Il conformismo
didattico e pedagogico neutralizza e oblia le esperienze pedagogiche radicali.
La pedagogia della scuola a misura della globalizzazione punta all’individualizzazione
dell’insegnamento al fine di cancellare la “classe” quale esperienza
comunitaria. La classe è sostituita da “scolari clienti dell’azienda scuola” a
cui si somministra la didattica individualizzata, pertanto solidarietà e “ritmo
comune dell’apprendimento” sono bollati come residui archeologici di una
pedagogia ormai “esperienza del passato e non più proponibile”. La classe è
solo un luogo di competizione nella quale la parola è sostituita dalla
prestazione. La parola ha il suo drammatico succedaneo nel chiasso di un
attivismo che addestra alla crematistica. Si impara l’accumulo di titoli e
certificazioni e questo è in linea con l’accumulo indifferenziato di beni. La cultura del
rapace è fra di noi. La nuova pedagogia è dunque organica all’individualismo
che non può che produrre violenza e competizione.
Don Roberto Sardelli è
stato prete e maestro indimenticabile che ha donato la propria vita e il
proprio tempo agli ultimi. Non si nasce ultimi, ma lo si diventa. Don Roberto
Sardelli nel 1968 scoprì il mondo dei migranti con le loro vite da cui si
sollevavano domande che investivano e investono la società nella sua
interalità. Le baracche erano costruite negli archi del’Acquedotto Felice. Le
baracche si compravano e si vendevano. Presso l’Acquedotto Felice era sorta,
dunque, una baraccopoli in cui uomini, donne e bambini conducevano una vita
parallela rispetto alle vite dei “ricchi”. Dalle loro baracche senza servizi
igienici, senza strade e senza energia elettrica si poteva scorgere la vita dei
ricchi. I palazzi dei benestanti incombevano distanti sulle baracche.
L’indifferenza dei ricchi era ed è la grammatica emotiva che costruisce
barriere invisibili.
Presso la baracca 725
fondò la sua scuola. Dopo la scuola di stato i ragazzi dell’Acquedotto Felice
continuavano la loro formazione con Don Roberto Sardelli e i suoi solidali
volontari. La scuola di Don Roberto Sardelli era “dura e severa nella sua
umanità”. Gli ultimi devono essere nutriti di parole e di contenuti con cui
ricostruire la loro verità. Il gioco era limitato, perché coloro che lottano per la propria
liberazione devono imparare la disciplina del sapere con cui spezzare le catene
servili dell’ignoranza. L’emancipazione inizia con la consapevolezza della
propria condizione, la quale non è voluta dal fato ma dall’iniqua distribuzione
delle ricchezze e della cultura. Rompere il “silenzio dei vinti” fu il suo
unico fine. Ridare voce ai vinti significa renderli attori sociali del loro
destino e liberi dalle lusinghe del potere. Le parole furono al centro del
processo pedagogico. La parola è concetto, con essa si designano mondi e si
attraversa il proprio tempo storico comprendendone le dinamiche reali e
materiali. Le parole aprono i chiavistelli della storia. Il popolo è abbrutito
e aggiogato dal silenzio e questa fu l’urgenza etica che Don Roberto Sardelli
accolse.
La scuola 725 divenne
un centro di resistenza critica e di prassi. La casa, la formazione e la sanità
sono i capisaldi di una vita dignitosa. Sono diritti e non elemosine. La scuola
non è dunque un centro di socializzazione beota ma di formazione politica. La
scuola deve insegnare a rigettare l’elemosina dei potenti, in quanto
l’elemosina riproduce le relazioni di potere e forma sudditi che attendono il
gesto benevolo del potentato di turno. Don Roberto Sardelli tra i baraccati visse il Vangelo nella sua radicalità. Con il
male non c’è compromesso. Il male
necessita di risposte. L’elemosina è la risposta dei ricchi alle contraddizioni
da essi stessi causate. Nel 1969 i ragazzi della baracca-scuola 725 decisero di
scrivere al Sindaco di Roma, in tal modo si usciva dalla condizione di suddito
che attende l’elemosina per diventare “cittadini”. La parola e la scrittura sono contro
l’elemosina e a tale legge etica non c’erano deroghe. La lettera fu scritta
secondo il metodo comunitario posto in essere nella scuola. Essa è un insieme di pensieri e osservazioni
di tutti gli scolari. Non ci sono nomi, è una lettera corale.
