L’urto bellico scatenato dalle forze
israelo-americane sull’Iran agisce su una realtà che non è solo geografica o
militare ma profondamente storico-temporale. Quando le bombe impattano sul
suolo iranico, stanno penetrando in una materia storico-culturale che ha
sedimentato la propria coscienza attraverso duemila anni di invasioni e
rinascite. La geopolitica dell’altopiano è inseparabile dalla sua geologia: una
fortezza di cinquemila metri di altitudine media che ha costretto ogni potere
centrale, dai Sasanidi ai Pasdaran, a sviluppare una psicologia della
resilienza come struttura antropologica prima ancora che strategica. L’Iran
abita lo spazio come una missione
ontologica, percependo sé stesso come il custode di una luce civilizzatrice
assediata dalle tenebre esterne del caos – quel concetto archetipico di Aniran
che oggi assume le forme del Pentagono o del Mossad, così come in passato avevano
preso le fattezze di Gengis Khan o delle compagnie petrolifere britanniche: una
topologia del nemico cosmico che ogni generazione riscrive con i materiali del
proprio presente.
Questa topologia non è soltanto una metafora: è una
teologia millenaria che ha attraversato ogni mutazione religiosa della civiltà
iranica senza mai abbandonare la propria struttura profonda. Tutto comincia con
Zarathustra – probabilmente tra il XIV e il X secolo avanti Cristo – e con la
sua rivelazione di un cosmo spezzato in due principi irriducibili: Ahura Mazda,
il Signore Saggio della luce, e Angra Mainyu, lo spirito distruttivo delle
tenebre. Questa frattura ontologica non è affatto un mito tribale ma una
cosmologia sistematica, la prima nella storia umana a concepire il tempo come
dramma morale orientato verso una fine – il Frashokereti, la
rinnovazione finale del mondo. Dall’Avesta
zoroastriano discendono, per ramificazione e sincretismo, le grandi correnti
spirituali che attraverseranno l’Iran per millenni: il mitraismo, culto solare
del patto e della luce che risalirà con le legioni romane fino alle rive del
Reno; lo zurvanismo, che eleva il Tempo assoluto a principio supremo al di
sopra degli stessi dei; e soprattutto il manicheismo, la sintesi più audace
dell’antichità, con cui Mani nel III secolo fonde il dualismo zoroastriano con
il cristianesimo gnostico e il buddhismo indiano in un sistema universale di
salvezza – perseguitato da Roma, da Bisanzio, dai sasanidi stessi, e tuttavia
capace di sopravvivere per secoli dall’Africa settentrionale alla Cina. Quando
nel VII secolo le armate arabe spazzano via il regno sasanide e portano l’islam
sull’altopiano, non trovano un vuoto spirituale: trovano una civiltà
religiosamente ipersatura, abituata da mille anni a pensare la storia come
conflitto cosmico, la sofferenza come prova e il tempo come freccia
escatologica. L’islam non sostituisce questa struttura: ma tende ad abitarla. La
teologia sunnita, razionalista e giuridica, non basta alla sensibilità iranica.
È lo sciismo – con il suo culto del martire Husayn a Karbala nell’anno 680, con
la sua dottrina dell’Imam nascosto che attende di ritornare per compiere la
giustizia finale – a fornire il contenitore perfetto in cui la vecchia escatologia
zoroastriana si riversa sotto nuovi nomi. Ahura Mazda diventa Allah; Angra
Mainyu diventa Yazid, poi il colonialismo, poi l’Occidente; il Frashokereti
diventa il ritorno del Mahdi. I filosofi islamici iraniani – Avicenna,
Suhrawardi con la sua Hikmat al-Ishraq, la Sapienza dell’Illuminazione –
reintroducono attraverso il pensiero greco e neoplatonico esattamente la
metafisica della luce che il profeta Zarathustra aveva predicato sulle steppe.
La rivoluzione del 1979 non è dunque un’anomalia: è l’ultima metamorfosi di
questa struttura, il momento in cui la teologia del martirio e dell’attesa si
converte in tecnologia del potere. E oggi, sotto i bombardamenti, quella
struttura si prepara forse a un’altra trasformazione.
La stratificazione millenaria rende l’attuale
campagna militare un’operazione paradossalmente molto superficiale. Se l’obiettivo
occidentale è il cambio di regime, esso ignora che l’identità iranica è un
organismo che vive di inabissamenti e riemersioni: non continuità
lineare ma persistenza attraverso la discontinuità, come una vena carsica che
scompare e riemerge seguendo una logica interna che la superficie non rivela.
