La Filosofia della Soglia. Resistenza Verticale nell’Epoca del Labirinto


Dal punto di vista simbolico, il mondo contemporaneo si presenta come un Labirinto. Non per scarsità di informazioni, di voci, di percorsi ma per eccesso: una proliferazione di corridoi così fitta da rendere impossibile l’orientamento. Nel Labirinto si è prigionieri per impossibilità di direzione. Ogni scelta sembra aperta ma nessuna porta fuori. Gli algoritmi e le narrazioni che lo costituiscono sono la logica stessa dello spazio, la curvatura che riconduce ogni percorso al centro senza che chi cammina se ne accorga. Al suo vertice opera una struttura – una costellazione d’interessi tecnocratici e finanziari sempre più compatta e inafferrabile – che non ha bisogno di vietare l’uscita: ha costruito un interno così vasto da far dimenticare che un esterno esista.

Il potere cerca conformità passiva. Il cittadino è saturato: ridotto a spettatore di un conflitto orizzontale permanente, esso dimentica di alzare gli occhi verso la pressione che lo schiaccia dall’alto.

Definire questo insieme oligarchico è il riconoscimento di una struttura che include escludendo e decide sulla vita e sulla morte – indipendentemente dalle intenzioni dei singoli che l’abitano. Il Labirinto non è l’opera di un architetto malvagio: è il risultato di una logica che si è fatta mondo.

Il fasciosistema contemporaneo non ha bisogno della violenza. Ne ha superato la necessità poiché si è appropriato di qualcosa di più profondo del comportamento esteriore: ha colonizzato il desiderio. Il vecchio fascismo produceva obbedienza per coercizione – lasciava intatta, almeno come possibilità, la capacità di immaginare altrimenti. Nel fasciosistema labirintico, il soggetto non è costretto a conformarsi, è reso incapace di concepire alternative. La gabbia è uno spazio d’orizzonte. Non si vedono le sbarre perché queste vanno a coincidere con i confini del mondo visibile.

In questo senso il fasciosistema è più totalitario del totalitarismo classico. Un’immaginazione colonizzata non produce rivoltosi ma consumatori. I sudditi/cittadini fruiscono di un pensiero reso innocuo e convertito in differenze di stile.

Il Labirinto è strutturato su una grande capacità camaleontica: offre costantemente false uscite. Le polemiche prefabbricate, le contrapposizioni ideologiche tra destre e sinistre, ormai svuotate di tensione reale, la spettacolarizzazione del dissenso – tutto questo è la forma che il sistema conferisce alla propria inquietudine interna. È il modo in cui metabolizza l’energia del rifiuto, convertendola in carburante per il proprio sviluppo. Personaggi costruiti ad hoc cavalcano la tigre della polemica per trasformare la ribellione in merce – il libro-scandalo, il brand, la dissidenza come performance. La rivolta che adotta la medesima tecnica del sistema ne alimenta il motore.

Riconoscere le false uscite è il primo atto di lucidità antisistemica. Ma non è sufficiente. Il fasciosistema ha previsto anche questo: ha prodotto una vasta industria del riconoscimento critico – podcast, saggi, analisi – che nominano il Labirinto senza mai uscirne, che descrivono la gabbia con tale precisione e tale compiacimento da renderla ancora più abitabile. La critica che non trasforma la posizione di chi la esercita è un servizio che si rende al sistema.

Contro la tentazione di correre verso le false uscite, si erge la possibilità di restare sulla soglia. Tale posizione significa riconoscere che il vero conflitto non è orizzontale – tra cittadini, fazioni, identità – ma verticale: una pressione strutturale che scende dall’alto della tecnocrazia oligarchica verso il basso della vita concreta. Finché il conflitto resta orizzontale, il Labirinto è al sicuro. La soglia è, invece, il luogo in cui questa illusione si dissolve.

La soglia non è il ritiro del saggio che si preserva dall’impurità del mondo – ciò sarebbe stoicismo travestito da resistenza. La soglia è piuttosto uno spazio di esposizione: chi vi si pone non è protetto ma visibile e riconoscibile. Per questo, è inattaccabile dal momento che  non combatte sul terreno del nemico.

La rotazione dal conflitto orizzontale alla resistenza verticale non è indolore. Avviene infatti sempre in seguito ad una crisi: è il momento in cui il soggetto smette di riconoscersi nelle opposizioni che il sistema gli offre e avverte, per la prima volta con chiarezza, il peso di ciò che viene dall’alto. È una perdita prima di essere una conquista. Si perde l’appartenenza – alla fazione, alla tribù, al fronte – e con essa la protezione identitaria che quella appartenenza garantiva. Si perde il conforto del nemico laterale, che era almeno visibile e nominabile. Ciò che rimane è una solitudine lucida: la percezione diretta della pressione verticale, senza mediazioni consolatorie.

