Il tema dell’inclusione è uno dei dogmi culturali e
pedagogici del liberalismo. La parola
inclusione è utilizzata quale mezzo di propaganda per mascherare scelte
aziendali e capitalistiche come democratiche e per tacitare i dissenzienti,
giacché solo un essere antidemocratico e ostile all’umanità potrebbe essere
contrario all’inclusione. Con tale propaganda i dissenzienti sono zittiti e
posti ai margini della vita culturale e, nel contempo, coloro che sono per
l’inclusione indifferenziata nel “migliore dei mondi possibili e specialmente nell’unico
possibile” sono nei fatti discriminati. Si include e si discrimina, tale ritmo
censorio non è mai colto, poiché è già
il segno della profondità del male. Il risultato di questa campagna inclusiva
che passa dalla formazione, in particolare, ma è generalizzato, è il nuovo
dogma, anche, della chiesa e giunge nelle
aziende fino a fondare un corpo sociale interno al dogma (inclusione) mai pensato e mai problematizzato.
Chiunque osi pensare il dogma dell’inclusione è guardato con sospetto e
marginalizzato, le sue parole sono niente, poiché sono respinte in modo
meccanico e immediato. L’inclusione è il
dogma che neutralizza la contestazione, poiché non si può contestare una
società inclusiva che consente ad ogni differenza di esprimersi sul mercato
della diversità, purché si taccia sullo sfruttamento, sulla mercificazione
delle vite, sulla precarietà erotica con annesso depopolamento programmato, su
un regime pensionistico semplicemente disumano e sull’iniqua e scandalosa distribuzione delle ricchezze. Il pedaggio da
pagare per l’espressione, all’interno dei confini del capitalismo, delle
differenze è l’accettazione sovrana delle contraddizioni rese fatali e inemendabili.
Nella società inclusiva le pulsioni sono
“libere” e sono sganciate dall’etica e dalla progettualità, sono materialità
primitiva e meccanica da scaricare, la
mente è, invece, nella gabbia d’acciaio del pensiero unico. L’alternativa reale
al sistema è resa impensabile mediante il terrore orchestrato dello stalinismo
e del fascismo sempre alle porte che bussano per privarci della società
inclusiva, per cui bisogna solo accettare e ringraziare “il dio mercato-” con i
suoi dogmi.
Ma c’è molto di più, l’inclusione è tecnica in senso
heideggeriano. L’organizzazione della società a misura di mercato è fondata sulle leggi dell’economia liberista e
sul connubio tra sorveglianza e persuasione perenne mediante tecnologie e
apparati mediatici. Gradualmente l’organizzazione diventa una rete avvolgente e
asfissiante che penetra nella psiche conquistandone i pensieri mediante
l’immissione del lessico “politicamente corretto” e disciplina il corpo reso
mezzo per produrre, consumare e godere rigorosamente in solitudine, poiché
l’altro è sempre un mezzo e mai un fine con cui disegnare progettualità etiche.
Tale pianificazione mediante l’organizzazione tecnica e ideologica raggiunge il
suo completamento e senso nella Grande Madre. L’inclusione è simbiosi, pertanto
è accostabile all’archetipo junghiano della Grande Madre, la quale include al
fine di impedire l’autonomia del soggetto e l’esplorazione di altre possibilità
organizzative. L’attacco alla figura del padre nel suo significato materiale e
simbolico è evidente. Il padre libera il figlio dalla simbiosi materna causando
dolore al fine di creare il nuovo e di progettare nuove realtà relazionali.
