Il genocidio del popolo armeno, compiuto dai
giovani turchi a capo dall’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1916, fu un genocidio
articolato in più fasi, organizzato centralmente dal Comitato di Unione e
Progresso e giustificato con ragioni di sicurezza militare. Esso mirava alla
cancellazione della presenza armena dall’Anatolia orientale e centrale. La
prima fase dello sterminio ebbe inizio nell’aprile del 1915, quando ancora i
generali turchi temevano lo sfondamento a Gallipoli e la Conquista di
Costantinopoli da parte delle forze dell’intesa e iniziò con l’eliminazione
sistematica delle élite culturali e politiche armene presenti ad Istanbul, che pressoché
nella loro totalità erano uomini. Sempre su input dei generali turchi che
operavano sul fronte del Caucaso contro l’impero russo si decise l’eliminazione
di tutti i maschi armeni di età compresa tra i 15 e i 60 anni, considerati una
potenziale minaccia per le retrovie del fronte orientale contro la Russia.
Il 24 aprile 1915, a Costantinopoli, le autorità
ottomane arrestarono oltre 230 tra intellettuali, medici, avvocati, religiosi e
giornalisti armeni. La maggior parte fu deportata nell’interno dell’Anatolia e
successivamente giustiziata. In seguito, in centinaia di villaggi e città, gli
uomini furono separati dalle famiglie, fucilati nei pressi dei centri urbani o
mandati nei cosiddetti battaglioni di lavoro, dove perirono di fame, stenti o
esecuzioni sommarie. Secondo le stime storiche più attendibili, come quelle di
Raymond Kévorkian, Vahakn Dadrian e Taner Akçam questa prima fase dello
sterminio avvenne arrestando i maschi armeni nelle città e nei villaggi dove
vivevano e fucilandoli sul posto o in luoghi poco distanti da dove erano stati
arrestati. Su circa 800.000 maschi armeni imprigionati e giustiziati presenti
nell’Impero, alla fine ne sopravviveranno
meno di 50.000.
Nel 1916 iniziò la seconda fase del genocidio, che
colpì la popolazione rimanente, composta per oltre il 90% da donne, bambini e
anziani. Tale decisione fu presa sostanzialmente per due motivi: primo,
sradicare il resto della popolazione dai luoghi dove erano vissuti da secoli e,
secondo, ridurre il numero di armeni oltre che con le uccisioni con le assimilazioni,
con conversioni forzate e matrimoni con musulmani di etnia turca o turcomanna
presenti nel nell’impero. La deportazione, affidata a bande curde prezzolate, fu
eseguita con violenza e disprezzo della vita di vecchi, donne e bambini e
causò una mortalità elevata. Gli armeni furono costretti a intraprendere marce
forzate attraverso le regioni desertiche della Siria e della Mesopotamia,
diretti a centri come Deirez-Zor e Ras al-Ayn. La deportazione, come abbiamo
detto sopra, fu affidata a bande curde che ufficialmente dovevano scortare i
convogli. In realtà, queste milizie agirono come strumenti di sterminio:
aggredirono i deportati, li derubarono, violentarono le donne, e contribuirono
attivamente all’annientamento dei convogli umani. La fame, la sete, le epidemie
e la violenza fecero il resto.
Tuttavia, vi fu una significativa differenza nei
tassi di sopravvivenza: le donne ebbero una probabilità maggiore di
sopravvivere rispetto agli uomini. Molte furono islamizzate a forza, rapite e
inserite in famiglie musulmane come spose, schiave domestiche o concubine.