La struttura burocratica e il senso dello Stato in Iran precedono l’Islam di
secoli e sopravvivranno alla sua attuale forma politica. Esiste una continuità
invisibile che lega l’efficienza dei satrapi achemenidi alla rete capillare di
potere che oggi coordina la resistenza dall’Iraq allo Yemen. Questa
“profondità strategica” non è un’invenzione dei generali di Teheran,
ma la proiezione naturale di una cultura che ha considerato l’Asia Centrale e
la Mesopotamia come il proprio spazio di influenza molto prima che esistessero
gli stati che oggi vi insistono – un’area dove la lingua persiana è stata per
secoli il veicolo della diplomazia, del pensiero scientifico e della poesia di
corte. Recidere questi legami con il fuoco significa tentare di cancellare una
forza storica che la storia ha strutturato e rinnovato per via di scambi,
conversioni e sincretismi che nessuna mappa militare riesce a perimetrare.
L’Iran è il perno su cui ruota l’intero destino
dell’Eurasia multipolare. Per Pechino e Mosca rappresenta il bastione che
impedisce all’egemonia marittima euro-atlantica di chiudere il cerchio attorno al
supercontinente, il nodo vivo del corridoio Nord-Sud e della Nuova Via della
Seta. Il bombardamento in atto è dunque un tentativo di chirurgia geopolitica
volto ad asportare questo perno. Tuttavia, chi compie questo gesto sottovaluta
la capacità iranica di trasformare il trauma in risorsa identitaria. Nello
sciismo – che è la veste mistico-politica assunta dalla persianità negli ultimi
cinque secoli – il martirio non è una sconfitta, ma piuttosto un atto di
fecondazione storica, una teologia del differimento che converte la perdita in
riscatto futuro. Ogni esplosione rischia di risvegliare un nazionalismo
metafisico ancora più cupo e compatto, capace di produrre ciò che si potrebbe
definire una tecnocrazia del sacro: una forma di governo in cui la legittimazione
religiosa, progressivamente svuotata dei suoi contenuti dogmatici più esposti
alla critica, si converte in un dispositivo di mobilitazione collettiva al
servizio di uno Stato tecnico-militare. Non più un clero che governa in nome di
Dio, ma un’élite tecnocratica che usa la grammatica del sacro – il martirio, la
persecuzione, l’attesa escatologica – come architettura del consenso e collante
identitario. È lo sciismo senza teologia, o meglio: è la teologia ridotta a
ingegneria sociale, la cui efficacia non dipende più dalla fede dei governanti
ma dalla sua capacità di strutturare l’esperienza collettiva del nemico e del
sacrificio. Quest’eventualità sarebbe, per paradosso, più pericolosa e più
duratura dell’attuale Repubblica Islamica: un autoritarismo che ha imparato a
fare a meno del sacro come contenuto ma conservandolo come forma.
Il calcolo strategico del
bombardamento contiene però un’ironia che nessun targeting committee
sembra aver incorporato nei propri modelli. L’Iran è un moltiplicatore di
instabilità la cui distruzione parziale genera esternalità che ridisegnano
l’intero sistema. Lo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa il venti
per cento del petrolio mondiale – non è una variabile neutrale: nelle mani di
un Iran integro che vuole vendere idrocarburi è un corridoio commerciale; nelle
mani di un Iran ferito, sanzionato, già espulso dal sistema finanziario
internazionale, diventa l’unica leva rimasta, l’arma di chi non ha più nulla da
perdere sul piano economico ma può ancora trasformare la propria agonia in
crisi energetica globale. Pechino legge questa geometria con la freddezza di
chi ha firmato nel 2021 un accordo di cooperazione venticinquennale con Teheran
proprio per blindare le proprie forniture energetiche – e vede quella
blindatura saltare. Il danno cinese, tuttavia, non è solo petrolifero ma
infrastrutturale. Il corridoio Nord-Sud, la rete ferroviaria e portuale che
collega la Russia all’Oceano Indiano passando per il nodo iraniano, è uno dei
pilastri materiali dell’ordine eurasiatico alternativo a quello atlantico.
