Heinz Heger[1],
persona omosessuale deportata lungamente nei campi di concentramento nazisti
dal 1939 al 1945 nel 1972, pubblicò la
sua autobiografia. Il testo fu scritto dall’amico Hans Neumann dopo ben 15
interviste a Heinz Heger pseudonimo di Josef Kohout. È un documento di notevole valore storico, in quanto la storia
della persecuzione contro gli omosessuali è ancora tutta da scrivere e tutta da conoscere. Nel
mese di gennaio cade “la giornata della memoria”, ma vi è il rischio che tale
giorno sia la giornata della dimenticanza per non poche vittime del nazismo e
del fascismo. Le vittime del terrore nazista furono innumerevoli e gli
omosessuali furono oggetto di una persecuzione che univa disprezzo,
riduzionismo e violenza all’interno di un dispositivo finalizzato a ridurli al
silenzio e a obliare la loro memoria con l’eliminazione fisica. Erano
considerati come disertori della razza ariana, in quanto mancavano al dovere
della riproduzione di nuovi ariani da donare sull’altare del Reich. Il male non
è superficiale come affermava la Arendt, il male è profondo e all’interno del
suo abisso ci sono voci e volti che non raggiungono la luce della storia, ma sono
ricacciati tra gli spettri della medesima. Il male si perpetua dando voce e
pubblico risalto solo a taluni e riducendo al silenzio altri. Il male è tra di
noi nella forma dell’occultamento degli sconfitti della storia e nell’uso
strumentale di altri che hanno vissuto l’inferno in terra. Il male è nella
strumentalizzazione dell’altro, si pensi all’Industria dell’olocausto di
Norman Finkelstein. Ciò che non reca risultati materiali e politici scompare
tra le piaghe dolorose della storia e il male si perpetua in tale prospettiva.
La storia delle
persecuzioni naziste contro le persone omosessuali è una storia ancora
sconosciuta e nei decenni trascorsi i testimoni sono scomparsi, mentre la
documentazione è stata dispersa. La solitudine degli omosessuali non è
terminata nel 1945, ma arriva fino a noi, in quanto si fa fatica a riconoscere
gli omosessuali come persone. Heinz Heger racconta nella sua autobiografia
l’esperienza dolorosa di non essere riconosciuto come “persona”, ma di essere
stato abusato continuamente, in quanto un omosessuale è solo un groviglio
insaziabile di desideri, non ha interiorità e non ha sentimenti, è solo un
essere desiderante, dunque, una “non persona”:
“Secondo loro, in quanto uno
«sporco finocchio», la cosa avrebbe dovuto darmi altrettanto piacere e
divertimento quanto ne dava a loro. Ero disgustato a tal punto da vomitare e
rimasi in balia di quei due senza alcuna possibilità di reagire. A loro non
passava neanche per la testa che per provare attrazione sessuale è necessaria una
disponibilità interiore e un desiderio di contatto – anche per un omosessuale:
ciò che importava era solamente il loro piacere. Continuavano a dire oscenità e
insulti su di me e su «quei maiali di finocchi»[2]”.
Nei campi di concentramento gli esseri umani erano
classificati secondo logiche “zoologiche”. A ciascuno spettava un contrassegno,
il triangolo, che indicava in base al
colore la categoria di incasellamento. Agli omosessuali il triangolo rosa e
come espressione del pubblico disprezzo doveva essere più grande degli altri
triangoli in modo che i “pervertiti” fossero riconoscibili. La riconoscibilità
era una istigazione alla violenza. Detenuti e aguzzini potevano esercitare su
di loro rabbia e dominio. Tra le vittime del sistema concentrazionario gli omosessuali
occupavano una posizione infima, pertanto gli aguzzini non erano solo gli
ariani ma anche gli altri prigionieri, i “fratelli di sventura”, che si
percepivano come superiori agli omosessuali, anzi erano liberi di sottometterli
e far loro libera violenza. Non erano uomini, non erano persone, erano solo
degenerati su cui esercitare ogni forma di dominio. Nei lager si imparava e si
insegnava la pratica del male rappresentata come “naturale” tendenza
dell’essere umano al dominio:
“A seconda del reato commesso o
della loro provenienza, i detenuti erano contrassegnati con un triangolo di
stoffa colorata, messo di punta con al di sotto il numero identificativo del
prigioniero. Il triangolo era grande circa cinque centimetri e veniva cucito
all’altezza del petto sul lato sinistro della giacca e del cappotto e su quello
destro dei pantaloni. I colori dei triangoli erano: giallo per gli ebrei, nero
per gli asociali, rosso per i prigionieri politici, lilla per i Testimoni di
Geova, verde per i criminali comuni, azzurro per gli emigrati, rosa per gli
omosessuali, marrone per gli zingari. I triangoli rosa erano però più grandi
degli altri di circa due o tre centimetri: dovevamo essere riconoscibili come
«finocchi» anche da lontano[3]”.
Non potevano ricoprire nessun ruolo all’interno dell’universo
concentrazionario, potevano solo essere vittime su cui ciascuno poteva
proiettare la propria aggressività, essi erano “la vergogna della Germania”. La
solitudine era per loro un fardello che uccideva più delle fatiche, essi non
potevano solidarizzare con le altre vittime in quanto erano soggetti per natura
corrotti e corruttori e, dunque, non
dovevano rivolgere la parola agli altri detenuti:
“Un omosessuale non poteva
ricoprire un ruolo o svolgere una funzione, o per lo meno questa era la regola
a Sachsenhausen. Inoltre, non potevamo scambiare nemmeno una parola con i
detenuti degli altri blocchi e con un altro triangolo: questo per evitare, come
ci dissero, che potessimo traviarli, inducendoli a pratiche omosessuali. In
realtà, nei blocchi in cui non c’erano detenuti con il triangolo rosa, c’era
molto più movimento che da noi[4]”.
