La modernità laicista ha creduto di poter liberare
l’umano da ogni vincolo verticale. Il programma era chiaro: emancipare la
politica dalla teologia, il diritto dalla morale, l’economia da qualsiasi
limite trascendente. L’uomo doveva diventare misura di sé stesso su un piano
orizzontale d’immanenza pura.
Quest’operazione ha avuto indubbiamente la sua
grandezza: ha prodotto la separazione dei poteri, la tolleranza religiosa, lo
Stato di diritto. Tuttavia, ha anche generato una rimozione: quella della
domanda di senso ultimo e di verità non negoziabili.
Portato alle sue estreme conseguenze, l’orizzontalismo
moderno, nella modernità avanzata, ha prodotto un vero e proprio labirinto.
Senza un centro, senza un fuori, ogni direzione è equivalente. Il mercato, la
tecnica, l’opinione, il potere: tutti parlano lo stesso linguaggio piatto
dell’efficienza. Nel labirinto però non si può abitare ma piuttosto ci si
perde. La postmodernità ha teorizzato tale perdita come emancipazione (Lyotard,
fine delle grandi narrazioni; Vattimo, pensiero debole). Eppure, l’abitante del
labirinto, a lungo andare, più che gioire, avverte un’angoscia sorda: l’assenza
di trascendenza non è liberazione, ma asfissia.
Se il labirinto è la condizione sistemica e
strutturale, l’unica postura sensata è mettersi sulla soglia. La
soglia non è un luogo ma un gesto coscienziale: non è un essere-dentro una
delle stanze (né la stanza della teologia tradizionale, né quella del laicismo
trionfante), ma esattamente un confine che le metta in relazione. Chi sta sulla
soglia sa di non possedere una verità, laica o teologica che sia – ma sa anche
che la verità lo possiede come domanda. Non può chiudersi nell’immanenza,
perché la soglia apre sempre un “oltre”. Non può neppure saltare nell’aldilà,
perché la soglia è ancora nel mondo e nel (fascio)sistema. La soglia è la cifra
di un’umanità che deve imparare a non essere né devota né iconoclasta, ma interrogante.
Sulla soglia, la trascendenza ritorna come apertura. E questa
apertura può essere declinata in due modi, entrambi legittimi, entrambi
necessari.
La trascendenza religiosa (quella di Papa Leone XIV) è l’apertura a un Tu
personale che fonda il senso. È resistenza al riduzionismo del mondo. Il Papa
dice a Trump: “non puoi ridurre la verità al tuo potere e la giustizia alla tua
forza”. Se questa è la trascendenza teologica, tuttavia, esiste anche una
trascendenza dichiarata da una voce laica. Quest’ultima è l’apertura a un Oltre
senza volto, ma non per questo meno esigente. È l’esperienza dell’infinito che
abita il finito. Anche il non credente può stare sulla soglia e dire: c’è
qualcosa che non è potere, né mercato, né guerra.
Veniamo al caso concreto. Trump rappresenta il
labirinto aggressivo: non più smarrimento passivo, ma affermazione che il
labirinto del potere è l’unica realtà. Il suo potere si sacralizza da sé
(l’immagine cristologica rimossa da Truth
Social), ma è una sacralità senza trascendenza: è il culto dell’uomo che si
fa idolo di sé stesso. È la chiusura della soglia: non c’è oltre, solo la mia
volontà.
Leone XIV risponde richiamando la trascendenza
religiosa. Il suo gesto più profondo, tuttavia, coglibile solo filosoficamente,
è un altro: non scendere a patti con la logica del labirinto. Non
soltanto ma agostianamente, ricordare che la civitas Dei non è riducibile alla civitas homini. Il Papa non fa politica. Giusto. Fa però ancora di
più: testimonia che esiste una soglia. Anche quando il mondo intorno sembra
aver dimenticato che ci sia un dentro e un fuori, lui sta lì, sulla soglia, e
indica l’oltre.
Tuttavia, la riflessione deve andare al di là: la
polemica mostra anche il limite della sola trascendenza religiosa. Essa parla
ai credenti ma lascia indifferente chi non condivide la fede. E qui si innesta
la necessità di una trascendenza laica che possa fare da
ponte. Occorre mostrare che la soglia non è proprietà esclusiva di nessuna
chiesa.
L’uomo sulla soglia non sceglie tra trascendenza
religiosa e trascendenza laica ma le tiene insieme nella tensione. Sa che la verità
non si riduce al consenso ma sa anche che nessun uomo può parlare in nome di
Dio senza mediazione. Sa che c’è un Oltre, ma sa che questo Oltre si manifesta
sempre nel rifiuto della violenza e nella critica al dispotismo del potere.
La polemica Trump–Leone XIV non è dunque solo uno scontro politico- teologico. È il sintomo di un’epoca che ha smarrito la soglia e cerca disperatamente di riappropriarsene. Trump la vuole chiudere (tutto è dentro, tutto è potere). Leone XIV la vuole tenere aperta (c’è un fuori che giudica il dentro). La sfida filosofica del nostro tempo, però, è un’altra: imparare ad abitare la soglia senza pretendere di possedere l’oltre ma anche senza rinunciare a interrogarlo.