L’Intelligenza Artificiale è intelligenza?


Si dibatte sull’Intelligenza Artificiale , se essa sia una forma di intelligenza o altro. Spesso accade nelle discussioni in cui definizioni e dettagli tecnici si confrontano che si rimuova l’ovvio. La filosofia è l’arte dell’ovvio, ovvero essa fa emergere ciò che di solito non è oggetto di valutazione, perché è dato per scontato. L’IA, è questa la tesi, non è intelligenza, poiché non è viva. L’intelligenza umana affonda le sue radici nella vita. L’intelligenza è nella linea di contatto tra la vita e la ragione, anzi quest’ultima è l’effetto finale della vita che si eleva a coscienza per determinarsi e oggettivarsi con la razionalità. In tale processo l’intelligenza in quanto intus legere sente fortemente la vita con le sue sofferenze e con le sue gioiose intuizioni. L’atto creativo è gravido del nuovo, in quanto l’intelligenza nella sua vitalità olistica porta in grembo la creazione. Quest’ultima è ciò che connota l’essere umano. L’atto del creare ha la sua linfa nella vita e nel sentirla al di là della forma corporea. L’intelligenza è nell’ascolto delle forme di vita umane e non umane che proliferano in noi attraverso la capacità empatica. Si esce fuori da sé per poter accedere alla vita interiore. L’anima, o meglio, l’intelligenza si magnifica nella vita interiore, essa crea lo spazio e il tempo e i concetti si ramificano e germogliano in nuove sintesi. L’IA artificiale nulla può fare di ciò, essa è solo statistica, è capace di registrare su numeri imponenti il dato più ricorrente o i dati meno frequenti. In essa non c’è vita, non c’è coscienza, non c’è intelligenza, in quanto il “miracolo del corpo vissuto” è esperienza per essa impossibile. Se nel nostro tempo si discute su di essa e sulla definizione della medesima, forse, la causa prima di tale fraintendimento è nello sviluppo parossistico in questi ultimi secoli della ragione strumentale. La ragione metafisica e la sensibilità empatica sono valutate come un limite ai processi di accumulo economicistico e di dominio, pertanto un essere umano “apollineo” e completamente sradicato dalle profondità della vita non può che considerare l’IA una forma di intelligenza. Nietzsche ci ha insegnato che l’essere umano è creativo e intelligente, se pone in contatto l’apollineo con le pulsioni dionisiache della vita. Nel nostro tempo l’apollineo e il dionisiaco si sono scissi. L’ipertrofia dell’apollineo ha prodotto il mostruoso. L’essere umano è così funzione della grande macchina del mercato. La morte governa l’occidente sradicato dalla vita e dal suo pungolo senza il quale non vi sono domande e non si cercano risposte sul senso dell’universo e della storia. Il deserto avanza con l’ipertrofia della violenza tecnocratica che tutto trasforma in simboli astratti da manipolare, pertanto lo scollamento dalla vita non potrebbe essere più minaccioso, poiché la scissione comporta l’anempatia e l’ordinaria violenza non riconosciuta. Dove sopravvive la vitalità scissa, essa si presenta in forma di godimento indifferenziato fino al sadismo e al masochismo. Le civiltà decadono per tale scissione o fioriscono per la riconciliazione delle due forze. Nietzsche ne ha chiarito la genesi in modo impareggiabile:

Invece non abbiamo bisogno di parlare solo per congettura, quando si tratta di scoprire l’immenso abisso che separa i Greci dionisiaci dai barbari dionisiaci. In tutti i confini del mondo antico – per lasciar qui da parte quello moderno –, da Roma fino a Babilonia, possiamo dimostrare l’esistenza di feste dionisiache, il cui tipo, nel caso migliore, sta rispetto a quello delle feste greche nello stesso rapporto in cui il satiro barbuto, a cui prestò nome e attributi il capro, sta rispetto a Dioniso stesso. Quasi dappertutto il nucleo di queste feste consisteva in un’esaltata sfrenatezza sessuale, le cui onde spazzavano via ogni senso della famiglia e dei suoi venerandi canoni; venivano qui liberate proprio le bestie più selvagge della natura, fino a quell’orribile miscuglio di voluttà e crudeltà, che a me è sempre apparso come il vero «beveraggio delle streghe». Contro le febbrili eccitazioni di quelle feste, di cui i Greci avevano notizia per tutte le vie di terra e di mare, essi furono per qualche tempo pienamente difesi e protetti dalla figura, ergentesi ora in tutta la sua fierezza, di Apollo, che non poteva opporre la testa di Medusa a nessuna forza più pericolosa di questa dionisiaca, così grottescamente rozza. È nell’arte dorica che si è eternato quell’atteggiamento di maestosa ripulsa. Più problematica e addirittura impossibile divenne tale resistenza, quando infine dalla radice più profonda della grecità si fecero strada istinti simili: ora l’azione del dio delfico si limitò a togliere di mano al poderoso avversario, con una riconciliazione conclusa al momento giusto, le armi annientatrici. Questa riconciliazione rappresenta il momento più importante nella storia del culto greco: dovunque si guardi, sono visibili gli sconvolgimenti causati da questo avvenimento. Fu la riconciliazione di due avversari, con la rigorosa determinazione delle linee di confine che sarebbero state d’ora in avanti rispettate, e con lo scambio periodico di doni onorifici; in fondo l’abisso non era superato. Ma se consideriamo il manifestarsi della forza dionisiaca sotto l’influsso di quel trattato di pace, nell’orgia dionisiaca dei Greci ravvisiamo ora, paragonandola alle anzidette Sacee babilonesi e al regredire in esse dell’uomo a tigre e a scimmia, il significato di feste di redenzione del mondo e di giorni di trasfigurazione1”.

Nel tempo della marcescenza dell’apollineo che si presenta a noi nella forma di processi algoritmici e calcoli, ormai consustanziali al modo di pensare comune, è inevitabile che tanti possano giudicare l’IA una forma di intelligenza. La decadenza è in questo dibattito sull’IA che ignora la realtà e la verità della vita. Il tralcio è stato staccato dalla vite, pertanto si sta disseccando. Sta a noi ridisporci in sintonia con la nostra totalità vivente. La storia è il tempo e lo spazio nei quali l’essere umano si umanizza; i padroni stanno addestrando i popoli alla sudditanza all’IA; essa è l’emanazione del dominio. Non bisogna buttare, certo, il bambino con l’acqua sporca, l’IA dovrebbe essere gestita dallo Stato, in quanto mezzo per accelerare la soluzioni di problemi, purtroppo, oggi, essa è uno dei volti dell’oppressione. Controlla, sorveglia ed è l’Argo di precisione per massacrare nelle guerre. Non è “intelligenza”, ma mezzo e il problema è la sua gestione, ma su questo c’è silenzio assoluto.

1 F. Nietzsche, La Nascita della Tragedia, Paragrafo III, Adelphi ebook 2017

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