Altre, ridotte in condizioni estreme, riuscirono a raggiungere le destinazioni
finali. Questo portò a un profondo squilibrio demografico. Questo aspetto
dell’assimilazione forzata dell’elemento femminile ci viene raccontato e
ribadito dalle stesse donne armene che lo subirono e che conservarono a lungo
il ricordo della propria identità. Questa parte della storia delle donne armene
che sopravvissero al genocidio ma in parte furono assimilate con la violenza alle
nuove famiglie turche o turcomanne la si può trovare in autobiografie familiari
scritte da donne armene. Ne citerò alcune.[1]
Alla fine del genocidio, la popolazione armena
sopravvissuta era costituita per la quasi totalità da donne e bambini. Si stima
che tra i sopravvissuti del 1918, meno di un maschio adulto fosse presente ogni
quattro donne.
Secondo i dati stimati del censimento
turco:
La popolazione armena totale nel 1914 era di circa 2.000.000
– I Maschi adulti (15–60 anni): circa 800.000
– I Maschi adulti sopravvissuti: circa 50.000
– Donne, bambini e anziani deportati dopo lo sterminio degli uomini circa
1.000.000
– Sopravvissuti tra donne, bambini e anziani: circa 500.000
– Sopravvissuti totali stimati al 1918: circa 550.000
– Rapporto stimato: meno di 1 uomo ogni 10 donne adulte
La
spiegazione di questa differenza è duplice. Da un lato, gli uomini furono visti
fin dall’inizio come pericolosi e possibili ribelli, combattenti, agli ordini dei
capi delle comunità, quindi militarmente pericolosissimi. Pertanto furono
eliminati senza possibilità di reintegrazione. Dall’altro, le donne erano
percepite come assimilabili: più deboli, manipolabili, utilizzabili.
L’assimilazione forzata di donne armene attraverso la violenza sessuale, il
matrimonio coatto o la conversione religiosa fu una strategia diffusa e
tollerata. La stessa cosa non era concepibile per gli uomini; l’integrazione di
maschi armeni nella società ottomana musulmana era vista come minaccia
ideologica e politica, praticamente impossibile.
In sintesi, il genocidio armeno si sviluppò in due
ondate concentriche di annientamento: la prima colpì selettivamente il maschio
adulto, la seconda tentò di distruggere l’intero corpo sociale armeno
attraverso le deportazioni. L’elevata mortalità maschile e la relativa
sopravvivenza delle donne mostrano una strategia differenziata ma coerente per
distruggere l’identità armena. Eliminare ciò che resiste, assimilare ciò che si
può deformare. Questa sproporzione di genere nei sopravvissuti è un elemento
essenziale per comprendere l’identità frammentata e traumatizzata della
diaspora armena post-genocidaria.
[1]
Elyse Semerdjian ha raccolto testimonianze orali dei fatti è pubblicato un
resoconto interessante: Remnants: Embodied Archives of the Armenian Genocide. Margaret
Ajemian Ahnert ha rintracciato la narrazione di una di una donna che separata
dalla famiglia a 15 anni fu costretta a sposare un turco. Racconta ciò che
subirono le donne armene. Ma ciò che più di tutti ci lascia delle testimonianze
che gettano una luce sul destino di centinaia di migliaia di donne sono due
testi che raccontano storie simili di donne turche che in modi diversi scoprono
che la loro nonna non era turca, ma armena. Ne citiamo due di queste opere: FethiyeÇetin,
My Grandmother: An Armenian-TurkishMemoir;AyseGulAltinay, The Grandchildren:
The Hidden Legacy of ‘Lost’ Armenians in Turkey;
Bibliografia:
1.
TanerAkçam, *A Shameful Act: The Armenian Genocide and the Question of
TurkishResponsibility*, Metropolitan Books, 2006.
2.
Raymond Kévorkian, *The Armenian Genocide: A Complete History*, I.B. Tauris,
2011.
3.
Vahakn N. Dadrian, *The History of the Armenian Genocide*, Berghahn Books,
1995.
4.
Donald Bloxham, *The Great Game of Genocide*, Oxford University Press, 2005.
5. Hans-Lukas Kieser, *Talaat Pasha: Father of ModernTurkey, Architect of Genocide*, Princeton University Press, 2018.