Senza l’Iran, quella rete si interrompe; e Pechino, che in quel progetto ha
investito capitali e visione strategica, percepisce il bombardamento come un
attacco alle proprie stesse infrastrutture. C’è infine il livello più sottile,
e più paradossale: ogni giorno di guerra nel Golfo non blocca il progetto
multipolare ma urgentizza. Quando il petrolio mediorientale diventa instabile e
continua a essere prezzato in dollari, la Cina accumula incentivi crescenti a costruire
circuiti alternativi – yuan digitale, accordi bilaterali, borse energetiche
fuori dal sistema SWIFT. Washington crede forse di colpire l’Iran ma sta
accelerando la propria marginalizzazione monetaria. E ogni giorno di conflitto
nel Golfo è un argomento in più nei dossier cinesi interni per fare ciò che
stava già facendo – solo prima, e con maggiore determinazione.
C’è poi la questione nucleare, ineludibile perché
rappresenta la soglia oltre la quale tutti i ragionamenti sulla resilienza diventano
secondari. L’Iran ha osservato attentamente i destini di Iraq, Libia e Ucraina
– tre Stati che hanno rinunciato o non hanno mai posseduto la deterrenza
nucleare – e ha tratto la lezione che nessun trattato internazionale ha potuto
confutare: la bomba è una polizza assicurativa contro la sovversione del
regime. L’attuale attacco israelo-americano, lungi dal ritardare questa logica,
potrebbe rappresentarne l’accelerazione definitiva. Un Iran che sopravvive all’urto
senza avere la bomba impara che deve averla; un Iran che nel tentativo di
ottenerla viene ulteriormente colpito impara che deve ottenerla prima e più in
fretta. Questa spirale è la struttura elementare della deterrenza applicata a
un attore che ha già dimostrato di sapere attendere decenni per conseguire i
propri obiettivi strategici. Il paradosso finale della campagna aerea, dunque,
è che essa potrebbe produrre esattamente il risultato che dichiara di voler
impedire – e farlo in condizioni di urgenza e clandestinità che renderebbero la
risposta della comunità internazionale strutturalmente tardiva e potenzialmente
rischiosa.
La resilienza iraniana è dunque un pattern storico che si è realizzato in
condizioni specifiche: pressione graduale, conservazione delle élite, integrità
territoriale sufficiente. Esistono almeno tre scenari in cui il meccanismo di
trasformazione di cui ho parlato potrebbe non attivarsi. Il primo è la frammentazione etnica: se il conflitto prolungato
dovesse alimentare le forze centrifughe curde, beluche o azere fino alla
disgregazione del tessuto statale, la vena carsica non riemergerebbe – si
disperderebbe in rivoli. Il secondo
è la distruzione della classe tecnica: campagne aeree mirate sulle
infrastrutture universitarie e industriali potrebbero produrre una fuga di
cervelli irreversibile, privando il sistema della sua capacità rigenerativa
interna. Il terzo, forse il più
sottile, è l’erosione della narrativa del martirio dall’interno: se una
generazione sufficientemente ampia, stanca di essere combustibile di una storia
che non la rappresenta, rifiutasse il contratto simbolico su cui si fonda la
tecnocrazia del sacro, il sistema perderebbe la sua materia prima più preziosa.
Ed è qui che l’analisi deve cedere la parola, consapevolmente, al riconoscimento che le realtà storiche eccedono il linguaggio della previsione e reclamano quello dell’attesa. L’Iran ha sempre civilizzato i propri conquistatori. Ha assorbito l’Islam trasformandolo in una raffinata metafisica filosofica; ha assorbito i mongoli trasformandoli in mecenati dell’arte e dell’architettura. Non è una garanzia questa. È una costellazione, un pattern che si è ripetuto abbastanza da diventare quasi strutturale, pur restando nella sua essenza contingente. L’attuale aggressione, nel tentativo di risolvere il “problema iraniano”, potrebbe finire per generare l’ennesima metamorfosi di questa civiltà camaleontica: uno Stato che può usare le macerie del bombardamento come fondamenta di un nuovo ordine asiatico, che parla il linguaggio della modernità nucleare con l’accento arcaico dei sovrani guerrieri di Persepoli. L’Iran non è un attore che si può eliminare dal palcoscenico della storia perché ha funzionato storicamente come palcoscenico: una piattaforma di sintesi e di trasformazione che ha visto tramontare tutti gli imperi che hanno cercato di domarlo. Sotto i bagliori delle esplosioni, ciò che forse attende l’Iran è soltanto una prossima pelle. Quale sarà, dipenderà da variabili che nessun bombardiere può calcolare: la volontà delle generazioni che sopravvivranno, la qualità dei loro tradimenti e delle loro fedeltà, e quella capacità tutta iranica di fare della propria ferita una forma oscura ma tenace di autoconoscenza.