La ferita della crescita e la perversione della Grande Madre
L’intero sistema si fonda sull’edonismo e promette di non
recare alcuna ferita. La vita come distacco generativo è condannata, essa
dev’essere sempre e solo piacere e protezione, per cui l’infantilismo deve
regnare. La derealizzazione porta a gesti estremi. Il piacere è regressivo per
cui la morte è rimossa, la vecchiaia anche e l’impegno è considerato sempre
aleatorio, in quanto connesso esclusivamente al piacere personale. Dalla
simbiosi inclusiva si genera solo la morte. Si esclude la possibilità di
procreare biologicamente e intellettualmente, poiché ciò reca fatica e, specialmente, la Grande
Madre potrebbe intervenire con conseguenze terrorizzanti, o meglio essa non
interviene, in quanto l’abitudine al desiderio personale divenuto diritto
destabilizza i caratteri e li rende pavidi e vigliacchi.
Il sistema, dunque, ha ucciso il padre e il maschio, questi
sono tollerati solo se si dedicano a produrre reddito e a imitare la Grande
Madre con la sua pedagogia inclusiva. Il padre è stato abbattuto, poiché ha il
compito naturale ed etico di infliggere la ferita, come detto, del distacco dalla madre, in modo che il
figlio possa cercare nuovi percorsi e progettare da autonomo la sua esistenza
mediante la famiglia e nella comunità. L’assassinio del padre coincide con la
morte di Dio, pertanto tutto è relativo e tutto è possibile. In tale contesto
anche la madre è offesa e mutila, poiché la sua funzione è complementare a
quella del padre. La madre nutre, cura e difende la vita, mentre il padre
consente di nascere liberamente al mondo. L’abbattimento del padre nella caccia
ideologica realizzata ha sostituito la madre con la Grande Madre
dell’organizzazione inclusiva. Si tratta di una madre perversa, poiché ha
sostituito la cura premurosa della madre con il controllo e il potere assoluto
sugli inclusi. Le madri, esattamente come i padri, in tale contesto sono esseri
neutri nel genere, poiché le loro esistenze devono essere finalizzate al
produttivismo e all’eterna giovinezza da comprare con attività ginnica
infinita, con l’industria cosmetica e
con la chirurgia estetica. Nelle città è impossibile non imbattersi nei forzati
della salute e le medesime realtà urbane sono un invito all’attività ginnica.
Gli spazi sono palestre in cui è vietato pensare, ma ci si deve muovere sempre
come criceti in gabbia. La vita si muta in morte, poiché la vita come
generazione e cura che prepara la propria morte permettendo ai nuovi nati la
naturale e umana sostituzione è negata. Il mito dell’immortalità che si fa
strada all’ombra della morte della Grande Madre reca con sé la morte di una
civiltà millenaria con la sua sterilità voluta e indotta con cui si respinge la
morte, in quanto ogni nuovo nato ci rammenta la nostra morte.
La Grande Madre con la sua organizzazione tecnocratica potrebbe
essere il punto finale della fine della civiltà occidentale. Forse è il primo
caso di una civiltà che organizza il proprio suicidio e legalizza la cultura
della morte come atto supremo per respingerla non potendola dominare realmente
e sostituirla con l’immortalità. Il delirio di onnipotenza, abbattuto ogni
limite etico, politico e religioso non può che portare ad una conflittualità
perenne e a una serie di guerre suicide.
Guerre e Grande Madre
La rottura dell’equilibrio
tra il maschile e il femminile è foriero di violenza, e tale violenza ormai
palese è coperta con il Velo di Maya dell’ipocrisia delle parole. La parola
prima è “inclusione”, parola ossessiva e compulsiva onnipresente in ogni
discorso e scelta, poiché se si include non vi possono essere contestazioni e,
dunque, si può procedere senza limiti e confini. Capitalismo e Grande Madre
tecnocratica sono un corpo unico, sono il mostro policefalo che la critica
radicale deve svelare nella sua verità. Naturalmente l’inclusione non può
essere autentica, poiché dove regna la corrente glaciale della morte non vi può
essere autentica inclusione. La Grande Madre è una parvenza di madre, è il
volto perverso della maternità, poiché infantilizza, spinge alla mortale competizione
i suoi figli per tenerli al suo guinzaglio e impedisce loro di crescere e
diventare “padri e madri” a livello materiale e simbolico, giacché per essere padre o madre non è necessario
generare un figlio, ma è fondamentale “sostenere le vite nel loro percorso di
generazione e di autonomia”.
