Tagliole
fonetiche
Il
capitalismo assoluto non ha solo il monopolio della violenza, ma consolida la
gabbia d’acciaio attraverso il controllo delle parole. Noi siamo il nostro
linguaggio, il linguaggio ci precede, attraverso di esso diamo significato al
mondo, con esso ordiniamo gerarchie, stabiliamo priorità:il mondo è un ordito di parole. Il monopolio
delle parole è dunque il mezzo di controllo delle menti come delle conseguenti
scelte. Il linguaggio è l’essere del mondo. Le parole sono la struttura della
gabbia d’acciaio: l’ordine delle parole investe il soggetto per farne un
individuo, un atomo, che vive nella separazione-astrazione, nel contempo mentre
gli spazi d’azione del pensiero e della prassi si restringono si allargano gli
spazi della gabbia d’acciaio. Le argomentazioni logiche sono state sostituite
da parole che evocano scenari mai pensati, per cui: patriarcato, green,
femminismo, competizione ecc. sono le parole che, ossessivamente, si ripetono
al fine di cancellare la realtà, con esse il mondo vero si eclissa e restano i
falsi obiettivi su cui orientare l’opinione pubblica. Le parole sono usate come
mezzo per sedurre (condurre a sé) e oscurare le tragedie reali: sfruttamento,
morti bianche, povertà (anche) del ceto medio, annichilimento programmato di
ogni identità. La libertà proclamata è solo postura dietro la quale una
marcescente Europa liquida se stessa dalla storia. La
libertà è solo movimento di merci su larga scala, mentre la libertà di pensiero
si contrae tra censure e nuove ignoranze. La libertà di movimento è
incentivata, poiché in media si torna a casa con le stesse parole, con i stessi
concetti e con i stessi desideri. La globalizzazione rafforza a livello
ideologico il capitalismo assoluto con la patente della libertà che non
spaventa, e che non conosce il dubbio. Il fine oggettivo è stato rimosso, vi è
solo il rafforzamento dell’eguale. Il viaggio era esperienza formativa, l’ozio
nel quale il divertimento era divertere ovvero
secondo l’etimologia cambiare strada, si assaporavano altre parole, altri
sguardi, ci si fermava per condividere altre possibilità comunitarie. Il
ritorno segnava il momento in cui l’esperienza vissuta diventava parte della
comunità in cui si era radicati. La libertà al tempo della globalizzazione è
invece regno dell’eguale, la partenza ed il rientro non comportano spostamenti
gestaltici, non vi sono nuove parole significanti, nuove prospettive e
rappresentazioni, ma solo un’innumerevole quantità di immagini da propinare ad
amici e conoscenti per soddisfare la propria piccola vanità e vincere la competizione turistica con la narrazione
dei viaggi organizzati. Lo spettacolo, così, si autoriproduce senza nulla
imporre, la società dello spettacolo è un enorme accumulo di immagini e
spettacoli dal forte plusvalore. Il capitalismo digitale ha fatto dell’immagine
la sua verità e la sua merce. Naturalmente in un’epoca di contrazione delle
parole, ormai sempre più stereotipate e riproducenti slogan e
imperativi categorici del consumo e del fare per il fare non sorge la
domanda, se l’immagine è la verità e se il suo retroscena celi innominabili
interessi ed ingiustizie. La verità è stata bandita, pertanto ci si adatta e il
linguaggio non è più ricerca e valutazione ma semplice descrizione. Il ritorno
è così uguale alla partenza, si è solo rafforzato il velo di Maya dell’immagine
che separa, divide e atomizza i soggetti
(i sudditi del circo equestre delle parole). Il sole non tramonta mai sulla passività.
Dunque le parole in questo caso ordinano l’esperienza ma non l’esperienza
vissuta.
Walter
Benjamin distingueva l’esperienza dall’esperienza vissuta, la prima è puramente
passiva, la seconda è mediata dal simbolico. Le parole del capitalismo assoluto educano alla
passività, mediante l’esemplificazione dei concetti, i contenuti minimi, la didattica
breve, le conoscenze specialistiche e i problem solving. Le parole devono
essere lo strumento con cui si accede al mondo per saccheggiarlo legalmente. Il
tramonto dell’occidente è il tramonto delle parole, al loro posto vi sono solo
immagini mute e mutile:”Lo spettacolo si
presenta contemporaneamente come la società
stessa, come una
parte della società,
e come strumento
d’unificazione. In quanto
parte della società,
è espressamente il settore che concentra ogni sguardo e ogni coscienza.
Per il fatto stesso che questo settore è
separato, esso è il
luogo dello sguardo
ingannato e della
falsa coscienza; e l’unificazione
che realizza non è altro che il
linguaggio ufficiale della separazione generalizzata[1]”.
Le
immagini sono percepite ma non vissute, per essere tali devono essere
ricostruite nella loro genesi olistica, invece si configurano come fotogrammi astratti dai contesti. La passività
è dunque un immenso accumulo di stimoli visivi non guardati, ma percepiti e
mostrati come l’ultimo trofeo per “amici” e “conoscenti”. Il disorientamento
gestaltico trova un alleato imprescindibile nelle parole valigie. Le parole nel
pulviscolo motorio hanno perso ogni aderenza alla realtà, il loro significato è
mosso da una polisemia che disorienta ed annichilisce il significato reale.
