là della propaganda nazionalistica e populistica, da ogni prospettiva geografica la si guardi è la competizione per i mercati:
“Ed è denunciata
con tanta cinica brutalità che davvero non si comprende come il buon
Kropotkine abbia potuto trovare nel vassallaggio politico
dell’Alsazia-Lorena le scaturigini e le ragioni degli armamenti
tedeschi e, non so bene, qual sogno di feudali propositi alla guerra
attuale; nella difesa della repubblica o del costituzionalismo
inglese le preoccupazioni di civiltà e di libertà per cui ci
vorrebbe coscrivere in servizio degli alleati. L’Alsazia? La Lorena?
Ma i capitalisti repubblicani non le rivogliono. Nota bene il
Delaisi, che a Mulhausen si sono sviluppati lanifici, cotonifici,
acciaierie così poderose che contro la loro fecondità si sono
dovute in Francia escogitare le più severe protezioni doganali, e
che tornate francesi, quelle officine farebbero tale concorrenza alle
officine del Creuzot alle filande dei Vosgi di Lille di Rouen da
portare un disastroso turbamento in tutta l’economia dell’industria
nazionale4”.
Le banche
sono il motore di tutto, il sangue del capitalismo è denaro che si
traduce in acciaio e guerra:
“Chi ha dato
l’impulso meraviglioso all’industria tedesca oggi insuperata,
incoercibile? Chi le rinnova il sangue nelle vene affaticate se non
l’oligarchia finanziaria repubblicana che pur di far quattrini
venderebbe al Kaiser la Francia e la Repubblica settanta volte e
sette?5”.
Si alzano
grida osannanti alla guerra solo da coloro che in guerra non ci vanno
o non la conoscono. Ovunque il giubilo per la guerra è sempre
eguale, sono gli industriali con il loro servidorame a inneggiare
alla guerra, a finanziarla e a manipolare l’opinione pubblica.
Ovunque i popoli sono ingannati e avviati al macello per il profitto
di un manipolo di uomini senza scrupoli e che conoscono solo la legge
del denaro. Lo sfruttamento intensivo dei popoli si consuma “in
pace e in guerra”. L’errore di schierarsi è, dunque, di non
comprendere che i contendenti, a prescindere dalle alleanze, hanno i
medesimi obiettivi. La Prima guerra mondiale è conflitto per la
spartizione del pianeta:
“Chi grida: «Viva
la guerra?». Coloro che alla guerra non vanno, che alla guerra non
hanno nulla da perdere, che alla guerra hanno tutto da guadagnare.
Chi sente più acre la prurigine degli orgogli l’impeto delle
rivendicazioni della patria e della stirpe? Coloro che della patria
ignorano i cimenti, le gesta, le glorie; coloro che della stirpe
irrisero al calvario eroico, contesero in ogni tempo l’ascensione
civile servendo al Papa ed al Sant’Ufficio, all’Austria ed alle
forche, al giallo Carignano avantieri, quando buttava il capestro a
Garibaldi ed a Mazzini, al Padre della Patria ieri quando su pel
Golgota dell’Aspromonte nelle carni del Duce dei Mille straziava il
sogno di Luciano Manara e di Goffredo Mameli, ad Umberto il Buono
quando su la rivoluzione italiana debellata agognava alla
restaurazione del le «ordinanze» e dell’antico regime mitragliando
per le vie di Milano i superstiti delle Cinque Giornate, i
continuatori della redenzione; e l’indomani di Gibilrossa, l’indomani
del Volturno e di Lissa si facevano liquidare dai nuovi padroni in
regie chincaglie ed in moneta sonante i trenta scicli dell’Iscariota,
l’eroismo della sesta giornata; coloro che la patria concepiscono
sotto la specie commestibile del pane e del vino, coloro che la
patria hanno nella cassa forte e ad impinguarla venderebbero insieme
col natio loco i loro penati, gli indigeti, il padre e la madre;
coloro che della patria sono stati in ogni tempo l’onta, d’obbrobrio,
la rovina, e la stirpe tennero e tengono in ispregio ed in
vassallaggio. La guerra è, come la pace, la loro cuccagna6”.
L’errore
di Kropotkin e di tanti è schierarsi. Nelle guerre sono sempre i
popoli ad essere ingannati e offerti all’olocausto del profitto,
per cui è il ”sistema capitalistico” il problema e la causa di
ogni tragedia:
“Ghignavano i
mercanti, i grandi mercanti che, come ognuno sa, hanno nel libro
mastro, nel portafoglio, nella cassa forte, nel dividendo, tutta la
carità e tutta la civiltà di cui il loro calcolo sia
suscettibile7”.
La lezione
di Luigi Galleani è, oggi, più vera che mai. I capitalismi sono la
causa strutturale dell’infelicità dei popoli, e se non si ha la
chiarezza di questo, sembra dirci l’anarchico, continueremo a
immettere sangue e carne d’innocenti nella guerra dei potentati
mondiali. Dove regna il profitto non c’è etica; i nemici dei
popoli sono i mercanti (industriali e banchieri) che hanno rinunciato
alla loro umanità in nome del profitto. Imparare a discernere la
“verità” è compito di tutti, senza tale faticosa conquista i
ceppi dell’inganno saranno sempre fonte di dolore e regresso
generale:
“I
mercanti sono mercanti: ai loro scrupoli cristiani hanno abdicato il
giorno che sul groppone sul sudore su l’ignominia su lo strazio dei
servi hanno coniato, leva al miliardo, il primo centinaio di dollari;
non li risusciteranno oggi che il miliardo si leva improvviso, tinto
di sangue e d’obbrobrio, dalla carneficina e dalla ruina8”.
La
controcultura della pace non può prescindere dalla lotta al
capitalismo. Le manifestazioni di pace generiche e astratte non
portano a nulla, in quanto nulla mutano della struttura che genera la
guerra. Controcultura, controinformazione e lotta politica sono un
trittico inscindibile senza il quale mai vi sarà l’emancipazione
umana e dei popoli.
1
Luigi Galleani, Per la guerra, per la neutralità o per la pace?, in
Una Battaglia liberliber edizione elettronica, 2013 pp. 68 69
2
Ibidem pp. 70 71
3
Ibidem pp. 77 78
4
Ibidem pp. 82 83
5
Ibidem pag. 83
6
Ibidem pp. 87 88
7
Ibidem pag. 116
8 Ibidem pp. 117 118
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