Il Vangelo è di
sottofondo con il suo nucleo rivoluzionario. Il bene è liberare gli ultimi
dalla loro condizione di indigenza. Gli ultimi non rompono il silenzio, gridano
il bisogno di giustizia e accusano i borghesi della condizione in cui versano.
La ricchezza dei borghesi è radicata nella miseria degli ultimi:
“1 Sindaco, “e-grege”
vuol dire fuori dal popolo. Se noi avessimo cominciato in un modo del genere la
lettera l’avremmo posta al di sopra di noi, invece lei è come noi. Ciò le fa
onore. 2 E neppure “signore” l’abbiamo voluta chiamare. Il Signore è uno ed è
morto in croce e certo lei non ci muore. Parliamo della croce dello
sfruttamento: questa è già occupata da noi. 3 C’è rimasta la parola “sindaco”.
Abbiamo visto sul vocabolario che essa significa difensore del diritto. Di
quale diritto? 4 Di quello dei ricchi o dei poveri? Senz’altro lei dovrebbe
essere dalla parte dei poveri. Questa è giustizia. E per due ragioni. 5 I
poveri sono da tutti dimenticati e non sanno come difendersi. 6 Lei crede di
avere la coscienza tranquilla quando ha trattato tutti allo stesso modo. Invece
ciò per noi è ingiustizia. 7 Se ci sono due uomini, uno zoppo e l’altro sano,
se il primo viene offeso dobbiamo metterci dalla sua parte e non fare i
neutrali. 8 Lei qui all’Acquedotto non s’è mai visto. E ogni giorno che passa,
qui si costruisce un ghetto. Lei sicuramente conoscerà il significato della
parola, solo perché l’avrà letto sul vocabolario. Noi lo sappiamo perché ci
viviamo da quando siamo nati. 9 Solo chi vive ha il diritto di parlare. Chi
legge, saprà le cose a memoria, ma è bene che stia zitto e si metta dietro a
noi. 10 Andiamo alla scuola borghese. La scuola del mattino ci dimentica.
Esistono solo i “signorini” dei palazzi. Infatti i suoi programmi sono fatti
dai loro papà per essi. Non per noi. E riescono anche a influenzarci[1]”.
La scuola
dei signori è scuola che insegna la rassegnazione, in quanto nella scuola di
stato si impara ciò che serve ai padroni. La scuola deve, invece, porre al
centro la vita degli ultimi. Non si
nasce analfabeti e disperati, ma lo si diventa. Le colpe sociali devono
essere denunciate. Le vite offese e umiliate cercano di narcotizzare il dolore
di una vita intera nell’alcool. La scuola dev’essere comunità al servizio della
persona. Restituire la parola agli ultimi è gesto politico e terapeutico. Colui
che ha voce è riconosciuto come essere umano ed è ascoltato, è l’inizio di una
guarigione collettiva. La parola è
comunicazione che libera dal dolore di un’esistenza segnata dalla violenza dei
padroni. La scuola dev’essere del popolo e non certo a misura dei padroni. La
scuola delle performance è “scuola di silenzio”:
“13 Gli insegnanti non
sanno cosa significa studiare in una baracca, in una cameretta dove c’è cucina,
letto e gabinetto, la mamma e i fratellini mai quieti e innervositi. I nostri
genitori talvolta sono analfabeti. Qualche papà per pensare ad altro si
ubriaca. È la malattia dei poveri. Purtroppo alcuni baraccati accettano questa
offesa alla loro intelligenza. 14 La scuola potrebbe svegliarci. Ma essa è
nelle mani dei signori. i La riforma di questa scuola dovrebbero farla gli
operai e contadini, invece la fanno gli avvocati e i professori. Le persone più
contrarie alla classe operaia[2]”.
