Un inquietante fantasma dicono si
aggiri per i corridoi dei dipartimenti di filosofia: cattedratici e
studenti sbiancano dinanzi alla prospettiva di imbattersi in esso,
poiché un incontro fortuito potrebbe comprometterne reputazione,
credibilità e carriera.
Mi riferisco al solipsismo
(noto anche come idealismo soggettivo, soggettivismo o egoismo),
figlio illegittimo e mai riconosciuto della filosofia europea
moderna. A questo “ismo” negletto dedicai una decina di anni fa
uno scrittarello (scherzosamente) apologetico1,
cercando di restituirgli un po’ di dignità; oggi vorrei occuparmi
brevemente della sua genesi e dei motivi per cui è reputato una
bizzarria sconveniente, se non addirittura blasfema.
Nel pensiero antico – ce lo
insegna Emanuele Severino – i concetti di certezza e verità sono
sovrapponibili, nel senso che la mente umana è idonea perlomeno in
astratto a cogliere la realtà ultima delle cose, a “conoscere il
vero”. Soggetto e oggetto-mondo esistono a priori e parallelamente,
compito del primo è investigare il secondo e comprenderne il
significato.
È appena nel XVII secolo che,
con Cartesio, si determina una frattura: per il filosofo francese
l’indagine non può partire da un’ipotetica sostanza esterna, che
potrebbe avere natura illusoria, ma deve prendere avvio da quel dato
indiscutibile che è il nostro
pensiero. Anziché ricorrere al modo infinito egli coniuga il verbo
alla prima persona singolare: cogito
ergo sum, penso dunque
sono. È quindi il signor Descartes che, pensandolo, crea l’universo?
Niente affatto, perché il transalpino non è certo un eretico, bensì
un buon cristiano, e la sua è soltanto una premessa metodologica: è
grazie alla mediazione del Dio creatore – un autentico deus
ex machina! – che la
materia riacquista la concretezza e la tangibilità di cui
dapprincipio si dubitava. Può sembrare singolare allo studente di
oggi che per dimostrare la sussistenza di qualcosa che tocchiamo
quotidianamente con mano si ricorra a un’astrazione o – per dirla
con Pascal – a una scommessa, ma dobbiamo tener conto che la
secolarizzazione postmoderna ha inciso in profondità sul comune
sentire degli esseri umani e sulla loro propensione a credere in
determinati fenomeni soprannaturali. Permane il fatto che, nella
visione cartesiana, il processo conoscitivo ha inizio con un quesito
che il soggetto, cioè l’individuo, pone a se stesso: il c.d. mondo
reale, racchiuso tra parentesi, riapparirà solo in un secondo
momento, per grazia ricevuta.
Il primo passo è stato compiuto
e non si torna più indietro. Nel ‘700 l’angloirlandese George
Berkeley s’inoltra in un territorio inesplorato: secondo lui,
convinto nominalista, le idee generali e astratte di cui facciamo uso
(quella di mela, ad esempio) sono concetti vuoti, poiché le nostre
esperienze sono riferibili esclusivamente a singole “cose” che
non esistono tuttavia al di fuori della nostra mente. Queste idee,
peraltro più realistiche e coerenti fra loro di quelle frutto
dell’immaginazione, sono impresse nell’anima umana da uno Spirito
superiore, quello di Dio onnipotente. Se per il contemporaneo David
Hume ciò che ci circonda è un quid
inconoscibile (sempre ammesso che le sensazioni non ci ingannino),
per Berkeley ci dimeniamo all’interno di un ologramma prodotto da
una divinità imperscrutabile e noi stessi siamo nient’altro che
spiriti. Possiamo allora essere certi dell’esistenza di altri
esseri a noi affini? Se il cane che mi abbaia contro è un’idea
non potrebbero esserlo pure la vicina di casa e il capufficio
intrattabile? Berkeley pare non porsi la questione, anche perché il
potere di Dio è incondizionato e non si vede per quale ragione Egli
dovrebbe limitare la propria creatività; curioso però che un pio
vescovo contraddica nei fatti la Genesi, facendo riposare il suo
Signore durante i primi cinque giorni e per buona parte del sesto. Si
osservi che l’immaterialismo berkeleyano – una teoria che
all’epoca non suscitò duraturo interesse – ha ispirato di
recente registi e scrittori che, messo da parte il buon Dio, hanno
dato vita a “incubi riusciti” (la serie Matrix, lo straniante Il
mondo di Sofia).
