Il sangue dell’emancipazione


Il capitalismo è metamorfico, è come acqua, poiché  prende la forma del contenitore ma resta tale. La storia è il contenitore del capitale che assume innumerevoli forme per affermare la sola logica del dominio. La storia ci consente di comprendere le deformazioni del capitale e, in tal modo, ci permette di individuare nel presente e nel recente passato le logiche dell’assimilazione e della stabilizzazione contingente del capitalismo nella sua struttura-sovrastruttura.

Ci sono momenti nodali della storia, in cui il capitalismo si mostra nella sua verità e la camaleontica maschera cade mostrando il volto apocalittico dell’illimitato che lo connota. L’illimitato è nell’accumulo crematistico che macina uomini e risorse con una macchinazione diabolica. L’illimitato si specchia solo in se stesso, non conosce fondamento veritativo, ma omologa e massifica popoli, persone ed enti per trasformarli in  mezzi e passive presenze.  L’illimitato è una macchina per produrre mezzi. Tale realtà-verità è tra di noi e spesso è edulcorata dalle belle parole e dalla propaganda che rende “il discorso debole discorso forte”. La storia comunque ci restituisce la verità. Nella storia di Haiti è riflessa la verità del capitalismo.

Haiti ottenne l’indipendenza nel  1804 dopo una non breve lotta degli schiavi iniziata nel 1791. Haiti era colonia francese e poche migliaia di proprietari governavano su una massa enorme di schiavi, erano circa 500000 gli uomini e le donne abusati nel corpo e nella mente. I proprietari, nel rispetto del più bieco economicismo, ritenevano che fosse più produttivo consumare fino alla morte gli schiavi tenendoli in condizioni disumane piuttosto che nutrirli, in quanto si risparmiava nel sostentamento e potevano essere sostituiti con estrema facilità. Lo schiavo comprato dai negrieri aveva una vita media di sette anni.  Haiti con tale ciclo di schiavitù-produzione produceva il 60% della produzione mondiale di caffè e il 40% dello zucchero. Nella colonia erano presenti i mulatti, i quali nella stratificazione razziale occupavano una posizione intermedia, erano liberi, ma non avevano gli stessi diritti dei bianchi. La rivoluzione francese il 26 agosto 1789 sancì con la “Dichiarazione dell’uomo e del cittadino” l’uguaglianza giuridica degli uomini. Non erano contemplati gli schiavi. La rivoluzione francese mostrava il suo ventre molle, era una rivoluzione borghese e per borghesi. Ad Haiti gli schiavi iniziarono la rivolta. Gli echi della rivoluzione giunsero nell’isola e la rivolta ebbe inizio. Le catene della schiavitù dovevano essere infrante. Spagnoli e inglesi sostennero i rivoluzionari al fine di impossessarsi dell’isola. Fu solo in questa circostanza che la Convenzione decretò nel 1794 l’abolizione della schiavitù. La rivolta trovò il suo riferimento carismatico e organizzativo in Toussaint Louvertur. Eroe libertario scrutato con sospetto anche dagli Stati Uniti, poiché la schiavitù era parte del sistema economico americano. Al di là delle conflittualità, dunque, gli stati capitalistici erano e sono simili: sfruttamento e dominio sono gli attributi che li definiscono. Le parole di Toussaint Louverture sono grida che giungono a noi:

“Ho preso le armi per la libertà di quelli del mio colore, [libertà] che solo la Francia ha proclamato, ma che nessuno ha il diritto di annullare. La nostra libertà non è più nelle loro mani, ma nelle nostre. …”

Ed ancora

 “Sono nato schiavo, ma la natura mi ha conferito l’anima di uomo libero”.