Nelle scuole la Grande
Madre ha la sua espressione più completa e dunque è l’istituzione in cui essa
si mostra pienamente. L’inclusione è ottenuta
trasformando la scuola in istituzione erogatrice di promozione e voti
sempre attenta a soddisfare il desiderio del cliente. Vedasi in Italia il caso dei cento e lode alla
maturità. A scuola, mentre si include si insegna la competizione, la lotta e
l’agonismo imprenditoriale. Si include per formare i futuri sudditi a immagine
e somiglianza del potere. La Grande Madre non è madre, pertanto inganna, in
quanto persegue il potere. Il desiderio deregolamentato costantemente
utilizzato per strappare un facile e irriflesso consenso è la via che conduce
alla chiusura alla vita. Il desiderio senza scambio simbolico chiude in una atomistica
dell’indifferenza nella quale il godimento onanistico e decerebrato conduce
alla derealizzazione e alla morte della vita politica. Le comunità sono solo
aziende dove si comprano desideri e nelle quali si muore in solitudine. La
proliferazione delle “case del commiato” è parte di un sistema di negazione
della morte e del rifiuto della vita dal concepimento alla sua fine. Nulla è
più menzognero che la lettura della crisi demografica causata da “condizioni
economiche non ottimali” per generare. La causa reale è il desiderio
narcisistico idolatrato, pertanto non c’è spazio per relazioni di dono.
L’inclusione nel mondo della Grande Madre esige la rinuncia alla natura sociale
e politica dei suoi membri. Il pensiero dev’essere neutralizzato, in modo che
la Grande Madre sia eternizzata e astoricizzata. Le famiglie sono ormai quel
che resta di una comunità famigliare, in quanto i genitori, quando vi sono,
sono ormai adolescenti accecati dal
desiderio e pronti a soddisfare senza filtro i capricci dei figli.
L’aggressività non è contenuta o sublimata, ma regna sovrana nel sistema della
Grande Madre. Le pulsioni sadiche non sono controllate, dato che i padri che
avrebbero il compito di insegnare ai figli a contenerle sono scomparsi, la
conseguenza è una violenza generalizzata e distruttiva che si propaga in modo
angosciante tra patologie e lotte darwiniane.
Claudio Risè legge il
tempo del desiderio indifferenziato e immediato nella regressione ad una fase
orale generalizzata. L’infantilismo è l’effetto dell’oralità divoratrice. La Grande Madre nutre
il desiderio in modo esponenziale e lo sollecita, è il segno diabolico-divisorio della sua
potenza, e in tale dinamica onirica e delirante è un’intera civiltà a decadere:
“Nella «fase orale» il
mondo viene conosciuto mangiandolo e godendone per obbedire al principio del
piacere, vissuto nella sua modalità «divorante». In precedenti lavori ho
insistito sulle analogie fin troppo evidenti tra l’attuale «società dei consumi»,
che tratta l’individuo soprattutto come «consumatore» che si appaga
ingozzandosi di prodotti e godendo di beni «fabbricati», e l’attività
psicologica dell’archetipo (già incontrato nel testo) della Grande Madre nel
suo aspetto divorante, che tende appunto a mantenere l’individuo in una
posizione «orale», impedendogli di evolversi fino ai più sviluppati livelli
della coscienza. Il potere della Grande Madre viene conservato mantenendo
l’individuo nella dimensione infantile, dell’immediatezza, ed evitandogli
l’esperienza fortificante della privazione. Uno degli effetti della
liquidazione dell’imago paterna,
personale e collettiva, è dunque quello di farci regredire allo stadio orale,
della primissima infanzia, con le sue note caratteristiche. Per esempio:
l’incapacità di reggere la tensione dell’attesa o della mediazione (si vive tra
immediatezza e onnipotenza, entrambe caratteristiche infantili); la
manifestazione plateale del sentimento, che viene subito spettacolarizzato, e
diventa superficiale; l’impossibilità di introspezione (il tipo psicologico
«introverso» tende anzi a venire considerato «patologico», e viene guardato con
sfavore, proprio perché si sottrae istintivamente all’esteriorizzazione
infantile dominante). L’oralità di questo modello sociale si manifesta anche
nella tendenza a cadere in comportamenti letteralmente divoranti, in cui le
difficoltà psicologico-affettive provocate dal non saper reggere la tensione
(dell’attesa, della privazione), vengono «compensate» attraverso l’assunzione-ingestione
di sostanze: cibi, droghe, alcool[1]”.