Né Descartes né Berkeley sono
quindi dei solipsisti (ad esserlo, nella visione del secondo, è
semmai l’Onnipotente), ma a quest’eresia filosofica essi
preparano involontariamente il terreno, smaterializzando quello su
cui il senso comune è persuaso di poggiare i piedi.
Il lascito cartesiano e quello di
Hume, illuminista scettico, sono valorizzati da Immanuel Kant, forse
il più fecondo pensatore degli ultimi secoli. Il “grande
oltremontano” nativo di Königsberg non nega la realtà della cosa
in sé (l’universo e
tutto ciò che esso contiene), ma afferma che la sua essenza si
sottrae completamente alla nostra capacità di osservazione, è
pensabile ma non
conoscibile; quello
che possiamo esplorare è il fenomeno,
vale a dire l’aspetto, la modalità in cui l’inafferrabile si
presenta ai nostri sensi e al nostro intelletto, programmati per
funzionare in una certa maniera (servendosi delle categorie innate di
spazio, forma, tempo, causalità ecc.). Solamente alla ragione umana
sembra aprirsi un pertugio che le consente di gettare uno sguardo
fuggevole sul noumeno,
recependo una serie di regole di condotta assolutamente valide che
coincidono con l’imperativo categorico. Il soggetto kantiano non è
un’entità impersonale, ma ogni singolo uomo vissuto dall’inizio
dei tempi: qualsiasi interpretazione di questa dottrina in senso
solipsistico sarebbe quindi gratuita e fuorviante.
I grandi maestri hanno quasi
sempre emuli e seguaci che, specialmente se brillanti, si propongono
di superarli. Johann Gottlieb Fichte si considera il continuatore di
Kant e s’intestardisce a “completarne” l’opera: infastidito
dalla presenza della sfuggente e misteriosa “cosa in sé” decide
di liberarsene e, sulle orme di Descartes, riassegna il primato al
soggetto. Fichte non si accontenta di un verbo, optando per il
pronome personale Ich,
che in tedesco significa Io.
L’utilizzo della lettera maiuscola è illuminante, perché dalla
lettura (oltremodo faticosa) della Dottrina
della scienza emerge
con sufficiente chiarezza che l’Io fichtiano è sovraindividuale e
coincide con l’umanità passata, presente e futura, non certo con
Tizio, Caio o Johann. Nelle stesure più tarde il tedesco, che
peraltro aveva esordito come teologo, annacqua e depotenzia la sua
proposta filosofica appellandosi a Dio, ma nell’interessante
versione iniziale ritroviamo un Io che prima pone se stesso, indi si
contrappone un Non Io (il mondo c.d. reale), infine – ma tutto
avviene contemporaneamente – limita sé e la propria negazione
frantumando (rectius:
dividendo) Io e Non Io in una molteplicità di enti individuali. È
nella risultante pluralità di io
empirici (=uomini
mortali in carne e ossa) che si realizza il fenomeno
dell’autocoscienza, ed è tramite lo sforzo inesausto di
oltrepassare gli ostacoli opposti dalla realtà a sua volta empirica
che lo spirito umano si innalza progressivamente verso l’infinito2.
Malgrado questi dati di fatto (e
a causa di un’innegabile oscurità espositiva) il fondatore
dell’Idealismo incappò nell’accusa di soggettivismo, da lui
fermamente respinta (v. infra)
– un’accusa che nessuno si sognò di rivolgere al più celebre
Hegel, autore di un sistema filosofico astrattamente perfetto
nell’ambito del quale il Dio cristiano si “laicizza”, vedendosi
ribattezzare Spirito, e l’obbedienza nei confronti dell’autorità
diventa un imperativo dettato dalla Ragione (di Stato). A parer mio
Karl Marx deve molto più a Fichte che a Hegel, ma questo è un altro
discorso.