Chi non
pratica la politica è un egoista. La scuola è l’istituzione che in piena
libertà legge il mondo e l’attualità per poter agire su di essa. Per Don
Roberto Sardelli la politica a scuola è apertura alla realtà, è svelamento
delle dolorose contraddizioni della società. Coloro che restano indietro sono
vittime sacrificali di un sistema sociale e pedagogico fondato sul mito della
meritocrazia dietro cui si nasconde l’ingiustizia silenziosa subita dagli
ultimi. Leggere libri, discutere della propria povertà, guardarla nella sua
drammaticità erano il modo per uscire dalla condizione servile. La scuola 725
era spazio politico, in quanto la discussione era il fondamento della
formazione. Vi era anche un quindicinale distribuito nel quartiere. La scuola
era dunque il respiro della libertà e della speranza dell’Acquedotto Felice:
“21 La nostra scuola.
La nostra scuola mira a una preparazione politica e a farci conoscere la
situazione in cui dobbiamo vivere. Non accettiamo nessun ragazzo che abita nei
palazzi. Ne avevamo accettato uno ma è andato via. Non ci ha capiti. Era già
storto nella mente. Vestiva e pensava come un fantoccio. Se fossimo stati più
accorti gli avremmo dovuto chiedere di lasciare per alcuni anni i suoi studi e
di dedicarsi a uno di noi che è indietro. 22 Qualcuno si è fatto venire i
dolori di pancia ascoltando i nostri discorsi. Al prete dicono che la politica
non deve farla. E chi non fa politica è un egoista. A noi dicono che non
dobbiamo imparare queste cose perché non ne siamo capaci. Dietro queste accuse
c’è sempre qualcuno che non vuole impegnarsi col Vangelo né con noi. Molti dei
giovani baraccati hanno ascoltato questo consiglio e oggi si ritrovano a
parlare solo di sport, di canzoni, di macchine e di ragazze[3]”.
Il razzismo
ha tanti volti. La politica per pochi è il modo con cui i padroni con false
ragioni, la politica è sporca, insegnano agli ultimi che la loro condizione è
data dal destino, pertanto i “signori sono tali per sempre”. Il lavoro
collettivo oggettivizza le intelligenze. In una comunità politica la
partecipazione valorizza le intelligenze di tutti e ne moltiplica i talenti
nella consapevolezza che la politica riguarda tutti:
“33 Nella scuola e
ovunque si deve far politica. I signori ci hanno sempre fregato. Ci hanno detto
che la politica è una cosa sporca, ma che solo nelle loro mani diventa pulita.
È un modo per tenerci oppressi e per colpire il dono dell’intelligenza che Dio
ci ha fatto. È uno dei tanti modi per essere razzisti. Per la nostra scuola
tutto ciò che avviene nel mondo diventa occasione per far politica. 34 Anche lo
sport che tanto piace agli industriali. La sera noi si apre il giornale e si
commenta tutto quello che capita. 35 Così veniamo a sapere che la situazione
dell’Acquedotto è la situazione di due miliardi di uomini. Siamo tanti,
sindaco! Che accadrà se un giorno la rabbia dei poveri scoppierà?[4]”.
Gli ultimi
sono invisibili, sono resi muti e silenziosi. La storia è attraversata da
spettri senza parola. Il dolore che non parla uccide. La lettera al sindaco è il segno di un
cambiamento radicale. Non più servi ma soggetti politici che denunciano la
disumanità di un potere padronale che non vuole vedere e non vuole sapere nulla
delle vite reali degli ultimi. Il potere li voleva in ginocchio, ma loro si
alzarono con la potenza liberatrice delle parole:
“39 Perché scriviamo. Ora vogliamo dirle perché scriviamo.
Per farle conoscere le nostre idee. Per dirle che esistiamo. Lo so bene, dirà
lei, ma lo sa dai libri. Noi da molti anni abitiamo nelle baracche e molte volte
è venuta gente a farci l’elemosina. Forse per sentirsi la coscienza tranquilla.