Molte patologie che nelle scuole si riscontrano hanno la loro
causa nel vuoto famigliare e nella deregolamentazione pedagogica. Se non vi
sono regole ma solo desideri l’attenzione non può che scemare, il disagio
relazionale non può che aumentare per il diffuso narcisismo e l’irrequietezza
motoria diventa sovrana. Si deve
constatare un progressivo decadimento dell’azione paideutica, in quanto genitori,
docenti e pedagogisti e, si potrebbe continuare, sono i migliori custodi
dell’esercizio della tecnocrazia capitalistica. I punti di trasmissione del
“male” devono essere individuati con chiarezza in modo da agire per riportare
la politica del bene e della cura nel disordine irrazionale dell’impianto della
Grande Madre/capitalismo assoluto. I due punti si toccano, la Grande Madre è un
assoluto, non conosce limiti e confini, essa vuole solo se stessa, è un idolo
che esige il sacrificio perenne dei suoi figli asserviti e alienati.
Il nuovo umanesimo comunista non potrà che fondare comunità
nelle quali l’equilibrio tra il maschile e il femminile sarà la condizione per
la generazione e per un’equa distribuzione delle risorse, in quanto il
desiderio deregolamentato sarà sostituito con il logos e con la facoltà, di
conseguenza, di pensare la vita e le vite nella loro realtà immanente e negli
autentici bisogni. La dismisura è il grande male che ha il volto tutto da
decodificare della Grande Madre tecnocratica.
Nel frattempo stiamo allevando generazioni dedite
all’irrazionalità del desiderio e all’omologazione e ciò potrebbe essere la
premessa di nuovi e tragici totalitarismi. Al complesso di Telemaco delle nuove
generazioni bisogna rispondere e il dramma è il vuoto abissale di adulti
autentici che possano rispondere a tale umano bisogno. Di questo bisogna
prendere atto senza cadere nel pessimismo paralizzante frutto tossico della
Grande Madre di cui non dobbiamo nutrirci. La Grande Madre nutre se stessa con
il godimento del potere sui propri figli, pertanto li vuole eterni infanti
corrosi dal desiderio e pronti all’obbedienza e all’omologazione e li ricatta
con il terrore dell’esclusione e di conseguenza li forgia nel conformismo più
abietto e li rende incapaci di ascoltare “le stelle che danzano” nel loro
essere.
Ciò malgrado, dinanzi alla catastrofe che avanza, non
pochi sono insoddisfatti dalle facili risposte che il
sistema mediatico pone per spiegare e calmierare le domande e per spiegare i
crimini truculenti di una società senza padri, senza maestri e senza madri. In
modo carsico l’inquietudine comincia a prendere forma intorno a domande
profonde alle quali dobbiamo concorrere a dare risposte in modo da favorire
l’esodo dalla violenza della Grande Madre tecnocratica, la quale ha
nell’illimitato e nella sola logica acquisitiva i suoi tremendi fondamenti
nichilistici. La vita è sempre relazione, e la relazione prima è il rapporto
tra “padre e madre” che il capitale ha sostituito con il mercato e con i suoi
idoli letali.
[1] Claudio Risè, Il Padre l’assente inaccettabile, ed. San Paolo, paragrafo: La perversione «divorante» nella società senza padre
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