Edmund Husserl, forse l’ultimo
ideatore di un sistema filosofico, prende spunto dal cogito
cartesiano, ma lo radicalizza: a fondamento del tutto sta non il
soggetto pensante, bensì un pensiero spersonalizzato. Nell’opera
Fenomenologia e teoria
della conoscenza
l’autore sembra scivolare nel soggettivismo quando scrive3:
“Tutto si svolge comunque nel mio io e nella mia coscienza; nella
sua immanenza io decido non solo del mondo intero, ma anche
dell’essere e non essere degli altri soggetti e della conoscenza
altrui, come pure della produzione a opera dell’umanità di una
scienza comune e di una comune conoscenza oggettiva del mondo. A
una riflessione radicale dunque persino il mondo degli esseri umani
costituito intersoggettivamente si costituisce in realtà per me
attraverso le pure connessioni della mia coscienza”
– nel prosieguo, tuttavia, Husserl tiene a precisare (a pag. 2274)
che “interpretazioni di questo tipo (…) in verità sono tutte
accomunate dall’assenza di domande veramente chiare e determinate,
razionali” e che “l’io e la coscienza costituenti non sono il
mio io e la mia coscienza, l’io e la coscienza dell’essere umano
che conosce”.
L’infamante sospetto di
solipsismo va fugato. Nel Saggio
di una nuova esposizione della Dottrina della scienza
Fichte si difende appassionatamente da numerose critiche, e con
riguardo alla questione da noi trattata afferma: “Anche nei
filosofi sopra lodati, come Kant e la dottrina della scienza, che non
presuppongono l’Io al molteplice della rappresentazione, ma lo
costituiscono a partire da esso, la loro unità pensante nel pensiero
molteplice è soltanto l’individuo, o non piuttosto l’intelligenza
in generale? In altre parole: c’è
qualche filosofo di nome che prima di loro abbia fatto la scoperta
che Io significa solo l’individuo,
e se si prescinde dall’individualità, allora rimane solo un
oggetto in generale?” Ancora: “In breve, egoità e individualità
sono concetti assai diversi (…) col primo noi ci contrapponiamo a
tutto ciò che è al di fuori di noi, non solamente alle persone al
di fuori di noi, e comprendiamo
in esso non solo la
nostra determinata personalità, ma la
nostra spiritualità in generale”.
Chiaro, anche se solo fino a un certo punto…
La più violenta (e almeno in
apparenza efficace) confutazione del solipsismo la ritroviamo però
nell’insospettabile Schopenhauer, accanito avversario
dell’idealismo alla moda: “(…) altrimenti l’individuo
conoscente deve supporre che questo unico oggetto (=il proprio corpo
ndr)
essenzialmente diverso da tutti gli altri, che unico fra tutti è
volontà e rappresentazione al tempo stesso, mentre gli altri oggetti
sono semplici rappresentazioni, cioè puri
fantasmi; che il suo corpo dunque è l’unico individuo reale a questo
mondo, vale a dire l’unico fenomeno della volontà e l’unico oggetto
immediato del soggetto
(…) L’egoismo teoretico, che proprio per questo considera fantasmi
tutti i fenomeni eccetto il proprio individuo (…) non
si può mai contestare per mezzo di prove;
ciononostante, esso non è mai stato attendibilmente usato in
filosofia altrimenti che come sofisma scettico, cioè pro forma. Come
seria convinzione, invece, lo si potrebbe trovare in manicomio (…)
guarderemo a quell’argomento scettico dell’egoismo teorico, a noi
qui contrapposto, come ad una piccola fortezza di confine, che è
perennemente inespugnabile, ma la cui guarnigione non ne è mai
uscita; perciò si può passarle accanto e lasciarla alle spalle5”.