Questa gente sono i ricchi. Anche le parrocchie fanno il loro gioco: spendono
milioni per fare capannoni per giocare a bocce, o per costruire campi sportivi,
magari da affittare a giovani fannulloni. Poi come attività evangelica riescono
anche a organizzare i signori per farci beneficenza. E molti di questi sono
falsi: dicono che dal loro palazzo, dietro all’Acquedotto vedono solo la
polizia. Hanno gli occhi e si rifiutano di vedere. 40 Sarebbe ora di smetterla
di trattarci come se fossimo pasticche tranquillanti. Non dobbiamo accettare
l’elemosina che viene da simili mani. Alcuni di noi l’accettano e poi arrivano
a dire che questi signori sono buoni. Non sanno che quei doni arrivano per
offendere la nostra coscienza. Vogliono vederci in ginocchio[5]”.
Le baracche furono sgomberate in modo
definitivo nel 1974. La comunità dei baraccati fu trasferita nelle case
popolari ad Ostia Nuova. Il cambiamento urbanistico significò la fine
dell’esperienza solidale. Don Roberto Sardelli inviso alla Chiesa degli stucchi
e delle chiese barocche si dedicò negli anni ottanta ai malati di AIDS. Ancora
una volta gli ultimi che portavano tra le loro piaghe i segni di
un’emarginazione secolare attendevano di essere riconosciuti nella loro
umanità.
Don Roberto Sardelli si è spento nel
2019 mai dimenticato e molti dei ragazzi della scuola 725 hanno portato con sé
quell’esperienza e sono stati seminatori di speranza reale. Don Roberto
Sardelli ha insegnato a non tacere[6]. Il
documentario che lo ricorda, ci rammenta che siamo immersi nell’incuria e che
l’incuria ha bisogno di risposte e di formazione profonda, colui che non
comprende il proprio tempo ne rimarrà vittima. Anche Don Roberto Sardelli è
cresciuto nella sua scuola, come accade ai veri maestri che ascoltano e sentono
la presenza dei ragazzi. Nella scuola 725 comprese l’importanza delle parole:
“Per la prima volta ebbi la
consapevolezza dell’importanza delle parole. Come seguendo un intuito, mi
alzai, mi avvicinai alla lavagna e scrissi su di essa, a caratteri maiuscoli,
la parola “Viet-cong” e iniziai a spiegarla. Quindi prendemmo in esame la
parola “guerriglia” e ci consultammo sia con il libro stesso che con un
giornale. Si cercò di capire la differenza tra guerra e guerriglia. La ricerca
filologica entusiasmava i ragazzi, ma io non mi arrestavo davanti ai primi
risultati. Esigevo che si arrivasse al possesso della parola in tutte le sue
implicazioni. La scuola cominciava così, pedantemente. E siccome avvicinarsi
alla parola significava anche apprenderne l’evoluzione storico-sociale, alcuni
giovani presenti si scandalizzarono[7]”.
Sta a noi
tutti far rivivere la memoria delle scuole popolari per valutare criticamente
la deriva neoliberista che ammorba le nostre istituzioni. Le vie che portano
alla rivoluzione sono plurali. La parola è il pane spezzato che consolida,
unisce e moltiplica le forze plastiche che pensano la prassi. Il totalitarismo
liberale ha sostituito la parola con il calcolo, pertanto la platea degli
esclusi e dei dominati è sempre più ampia ed eterogenea, pertanto si può ricominciare
dalla parola per riprendere la lunga marcia verso “il mondo nuovo”.
[1]
Roberto Sardelli, Vita di Borgata,Appendice I Lettera della Scuola 725 al
sindaco (Roma 1970), Kurumuny, 2013
[2]
Ibidem
[3]
Ibidem
[4]
Ibidem
[5]
Ibidem
[6]https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.youtube.com/watch%3Fv%3DmL6b2uHuEqQ&ved=2ahUKEwiL5-WWgqKSAxWd0QIHHbzbHHsQwqsBegQIFRAB&usg=AOvVaw1X4lzAGkf4XXfOeNrdPGmX
[7] Ibidem Il ruolo delle parole
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