Premessa:
L’articolo che segue è il primo di due contributi che ho dedicato al
commento e alla riflessione sul testo La sinistra non è woke di Susan Neiman.
Come si vede, si tratta di
tematiche che sono arrivate alla ribalta recentemente e sulle quali anche
queste pagine si sono già soffermate (cfr. L’ipocrita
«contrordine, compagni!» di Ocasio-Cortez e Giuseppe Conte).
Il testo della Neiman è molto
interessante e ricco di riferimenti e argomentazioni; ne consiglio pertanto
vivamente la lettura integrale.
Mi sono limitato ad analizzare e
criticare quelle che sono le due colonne portanti del testo: da una parte, la
cultura della sinistra e l’universalismo; dall’altra, la cultura woke e il
tribalismo. Nel confronto tra queste due impostazioni emerge una evidente
incompatibilità tra le rispettive concezioni.
Innanzitutto
l’autrice rivendica il diritto a definirsi di sinistra, nonostante questa area
politica sia stata, a suo avviso, colonizzata dall’ideologia woke, verso la
quale esprime una forte critica.
Anche
da parte mia e diversamente da molti soggetti, collettivi e individuali, che
hanno preferito abbandonare l’etichetta di sinistra per definirsi comunisti e/o
socialisti, ritengo assai complesso
uscire da quell’insieme di pensieri, sensibilità e simboli con i quali siamo
cresciuti e che continuano a permeare la nostra identità.
Per
esempio, sul tema dell’immigrazione, anche chi, come me, propone un discorso
problematico e lontano dagli utopismi no border si trova ad avvertire un
rifiuto quasi fisico di fronte a certi atteggiamenti, anche solo larvatamente
xenofobi, che purtroppo forze politiche autodefinitesi “né di destra né di
sinistra” utilizzano per una demagogia spicciola.
Questa
è una sensibilità di sinistra che socialisti e comunisti condividono con un ampio
spettro di altre correnti di pensiero. Socialismo e comunismo sono parte
integrante della sinistra; la cultura woke vi si è incistata per motivi storici
e culturali e spetta a noi espellerla criticamente da quest’area, non esserne
espulsi.
L’universalismo
è ciò che l’autrice pone come fondamentale discriminante della cultura di
sinistra. Esso si fonda sull’idea che tutti gli esseri umani condividano, al di
là delle differenze culturali, caratteristiche comuni che l’autrice individua
nella capacità di provare dolore e nell’anelito alla libertà.
Su
questo principio si è fondato l’impegno internazionalista proprio delle
tradizioni socialista e comunista. Essere di sinistra significa cercare di
rendere concreti e operanti i principi sanciti dalla Dichiarazione dei diritti
dell’uomo.
Va
chiarito che in quella dichiarazione non si parla soltanto di diritti
individuali, ma anche di diritti economici e sociali, né potrebbe essere
altrimenti. La cultura woke, divenuta pensiero dominante in molti ambienti,
partecipa invece a una mistificante contrapposizione tra diritti sociali e
diritti individuali, finendo per comprimere i primi.
Così
si attribuiscono patenti di democraticità a società che riconoscono,
giustamente, i diritti delle minoranze ma accolgono molto meno favorevolmente
le istanze della classe lavoratrice. In conseguenza di ciò abbiamo visto
settori di quest’ultima rivolgersi a forze politiche di destra. Ma contrapporre
diritti individuali e diritti sociali non ha alcun senso.
Non
si saprebbe, infatti, dove collocare libertà come il diritto di sciopero, la
libertà di espressione e quella di associazione, che costituiscono parte
integrante del percorso di emancipazione dei lavoratori.
L’universalismo,
comune a molte culture religiose, viene sistematizzato e trasformato in
progetto politico con l’Illuminismo.
Contro
di esso si sono mossi numerosi attacchi nella cultura contemporanea,
accusandolo di essere la giustificazione teorica del colonialismo e del
suprematismo europeo. L’autrice smonta queste critiche attraverso numerose
citazioni dei maggiori filosofi illuministi, quali Diderot, Rousseau e
Voltaire, mostrando come tutti si siano espressi contro la
“naturalizzazione” dei sistemi oppressivi europei loro contemporanei
e contro la pretesa superiorità delle tradizioni europee, mettendone invece in
luce il carattere arbitrario.
Mi
piace ricordare le “Lettere persiane” di Montesquieu, autentico
capolavoro di ironia che mette in evidenza tutte le assurdità del sistema
politico e culturale francese attraverso lo sguardo di immaginari viaggiatori
stranieri.
L’Illuminismo
è divenuto il bersaglio polemico di molti intellettuali europei che lo hanno
accusato di essere il paravento ideologico del colonialismo. In realtà, come
abbiamo visto, gli illuministi furono spesso fortemente critici nei confronti
dell’espansione coloniale, consideravano tutti gli uomini uguali
indipendentemente dalla cultura e dalla religione e si espressero
frequentemente a favore delle ribellioni dei popoli colonizzati.
Inoltre
bisognerebbe almeno riconoscere quanto tutti i movimenti di liberazione debbano
agli ideali di democrazia e socialismo appresi, anche se in forma
contraddittoria, dai colonizzatori. In sostanza essi hanno rivolto contro gli
invasori europei le stesse armi, culturali e non solo, che questi avevano
contribuito a diffondere.