Louverture significa “nuova strada”. Ed egli con il popolo nero aprì i sigilli della storia. Erano riusciti a liberarsi della schiavitù e non erano caduti nelle trappole delle “alleanze”. La rivoluzione francese, superata la fase radicale, ritrovò in Napoleone Bonaparte l’incarnazione degli interessi borghesi. La Francia ingaggiò una breve lotta con il popolo nero, poiché voleva ristabilire la schiavitù ma senza successo. Nel 1804 gli haitiani proclamarono l’indipendenza di Haiti, essi chiamarono la loro patria Haiti, nome originario amerindo. Il capitalismo non ha il senso del limite, stupisce per il suo parossismo incapace di pensare il senso delle azioni.  Nel 1825 le cannoniere francesi tornarono a minacciare Haiti. Il presidente Jean Pierre Boyer fu costretto a firmare un accordo che costringeva gli haitiani a pagare 150 milioni di franchi d’oro agli ex padroni francesi quale indennizzo per la “perdita della colonia”. Il debito fu successivamente ricontrattato in 90 milioni. Gli sfruttati pagarono dopo essere stati consumati dalle fatiche per arricchire i padroni. Dopo il 1825 buona parte delle risorse furono destinate all’edificazione di strutture difensive e per il debito esorbitante che fu estinto nel 1947.  La Francia, ancor oggi, tace sui crimini commessi nell’isola e non ha effettuato nessun gesto ufficiale per riparare al lungo dominio diretto e indiretto. Nel 2001 con la legge Taubira la Francia ha riconosciuto    la schiavitù e la tratta atlantica degli schiavi come un crimine contro l’umanità. Le dichiarazioni si sprecano e nei fatti sono la propaganda che serve ad oscurare la realtà e a far percepire l’occidente come il continente dei diritti. Il presidente di Haiti, Jean-Bertrand Aristide, in occasione del bicentenario nel 2003 della morte di Toussaint  Louverture, ha avanzato la richiesta delle “riparazione coloniali”, la quale è stata sostanzialmente ignorata dalla Francia. La patria della fratellanza dopo aver costituito il “Comitato indipendente di riflessione e proposte sulle relazioni franco-haitiane” ha respinto l’istanza, in quanto non ha alcun fondamento giuridico. Ancora una volta per la giurisprudenza dei “signori del mondo” la  legge è solo il diritto del più forte. Nel 2004 un colpo di stato ha rovesciato Aristide e il nuovo governo ha “ritirato la richiesta”. Sono naturalmente coincidenze. L’indennizzo avrebbe dovuto finanziare scuole, ospedali, strade e infrastrutture essenziali. Tutto manca ad Haiti, poiché il debito imposto con il ricatto dell’invasione nel 1825 ha condotto a versare alla Francia, per oltre un secolo, l’80% del bilancio statale con le conseguenze che si possono immaginare. La Banque de France deve la sua stabilità anche all’enorme afflusso di denaro proveniente da Haiti.

Il colonialismo è vivo nella psiche degli europei e il razzismo è sostenuto dall’economicismo che conduce alla pubblica indifferenza verso tali “etiche richieste”. Una storia atroce, dunque, di ingiustizie e di negazione dell’alterità che la Francia e l’Europa continuano a ignorare. L’Europa ha perso l’anima, l’ha venduta al capitalismo e tra le sue pieghe ha  il sangue e la carne dei popoli sfruttati. Una nuova storia può iniziare con il riconoscimento dei crimini commessi.

Haiti, con la sua miseria nel tempo presente, ci parla delle tragedie etiche del capitalismo. La storia, dunque, ci insegna la verità, per questo il capitalismo la necrotizza, la nega e la manipola. Coloro che ignorano non si ribellano, ma curvano la schiena dinanzi al potere percepito come immodificabile ed eterno. La storia tormentata di Haiti è la storia del capitalismo che mostra in patria il volto del diritto dietro cui si celano disuguaglianze e violenze, mentre negli stati sotto il giogo coloniale e neocoloniale può mostrarsi senza mascheramenti nel suo nichilismo mortifero. La storia è un campo libero di potenzialità e si spera che un giorno potremo dire che delle sofferenze degli schiavi e degli sfruttati nel mondo “neanche un capello sarà perduto”, per questo bisogna trasmettere “la storia del capitalismo” e di “ogni sistema totalitario” nella sua terribile e oscena verità. Cominciamo con il pensare empatico immaginando la condizione dei discendenti di tali storie di somma ingiustizia, il cui dolore si ramifica dal presente per ricongiungersi al tragico passato. Il dolore non ha l’ultima parola, perché oltre di esso vi è il futuro.

La filosofia non è intimismo, ma essa alimenta il nostro sentire storico con la valutazione etica mediante il paradigma del bene. Anche noi possiamo partecipare alla prassi che inaugura “un’altra storia”. La pedagogia della liberazione necessita di ricordare filosoficamente per poter divergere dagli spettri del passato.

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