I.
Il
problema filosofico del nostro tempo è anzitutto ontologico: l’essere è dato
interamente nella forma di un’immanenza chiusa, un orizzonte senza esterno
che ha assorbito ogni possibile posizione di trascendenza – non solo di tipo
religioso ma anche semplicemente critica. In altre parole, il pensiero del
nostro tempo deve confrontarsi con una configurazione ontologica che
determina le condizioni di possibilità dell’esperienza prima ancora che questa
si articoli in desiderio e relazione. Nel sistema onnipervasivo di tipo
tecnocapitalistico nel quale viviamo, non si tratta di ciò che gli enti sono
ma di come possono darsi come enti: di quale forma dell’essere precede e
articola ogni apparire.
Kant
aveva mostrato che il soggetto costituisce il mondo attraverso forme a priori
che non dipendono dall’esperienza ma la rendono possibile. Per esprimermi con
una metafora audace, direi che il presente è un Kant rovesciato e storicamente
situato: le forme a priori dell’esperienza contemporanea non sono strutture
pure della soggettività trascendentale ma configurazioni storiche che hanno
acquisito la funzione del trascendentale senza averne legittimità. L’orizzonte
entro cui ogni ente appare costituisce una forma prodotta, contingente,
cristallizzata e resa necessaria. Il trascendentale si è fatto storico senza
perdere la propria forza strutturante: è questa la specifica violenza
ontologica del presente.
II.
L’essere,
in questa configurazione, non si manifesta come apertura – come il Da
heideggeriano in cui gli enti vengono alla presenza – ma come sistema di
presentazione selettiva. Non tutte le forme di vita si costituiscono come
oggetti intenzionali per una coscienza. Esiste una topologia dell’apparire:
zone di massima luminosità ontologica, dove l’ente si dà con pienezza di presenza,
connettività e efficienza – e zone di sottrazione progressiva, dove il darsi
dell’ente si riduce fino a diventare non-apparire. La coscienza del tempo
presente è conformata in modo tale che intere regioni dell’esperienza – interi
modi d’essere – non raggiungano la soglia della costituzione intenzionale. Non
vengono rimosse: semplicemente non vengono intenzionate. L’invisibilità
di cui si tratta non è occultamento di qualcosa che c’era: è la
non-costituzione di ciò che pure accade. La fenomenologia husserliana deve
essere radicalizzata: non basta descrivere come gli oggetti si danno alla
coscienza, occorre chiedersi quale struttura precede l’atto intenzionale
e ne determina il campo di possibilità.
Levinas
aveva visto nella figura del volto il luogo dove l’altro eccede ogni
totalizzazione – dove la singolarità irriducibile dell’altro mi chiama e mi
obbliga prima ancora che io possa costituirlo come oggetto. La configurazione
ontologica del presente realizza qualcosa di simmetrico e opposto: non la
totalizzazione violenta che riduce l’altro a funzione del mio sistema, ma la de-voluzione
del volto – la produzione sistematica di condizioni in cui il volto
semplicemente non appare, dove l’altro non può interpellarmi perché è già stato
consegnato a una zona di non-presenza ontologica.
III.
L’immanenza
di cui parlo non è quella di Spinoza – la sostanza infinita che esprime sé
stessa nella molteplicità infinita dei modi. È piuttosto ciò che ha divorato
la propria virtualità. Deleuze pensava il piano di immanenza come riserva inesauribile
di differenza non ancora attualizzata: il virtuale come reale/non attuale. L’immanenza
fascio sistemica del contemporaneo ha un’altra struttura: tutto è attuale,
tutto è già in atto, tutto è già traducibile in unità di misura, già
valorizzabile. Non rimane riserva di differenza: c’è soltanto una variazione
quantitativa all’interno di un campo omogeneo.
Questo è
il punto nel quale la metafora termodinamica acquista il suo rigore ontologico.
In termodinamica, un sistema chiuso che concentra ordine in un punto produce necessariamente
disordine altrove. E, dunque, l’entropia totale è destinata a crescere. Ontologicamente,
un’immanenza che si chiude su sé stessa senza residuo di virtualità produce
inesorabilmente zone di indeterminazione degradata – non la ricchezza
della virtualità deleuziana ma lo scarico necessario di ciò che non può essere
ordinato. Sono le zone in cui l’ente non viene presentato ma depositato, nelle
quali la vita appare come mera materia da smaltire. Del resto, non può essere
diversamente: l’ordine e il suo scarico sono ontologicamente co-implicati. Chi
abita le zone luminose dell’immanenza abita una presenza costruita sul
nascondimento dell’Altro.
La continuità qualitativa della durata
viene scomposta in successione di presenti equivalenti, ciascuno immediatamente
disponibile alla valorizzazione e immediatamente sostituibile. Il presente non trattiene più nulla e non
apre più nulla. Con un solo movimento, cancella la memoria e la promessa.
Per questo, la coscienza contemporanea oscilla tra eccitazione e anestesia.
Laddove ogni istante deve essere integrabile, leggibile e convertibile, la
durata diventa un residuo opaco.
IV.
Sorge qui
il problema filosofico più urgente: è pensabile la differenza qualitativa
all’interno di un’immanenza che sussume ogni differenza in variazione
quantitativa? È possibile cioè una negatività reale – non la contraddizione
metabolizzata che alimenta il sistema ma quella che apre verso altro – all’interno
di una configurazione che ha neutralizzato ogni possibile trascendenza?
Hegel
aveva mostrato che ogni determinazione porta in sé la propria negazione e che
la contraddizione è il motore del divenire. Nel nostro tempo, però, si assiste
alla contraddizione funzionale: una negazione che alimenta anziché
superare. Il movimento perpetuo che non approda mai a una determinazione reale
– ciò che Hegel avrebbe chiamato cattiva infinità – è la forma temporale dell’immanenza.
La
risposta di un autore come Badiou a questo problema si concretizza nella dottrina
dell’evento: qualcosa che accade nella situazione ma è irriducibile ai suoi
termini. Qualcosa che la situazione non riesce a contare tra i propri elementi.
L’evento è supplementare rispetto alla struttura: pro-viene dall’interno come
un eccesso dell’interno su sé stesso. La risposta è ontologicamente rigorosa ma
Badiou la paga con la rarità di una “eventualità” verticale, rara, quasi
miracolosa.
Occorre
pensare invece una differenza diffusa, somatica e quotidiana – non il
miracolo dell’evento ma la pratica della sottrazione temporanea. I Greci
chiamavano skholé la distanza dall’urgenza che rende possibile il
pensiero. Nella configurazione ontologica contemporanea, la skholé costituisce
una pratica elementare attraverso cui la temporalità profonda – la durée
irriducibile alla misura – viene sottratta alla sua scomposizione in istanti
equivalenti. È neghentropia nel senso più preciso: produzione locale di
differenza qualitativa contro la tendenza sistemica all’omogenizzazione.
V.
Il soggetto del pensiero critico non è affatto immune dalla configurazione che descrive. Al contrario, ne è attraversato e ne usa gli strumenti. Il suo è pensiero situato. La differenza è tra chi abita inconsapevolmente la struttura e chi la riconosce in quanto sistema – e nel riconoscimento trova un margine di riflessività che rende visibile la frattura. In termini teoretici: la riduzione fenomenologica husserliana sospendeva il mondo per recuperare la coscienza costituente. Qui si tratta di una riduzione rovesciata e subita: la compressione non è identica all’annullamento. Ciò che rimane – la tensione tra la forma imposta e la vita che non si lascia interamente tradurre in essa – è il luogo della possibilità critica.