È precisamente in questa solitudine, tuttavia, che il soggetto diventa irriducibile. Chi combatte orizzontalmente è sempre ricattabile – dal fronte avverso, ma anche dal proprio, che può sempre minacciare l’espulsione. Chi si orienta verticalmente, invece, non ha un fronte da difendere e non ha un gregge da seguire. La sua posizione non dipende dal riconoscimento altrui. È questo che rende la resistenza verticale strutturalmente diversa da ogni forma di opposizione orizzontale: non è una battaglia per il potere ma una testimonianza contro la sua logica.

Una delle distinzioni più radicali di questa filosofia risiede nel suo rapporto con la tecnica. Non si tratta di rifiutare ogni forma di elaborazione, ogni struttura del pensiero o di rinunciare ad ogni relazione con la tecnica. Del resto, questo testo stesso è un gesto tecnico e dispone di un linguaggio tecnico.  Pretendere il contrario sarebbe una menzogna. Il problema allora non è la tecnica in quanto tale, bensì la tecnica come sostituto della verità: il marketing al posto del pensiero e la rete manipolativa al posto della relazione reale. Usare quegli strumenti per combattere il sistema significherebbe adottare la sua lingua – e chi parla la lingua del Labirinto ne è già, in qualche misura, prigioniero. Ma c’è di più: chi usa la tecnica del sistema per combatterlo finisce inevitabilmente per rinforzarne il presupposto più profondo – che non esista altro modo di agire nel mondo se non attraverso quelle forme. È la vittoria più incruenta ottenuta dal fasciosistema: non impedire la critica ma imporne il formato.

La resistenza della soglia distingue dunque tra tecnica come mezzo e tecnica come fine. Scrivere con cura è diverso dal costruire un brand. Insegnare con rigore è diverso dal sedurre una massa. La scrittura e l’insegnamento, come atti orientati alla verità piuttosto che al consenso, sono la forma concreta di questa distinzione. È una scelta di sproporzione quantitativa che preserva l’integrità qualitativa.

La Filosofia della Soglia combatte il nichilismo fasciosistemico. Si fonda sulla speranza del contagio. Contagio non significa persuasione di massa né conversione sentimentale. La parola vera, strutturalmente diversa dalla parola-tecnica, può produrre in chi la incontra un “cambiamento d’aspetto” – per usare la formula di Wittgenstein  – nel quale il Labirinto smette di apparire inevitabile. La filosofia della soglia non converte ma risveglia una capacità già presente.

Si tratta dunque di una meccanica dialogica intersoggettiva. Può funzionare soltanto se ci sono individui che, nonostante l’anestesia sistemica, conservano un’esigenza di verità non ancora del tutto spenta – e soprattutto conservano un’immaginazione non ancora del tutto colonizzata. La parola dalla soglia incontra individui. E l’incontro, a differenza del consenso, non si fabbrica. Chi parla dalla soglia non sottrae il soggetto al fasciosistema convincendolo ma gli restituisce la facoltà di immaginare altrimenti. Un’immaginazione restituita a sé stessa è un atto politico – forse il più radicale possibile nell’epoca in cui il possibile è diventato la principale risorsa del potere. Il contagio non è dunque una speranza teologica o teleologica ma una scommessa antropologica. Scommette che il desiderio di realtà non sia mai del tutto estinguibile – nemmeno dentro il Labirinto più perfetto.

In ultima analisi, la Filosofia della Soglia è l’invito a restare esseri pensanti quando il sistema chiede di diventare mere funzioni. Offre soltanto la possibilità di una posizione nel mondo che non dipende dal fasciosistema per la propria legittimità.

Il Labirinto non teme la ribellione che usa i suoi strumenti. Teme ciò che non riesce a misurare e a tradurre in codici algoritmici, ossia tutto ciò che non riesce a colonizzare perché abita già altrove. Restare sulla soglia è la forma più radicale di rifiuto: non combattere il sistema sul suo terreno ma essere altrove in modo così reale e così ostinato da far diventare l’altrove un qui ed ora rivoluzionario.

Dello stesso autore, uscirà presso Mimesis a novembre prossimo: Fasciosistema. Cartografie del capitalismo entropico.  

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