Equilibrio e
civiltà
La parola
civiltà deriva da civitas,
ovverossia la città. Il luogo dove vivono le buone relazioni è la
città nella quale le idee si sviluppano parallelamente alle buone
relazioni. Anche il conflitto rientra nelle buone relazioni, se esso
non è mortifero, ma è fecondo scontro dialettico. La civitas
è luogo urbano e simbolico della civiltà.
Le buone relazioni presuppongono la stabilità e la valutazione
etica. La stabilità è data dal reciproco riconoscimento della
comune umanità sempre mediata dalla consapevolezza delle differenze,
mentre la valutazione etica è la condizione che pone la geometria
delle buone relazioni; è lo spazio ideale all’interno delle quali
esse devono essere fondate. Si pensi alla sfera di Parmenide metafora
dell’essere. Ogni punto della superficie è equidistante dal
centro. La sfera è il simbolo della civitas-polis,
l’uguaglianza senza stabilità e reciprocità è solo vuoto
ciarlare. La sfera è indivisibile, come la civitas,
se in essa subentra la divisione non è più tale, ma è semplice
giustapposizione di individui. L’etica dell’amicizia e del dono
non è, dunque, solo un ideale, ma è una pratica che stabilisce il
cammino verso cui orientarsi. La madre è archetipo del dono e della
mediazione della legge, mentre il padre è la legge che pone il
limite entro cui è necessario disporsi. La civiltà necessita della
complementarietà dei due archetipi, i quali sono incarnati in figure
reali, il padre e la madre, o in figure simboliche e istituzionali.
L’equilibrio fonda la possibilità della civiltà. Già Empedocle
affermava che solo l’equilibrio tra forze contrastanti consente la
vita.
Disarmonie
L’occidente ha rotto ogni equilibrio, l’archetipo della madre trova il suo senso nella tensione feconda col padre. Ancora una volta la cultura classica ci svela e rivela la verità: il polemos eracliteo è armonia degli opposti. L’armonia dinamica consente il fiorire della vita e delle vite nell’equilibrio tra gli opposti. La relazione tra gli opposti pone il senso e il significato. L’occidente a tutto questo ha rinunciato. Il logos, relazione dialogica, in cui i dialoganti attraversano gli spazi che li divide per ritrovarsi nella verità è già civitas-civiltà. Non a caso dialoghi socratici con una sola eccezione sono sempre ambientati nella città. L’occidente muore nell’efferatezza, perché ha rinunciato alla civitas, al logos e alla relazione dialettica tra gli archetipi. Non è un evento indeterminato, ma la rinuncia alla civiltà è l’effetto finale del momentaneo trionfo del capitalismo. Quest’ultimo deve trasformare ogni creatura in un essere consumante e in carriera. Esso ha sollevato con successo l’atomistica delle solitudini e governa mediante l’illimitata conflittualità. Tutto è odio e tutto è indifferenza verso l’umano. In questo clima di guerra e di solitudine competitiva l’efferatezza delle relazioni non meraviglia. I generi si guardano con sospetto e la perpetua campagna di denigrazione del maschile non può che favorire con la solitudine generale. L’occidente si frammenta e si disperde nella guerra di tutti contro tutti. Le nuove generazioni sono nutrite col cattivo cibo del desiderio che rende indifferenti al bisogno altrui e insegna ad ascoltare solo il proprio immediato desiderio; differirlo e pensarlo è considerato “il male”. I padri e le madri non ci sono. Il senso dell’uno e dell’altro è nella relazione tra le differenze. La rottura dell’equilibrio ha comportato il tramonto di entrambe le figure. Non resta che il mercato, il quale è diventato “il cattivo maestro” di tutti, poiché assimila nell’illimitato, in quanto si nutre dei desideri indotti e deforma la natura razionale ed etica dell’essere umano. La civiltà declina e all’orizzonte non si profila una nuova civitas, ma il “niente” nel presente appare con la sua incomparabile efferatezza. L’occidente è, di conseguenza, sterile, produce guerre e non vita. La vita biologica e le nascite spirituali sono fortemente osteggiate, in quanto sono il consumo e la logica della morte a governare.