Parlare, argomentare, diventa inutile poiché ciò che è detto significa sempre
altro. L’inautentico separa, avvilisce le energie creative. Società schizoide
che spinge verso patologie mentali con i suoi terribili e perenni messaggi
contradditori. Lewis Carroll in Attraverso
lo specchio descrive le parole doppie, contratte, per cui significano
parzialmente e vagamente qualcosa da un corno e altro dall’altro corno. É un
mondo doppio in cui il vero ed il falso si confrontano senza la possibilità di
accertare con sicurezza la verità. Platonismo del falso. Le parole hanno perso il mondo e con esso la
verità. Significano quello che vogliono:
”Quest’ultimo verso è troppo lungo per una poesia;—ella
aggiunse, quasi ad alta voce, dimenticando che Unto Dunto la sentiva.—Non chiacchierare
così sola,— le disse UntoDunto, guardandola per la prima volta, — ma dimmi come
ti chiami e che fai.— Mi chiamo Alice, ma…—Hai un nome molto sciocco!— la interruppe
con impazienza UntoDunto. — Che cosa significa?—Forse che un nome deve significare
qualche cosa?— domandò Alice dubbiosa.—Altroche!—disse UntoDunto con una breve risata:Il
mio nome significa la forma che ho io…fra parentesi una forma graziosa e bella.
Con un nome come il tuo si può avere qualunque forma o quasi[2].”
Si
vive in un mondo in cui anche il vero è
falso. Lo specchio è lo sdoppiamento e la divisione come fondamento del
reale. Tutto può essere interpretato in mille modi, tutto è lecito e
legittimato nel regno dell’irrilevanza, il pensiero e l’essere si sono scissi
fatalmente, per cui la faglia irrompe nelle relazioni tra i soggetti, rendendo la comunicazione impossibile. Essa è
delirio collettivo, per cui la gabbia d’acciaio resta granitica. Senza il
superamento della scissione tra pensiero ed essere la storia si incaglia
nell’eterno presente, poiché le strutture oggettive della realtà restano
sconosciute e con esse la politica declina verso la gestione dell’eterno
presente. Non vi è uscita senza i significanti che corrispondono al
significato. La libertà ha come sostanza le parole ritrovate nel loro senso. Se
le parole dicono altro rispetto al loro significato, ogni fiducia e razionalità
decade. Le sbarre divengono mura, ma non si ha la rappresentazione delle mura,
della prigione. Ogni comportamento
teoretico è scoraggiato nella gabbia d’acciaio, lo spettacolo per andare
perennemente in scena deve restringere il campo della rappresentazione a puro
rispecchiamento-adeguamento senza speranza. Nella caverna di Platone, VII libro
la Repubblica, la possibilità
dell’esodo è garantita dalla struttura razionale del cosmo e dell’essere. La
lingua conserva il senso profondo del fenomeno, mentre nella gabbia d’acciaio
il politeismo etico, la cultura delle parole valigie rendono il soggetto
debole, lo destrutturano in assenza di significati certi e razionali. Ci si
lascia trascinare dal nichilismo passivo, si perde il senso di sé, il proprio
io come affermava Hume è un palcoscenico variopinto, in cui avviene tutto ed il
contrario di tutto. In tali condizioni la prassi è neutralizzata.
Parola
valigia è chiamare riforma del lavoro la
controriforma, l’inclusione è in realtà omologazione, lo sviluppo è saccheggio
del pianeta, il lavoro flessibile è
sfruttamento e le alleanze tra liberali con nomi diversi, ma in realtà
eguali, è trasformismo. L’elenco è lungo e minaccioso, poiché come
detto, destabilizza, indebolisce, deprime. La gabbia d’acciaio si cementifica
con le parole valigia. L’esperienza storica attuale si trasforma così in
ipostasi, in destino fatale e letale. Dunque dobbiamo ridare significato alle
parole per ridare dignità alle persone, per ritrovarci persone e non semplici
replicanti di parole incomprensibili. Dobbiamo contrapporre alla confusione
ideologica la chiarezza dei significati senza i quali ogni via di uscita ci è
preclusa. Senza le parole non possiamo conoscere noi stessi. La maieutica è logos, pratica delle parole contro ogni
sofistica. Se le parole tacciono, se il loro significato è manipolato, con esse
si perde il soggetto umano. Pensare è rappresentare ciò che non è
percettivamente presente per cogliere la struttura veritativa che fonda le
rappresentazioni. Le parole valigia e lo spettacolo reificano il soggetto umano riducendolo a puro
ente, a semplice funzione del gioco perverso della produzione. L’esodo,
l’uscita dalla gabbia d’acciaio necessita della profondità delle parole, le
parole sono profonde quando invitano a porre risposte. La filosofia non è un
semplice domandare, essa è coraggio di dare risposte reali e razionali. La
rivoluzione che ci attende porrà fine alla manipolazione delle parole e
libererà la comunicazione dalle tagliole fonetiche del capitalismo.
[1] G.
Debord La società dello spettacolo, Millelire Stampa Aternativa, 1995, pag.6
[2] Lewis Carroll, Attraverso lo specchio, capitolo VI
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