Merita rilevare che nella sua opera principale il pensatore di
Danzica si sofferma sulla distinzione tra realtà e sogno (par. 5),
mostrandosi insoddisfatto della spiegazione offerta da Kant secondo
la quale “la vita ha in sé una connessione generale secondo il
principio di causalità,
non però con i sogni brevi, benché ognuno di questi abbia in sé la
stessa connessione”. A parte il fatto che l’ultimo assunto è
facilmente contestabile – poiché nei sogni il nesso tra causa ed
effetto è del tutto episodico, visto che situazioni, personaggi ecc.
mutano freneticamente e spesso manca una “trama” riconoscibile6
– la distinzione cadrebbe completamente se fosse possibile (con
un’apposita macchina o con l’ipnosi) produrre dei sogni coerenti
da vivere notte dopo notte, cioè “a puntate”, o anche in un
singolo istante fuori dal tempo7.
Pur avendo definito la vita reale “una lettura coerente”,
Schopenhauer finisce per svalutare l’alterità fra veglia e sogno:
è forse la consapevolezza di aver osato l’inosabile a suggerirgli
di sviare l’attenzione dei critici indicando loro un falso, ma
comodo bersaglio.
Non è ozioso a questo punto
domandarsi quali siano le motivazioni sostanziali di un rifiuto così
reciso e sprezzante dell’impostazione che definiamo solipsistica.
L’interpretazione “manicomiale” avanzata da Schopenhauer va
rigettata perché fa di tutta l’erba un fascio, confondendo
artatamente i deliri di qualche esaltato con elucubrazioni magari
stravaganti, ma non meno di altre meritevoli di discussione. Non va
peraltro dimenticato che talora lo spirito umano esorcizza con
l’irrisione ciò di cui ha un segreto timore.
Ad avviso di chi scrive varie
sono le ragioni della ripulsa, alcune di natura (per così dire)
sociale, altre di carattere psicologico. In primo luogo, la pretesa
di essere soli al mondo (anzi: di
essere il
mondo) può esporre al
biasimo e al dileggio degli altri
membri della comunità in cui il solipsista è – volente o nolente
– inserito: egli potrebbe consolarsi negando l’esistenza di
costoro, ma l’escamotage può funzionare solo finché non si
avverte il bisogno di un aiuto esterno, o più banalmente di un
consiglio o di una buona parola. A nessuno piacerebbe comunque
passare per “lo scemo del villaggio” e incorrere nello stigma
sociale. Immaginiamo però che il soggettivismo si diffonda e
“contagi” un gran numero di individui: un’inevitabile
conseguenza sarebbe l’allentamento dei legami comunitari, e dunque
l’affermarsi di un utilitarismo spinto, il sovrano disprezzo per le
esigenze altrui, il venir meno di qualsiasi forma di solidarietà ed
empatia nei confronti del prossimo. La società precipiterebbe in una
crisi irreversibile, disintegrandosi, e si imporrebbe la legge
hobbesiana: homo homini
lupus (occorre dire
che ad analoghi risultati sta approdando il neoliberismo occidentale,
che pure non incentiva la riflessione filosofica né la lettura).
C’è infine un freno di matrice psicologica: l’esaltazione
derivante dal sentirsi un dio cederebbe ben presto il passo a un
opprimente senso di solitudine e d’inutilità e ogni esperienza
perderebbe sapore; inoltre il peso e la responsabilità di un intero
universo, sia pure virtuale, sono eccessivamente gravosi per il
singolo, meglio spartirli con un’infinità di altre coscienze
affini.
È tempo di capire se la
descritta posizione filosofica, oltre che inattaccabile
(“inespugnabile” a detta di Schopenhauer), sia più o meno
sostenibile di altre teorie opposte al materialismo8.
Il discorso apologetico di Fichte
si fonda su due argomenti: il primo è un rimando alla tradizione
filosofica, che giammai ha identificato il soggetto conoscente con
l’individuo empirico, il successivo adombra una sostanziale
differenza tra i due concetti – a comprova il pensatore ricorda,
nella pagina in precedenza menzionata, che a seconda del contesto
l’espressione “sono io!” può significare “sono Tizio”
oppure “sono un essere umano” (e non, ad esempio, un animale).
Schopenhauer, nel passo richiamato, ribadisce la prima affermazione,
mentre Husserl sembra riallacciarsi alla seconda, distinguendo fra
coscienza costituente
e coscienza
costituita9.