Ma
questi ideali sono davvero soltanto europei? Il filosofo ghanese Sekyi-Otu
afferma: “All’Europa spetta il merito di aver fornito un’espressione
formale e istituzionale alle intuizioni e ai sogni comuni dell’umanità. Ma non
se ne assegnino all’Occidente i diritti esclusivi di proprietà”.
Del
resto tali idee non avrebbero potuto radicarsi così profondamente nelle culture
locali se non avessero trovato elementi analoghi con cui entrare in rapporto
dialettico.
È
vero che gli imperi europei avevano bisogno di legittimare la propria politica
di conquista, problema che altri imperi, come quelli africani, non avevano
certo negli stessi termini. Ed è altrettanto vero che la cultura illuminista
era talmente permeata nella società europea che qualche suo elemento finì
inevitabilmente per filtrare anche nel ciarpame ideologico della propaganda
coloniale.
Basta
pensare a “Faccetta nera”, inno del colonialismo fascista,
straccione, criminale e fuori tempo, nel quale le falangi fasciste invadevano
l’Etiopia con il pretesto di portarvi civiltà, benessere e persino libertà.
Al
cristianesimo, del resto, è andata molto peggio: una predicazione fondata
sull’amore e sulla fratellanza è stata utilizzata per giustificare guerre, torture
e crimini di ogni genere. Ma non mi sembra il caso di attribuirne la colpa al
“povero Cristo”: Gli è già andata abbastanza male in vita.
L’autrice
individua diversi intellettuali che hanno contribuito alla critica
dell’Illuminismo. Tra questi mi soffermerò su Adorno e Horkheimer, autori della
“Dialettica dell’Illuminismo”, e su Foucault perché, conoscendoli
almeno in parte, mi sembra che nei loro confronti venga adottata la stessa
critica ingenerosa e liquidatoria che l’autrice lamenta sia stata rivolta
contro l’Illuminismo.
Foucault
viene dipinto come un nichilista passivo, convinto che il sistema repressivo,
eliminando le forme più cruente di oppressione, finisca semplicemente per
renderle più efficaci e che quindi ogni lotta sia inutile. Viene inserito in
quella parte della sinistra che, perduta la speranza del cambiamento, si dedica
soltanto a una critica tanto spietata quanto sterile del presente. L’autrice
riporta anche il giudizio espresso da Chomsky al termine di un celebre
dibattito, nel quale lo definì immorale.
Non
condivido tali valutazioni. In un’intervista Foucault rispondeva al pessimismo
di molti compagni, scoraggiati dalla capacità del sistema di “recuperare
le lotte” per diventare più efficiente, ricorrendo alla metafora del judo:
a ogni presa efficace l’avversario reagisce con una contro-presa adeguata, alla
quale è possibile rispondere nuovamente, e l’esito dello scontro resta sempre
aperto.
Come
ex ragazzo del ’77 ricordo bene che la firma di Foucault compariva tra quelle
degli intellettuali francesi che denunciavano la deriva autoritaria dell’Italia
dell’accordo DC-PCI. Tutto ciò mi sembra difficilmente conciliabile con
l’immagine di un intellettuale distaccato, disilluso e cinico.
Quanto
alla “Dialettica dell’Illuminismo”, la sua tesi centrale è che la
ragione, nata per emancipare l’umanità, possa trasformarsi in uno strumento di
dominio quando viene ridotta a semplice efficienza tecnica e controllo.
Horkheimer
e Adorno non propongono di distruggere l’Illuminismo né di abbandonare gli
ideali di emancipazione e libertà. Al contrario, cercano di salvarli mostrando
come si siano deformati. In sintesi, essi denunciano una forma impoverita di
ragione che riduce tutto a calcolo, efficienza e controllo: la loro critica è
rivolta soprattutto alla ragione strumentale.
Per
criticare la società e il dominio essi continuano infatti a richiamarsi a
valori come verità, libertà, autonomia ed emancipazione, tutti criteri che
derivano in larga misura dalla tradizione illuministica. Si può dunque parlare
di una critica dell’Illuminismo dall’interno dell’Illuminismo: la soluzione non
consiste nell’abbandonarlo, ma nel portarlo a compimento in una forma diversa,
recuperando una ragione orientata al dialogo e alla comprensione reciproca invece
che al controllo.
Mi
sono addentrato in questo pericoloso lavoro di “esegesi” per seguire
il ragionamento dell’autrice, ma, in generale, non è un esercizio che mi
entusiasmi, essendo spesso foriero di diatribe infinite. Per un’analisi
politica è molto più utile osservare le idee nel loro rapporto dialettico con
la realtà.
Mi
sembra evidente che, se da un lato le forze colonialiste e neocolonialiste
brandiscono in modo rozzo gli ideali di libertà e progresso per legittimare la
propria politica di dominio, dall’altro i popoli oppressi abbiano fatto propri,
con ben maggiore legittimità, gli strumenti teorici dell’Occidente per
emanciparsi dai loro oppressori.
Basti pensare al tumulto che, su scala mondiale, hanno provocato le idee del più genuino figlio della cultura occidentale: Karl Marx.