Coscienza e viscere in Maria Zambrano
Dove non vi
è equilibrio e stabilità come i classici ci hanno insegnato regna
la negazione. Tutto questo non è un destino, ma una contingenza
storica. Innumerevoli sono i percorsi della prassi, uno dei
fondamentali è riconnettere la “coscienza al viscere”, ovvero
alla vita sentita come Maria Zambrano nel suo esilio filosofico e
politico ci ha indicato. Bisogna ricongiungere
interiormente e nelle relazioni ciò che la civiltà del
globish ha diviso per innalzare gli altari
della competizione-dominio in cui tutto muore e nulla nasce:
“E la
terra le servirà da appoggio, da spazio illimitato. Ma la
superficie, il piano, non le basta, alla vita già dotata di un
corpo, per assimilato che questo sia alla pianura, alla desolazione
della semplice superficie. Essa ritorna nella cavità della grotta
iniziale protetta dalla luce e da qualsiasi elemento che non sia lei,
torna alla terra, alla terra come tale, al viscere terrestre. In
seguito, il corpo vivo otterrà di recare in sé questo viscere. E la
grandezza delle viscere, la loro molteplicità, la loro ricchezza, il
loro rigore, anche, contrassegneranno la scala della vita, la scala
in cui l’essere vivente mostra già il suo viso. Al sembiante
dell’essere vivo fa riscontro l’oscurità delle viscere; al
sembiante, fattosi chiaro, del mammifero, e al suo luminoso volto,
corrisponde il viscere vivo, tesoro che ormai la caverna terrestre
non avrà più il privilegio di contenere. Viscere, ha la terra, in
cui la luce è custodita scintillante, indelebile. La luce formata di
acqua e di fuoco, di aria e di sale. Il sale della terra che assorbe
e fissa la luce1”.
Civiltà è
nel sentire la presenza dell’altro, il quale nella sua sacralità
ci riconnette con la vita consentendo la comunicazione tra il sentire
delle viscere e il pensare. Il taglio sanguinoso tra il sentire e il
pensare produce individui che hanno sostituito il logos
con il calcolo dell’immediato e con
l’abbaglio dei risultati da ottenere subito in termini di piacere,
denaro e potere. In questo contesto uccidere è un’azione banale, è
un mezzo tra i tanti, tanto più che la vita non è più un valore
sacrale, ma è anch’essa assoggettata al desiderio. L’occidente
ha perso l’Aurora,
ancora una volta le parola della filosofia poetante di Maria Zambrano
sono preziose per riorientarci tra le macerie del presente. L’Aurora
è il pensiero che emerge dall’equilibrio tra il femminile e il
maschile, l’Aurora è
la condizione chiaroscurale del sentire nella quale è possibile la
nascita del “nuovo”:
“L’Aurora,
che ha risvegliato il germe – preesistente ma quasi normalmente
assopito – dell’illimitato e dell’ardente, ci appare come un limite,
un confine che ci arresta e ci chiama in modo ineludibile. È un
sogno, un luogo dove i semplici sentire, con il loro naturale
fantasticare, sembrano sul punto di essere soppressi […].
L’apparizione dell’Aurora unifica i sentire trasformandoli in senso,
reca il senso. […] In nome di quale ragione occulta, sconosciuta,
l’Aurora appare e scompare? Appare così, senza ragione, si mostra
all’improvviso, oscillando tra la purezza massima della ragione e il
suo apparente opposto […]. Improvvisamente qualcosa che sembrerebbe
naturale si manifesta come una rivelazione: il fatto che abbia
colore. […] Ci sembra allora inevitabile che l’Aurora apra il
senso, l’orizzonte e la luce di ogni giorno […], che la luce debba
anch’essa farsi ogni giorno di nuovo, perché la vita, a sua volta,
ogni giorno si faccia; perché l’essere e la vita uniti non muoiano
una volta per sempre, come se fossero stati creati […] una volta
sola e per sempre qui, dove siamo: se l’eternità ci si offrisse fin
dal principio, se questo principio non fosse una gloriosa,
impensabile rivelazione. Se il pensiero non dovesse alimentarsi
respirando, anche solo per lievi istanti, l’eternità; un
inconfondibile tremore, e quell’inconcepibile fiore che a volta è
l’Aurora […]. È lei, l’Aurora, che fugge nell’istante in cui viene
percepita, che si nega ad avere un corpo, che annuncia, tremando,
questo sì, un mondo altro, in cui i sensi si trovano in un tempo
proprio […]; poiché il tempo ci appare come il primo datore
dell’essere, e non come il suo rivale. […] Il vuoto in cui la
bellezza appare, sarà a sua volta proprio esso a manifestarsi?
Essere, essere in altro modo, o essere in verità, o oltre la verità,
o oltre l’essere; vuoto e bellezza annunciano qualcosa che non si
perde ma che non si dà. E lei è, così immaginiamo, l’unica tra
tutti gli dèi e le parole che un tempo furono come dèi; lei è, ci
sembra, la sola ad aver conservato quella condizione. Lei,
l’Aurora2”.
A noi tutti
spetta il lavoro dello spirito, affinché l’Aurora
risorga e la “nascita” possa sostituire la morte. Ogni nascita è
un ponte verso la vita e le vite ed essa reca con sé la dimensione
del dono. L’alternativa al comunismo deve fondarsi sulla Metafisica
della vita e dell’intero, se ciò non accadrà il futuro non sarà
che la fosca ripetizione del passato da cui dobbiamo congedarci già
nel presente. Il compito è grande, ma il percorso è necessario.
1
Maria Zambrano, I Beati, a cura di Carlo
Ferrucci, Milano, SE Edizioni, 2010
2 M. Zambrano, Dell’Aurora, pp. 27-29
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