Residuano però ambiguità
semantiche e difficoltà logiche. Il fondatore dell’idealismo
critico affida all’io empirico – e non all’Io, che è puro agire
inconsapevole – lo sviluppo dell’autocoscienza; inoltre, gli
assegna il compito fondamentale di superare gli ostacoli posti via
via dalla presunta “realtà”, facendone l’assoluto protagonista
della sua trattazione. C’è dell’altro: intelligenza,
specie umana,
coscienza conoscente
ecc. appartengono indubbiamente alla categoria delle “idee
generali” di cui il vescovo Berkeley contesta l’autonoma
esistenza – sono nomi
nudi, evanescenti
prodotti dell’intelletto umano. Il problema è che si potrebbe dire
altrettanto della divinità
che, per Cartesio come per Berkeley, garantirebbe la “tenuta” del
sistema.
L’autocoscienza è invece,
almeno apparentemente, un dato acquisito, del quale facciamo
continuamente esperienza (persino
in sogno ci sentiamo noi stessi):
cosa vieta allora di concludere che – come scrissi a suo tempo –
“il singolo sia il demiurgo che si nasconde a se stesso”
autolimitandosi? Il fatto che si nasca e si muoia non costituisce a
rigore un ostacolo insormontabile: non v’è alcuna certezza che
l’universo sia eterno (“Io sono l’alfa e l’omega”, proclama
il Dio biblico) e se il tempo è relativo
migliaia di anni possono concentrarsi in un giorno o in un singolo
pensiero.
Sotto un certo aspetto, dunque,
il solipsismo è la forma di idealismo meno astratta e più coerente
con le proprie premesse – che ci offra un efficace rimedio contro
la furia del dileguare è però quantomeno dubbio.
La nostra esistenza assomiglia a
una sigaretta accesa controvento, il cui scintillio può spegnersi
senza preavviso in qualsiasi istante: il tentativo di erigere su
simili fondamenta un edificio smisurato è semplicemente patetico.
Schopenhauer lodava Kant per aver
posto sullo stesso piano soggetto e oggetto, senza aver dato
precedenza all’uno (come fanno gli idealisti) o all’altro
(l’opzione scelta dai materialisti): sulla medesima scia si muove
Karl Jaspers, che considera impenetrabile il mistero dell’Essere
(=cosa in sé10),
ma esorta la persona umana a sforzarsi di leggerne la scrittura
cifrata per conferire autenticità a un cammino esistenziale breve e
accidentato.
L’uomo può insomma dare
significato alla propria vita, senza per questo rinunciare alla
speranza che dopo
ci sia qualcosa e che il caos in cui siamo stati gettati alla nascita
abbia un perché.
1
https://bentornatabandierarossa.blogspot.com/2014/11/un-ismo-senza-gloria-il-solipsismo-di.html.
2
Al pensiero di J. G. Fichte, qui banalizzato in poche righe (ma lo
stesso vale per gli illustri filosofi in precedenza citati), ho
dedicato il racconto “Nelle spire del Non Io”, disponibile in
rete.
3
A pagina 211 dell’edizione Bompiani 2023.
4
Qualche riga prima, citando la “condanna” espressa da
Schopenhauer (v. infra), il boemo introduce il termine solipsismo.
5
Il mondo come volontà e rappresentazione, par.
19.
6
Ed anche perché questa “connessione generale (dell’esistenza)
secondo il principio di causalità” noi la avvertiamo… da
svegli.
7
Rimando a una mia riflessione sul tema contenuta nel quarto numero
dei Quaderni di Risorgimento Socialista.
8
Attenzione però ai nomi: anche il “materialismo” marxiano è di
schietta ispirazione idealistica!
9
Ripeto la citazione: “come risulta ovvio dai nostri studi
precedenti, l’io e la coscienza costituenti non sono il mio io e
la mia coscienza, l’io e la coscienza dell’essere umano che
conosce” op. cit., pag. 227. Husserl
e Fichte dicono in pratica la medesima cosa.
10 Le mirabolanti scoperte dei fisici novecenteschi, che sgretolano sotto i nostri occhi attoniti la materia “solida”, confermano la giustezza dell’intuizione kantiana.
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