Nei lager si procedeva ad una selezione per sfinimento. Gli
omosessuali dovevano eseguire i lavori più faticosi e dolorosi. I sopravvissuti
hanno continuato a vivere nel lager, essi non sono mai usciti dal loro infinito
dolore, poiché anche dopo il 1945 sono stati trattati come reietti e viziosi
meritevoli solo di pubblico disprezzo. Il lager è durato tutta la vita per
coloro che ne sono usciti vivi nel corpo e agonizzanti nello spirito. Su di
loro nessuno sguardo di tenerezza e nessun gesto li ha consolati per la
violenza subita nei lager ogni giorno, ogni ora e ogni minuto:
“Dopo l’assurdo lavoro con la
neve, il nostro gruppo fu inserito nella squadra di lavoro addetta alla cava
d’argilla della fornace Klinker: ribattezzata da noi detenuti «cava della
morte», era tanto nota quanto temuta in tutti gli altri campi di concentramento
come la più terribile fabbrica di annientamento umano e, fino al 1942, fu
l’«Auschwitz» degli omosessuali. Infatti solo gli omosessuali erano destinati
alla cava d’argilla, dove venivano costretti a condizioni di lavoro disumane e
seviziati fino alla morte. In migliaia vi terminarono la loro vita tormentata,
vittime di un meccanismo d’annientamento diretto e programmato dalla Germania
hitleriana, ma fino a oggi non c’è stato ancora nessuno che abbia denunciato o
deplorato tutto ciò, o che abbia reso omaggio alle vittime. Probabilmente
ancora oggi non è di buon gusto parlare degli internati crepati nei lager,
soprattutto se si tratta di omosessuali. Il lavoro nella cava d’argilla era uno
dei più pesanti che ci si possa immaginare e veniva svolto sia d’estate con il
caldo soffocante, sia d’inverno con un gelo pungente e la neve alta. Tutti i
giorni bisognava trasportare un certo numero di carrelli d’argilla fino alle
macchine per la fabbricazione dei mattoni e alle fornaci, in modo che ci fosse
sempre materiale a sufficienza e la produzione non si interrompesse. Dato che
la cava era situata molto in basso rispetto alle fornaci, il percorso da fare
spingendo a mano sui binari i carrelli pieni era lungo e ripido: un vero e
proprio calvario per i prigionieri sfiniti e mezzi morti di fame[5]”.
Vi erano omosessuali che portavano il peso della loro origine
razziale. C’erano ebrei omosessuali che portavano sul petto il doppio
triangolo. Sotto il triangolo rosa c’era il triangolo giallo, ancora una volta
la precedenza era data alla visibilità del “triangolo rosa”. L’archeologia
dell’inferno non ha limiti, essa scende verso l’abisso della nullificazione, ma
il nulla non è un confine, è un disperdersi nell’inaudito:
“Uno dei miei compagni di
prigionia, che nonostante il viso emaciato e il corpo deperito aveva ancora
l’aspetto dell’intellettuale, era anche ebreo: sotto al triangolo rosa portava
quello giallo, a formare la stella di David, il che gli procurava il doppio
delle angherie da parte delle SS e dei kapò verdi. Era di Berlino, aveva
venticinque anni e proveniva da una famiglia molto benestante. Era figlio unico
e i suoi genitori erano stati eliminati già da tempo in un qualche campo, dopo
aver acconsentito a che il loro patrimonio in Germania venisse «incamerato» dal
Reich. Era stata una farsa, in quanto i nazisti avrebbero comunque sequestrato
i loro beni[6]”.
Uno dei modi per sopravvivere era trovarsi un protettore che
in cambio della protezione esigeva favori sessuali. Tale strategia di
sopravvivenza era riservata ai più giovani. Josef Kohout fu conteso da più
protettori, non era più un essere umano ma un oggetto tra le grinfie fatali di
un destino avverso. Doveva difendersi da coloro che, prigionieri come lui,
scoperta l’illecita relazione volevano fargli confessare il reato, in modo da
decretare la caduta del protettore che esercitava funzioni che gli consentivano
privilegi e sostituirlo. I prigionieri erano in lotta, il sistema dei lager li
addestrava a un darwinismo probabilmente impensabile nella loro esistenza
ordinaria. Nei lager si sperimentava la disumanizzazione totale, l’essere umano
era niente, era solo nuda vita in lotta per il potere:
“Ovviamente aveva anche dei
nemici, soprattutto tra i prigionieri politici, che avrebbero assunto volentieri
la direzione dei detenuti. Così i primi giorni del mio rapporto con lui alcuni
rossi, cioè detenuti politici, vennero a trovarmi mentre lavoravo nella cava,
sebbene risiedessero in un altro blocco e appartenessero a un’altra squadra.
Volevano sapere se tra me e l’anziano del blocco ci fosse una relazione, come
si comportava con me e se mi aveva fatto delle proposte sessuali. Così,
apparentemente scherzando, mi facevano domande del tipo: «Ce l’ha grosso? Lo fa
tutti i giorni?», oppure: «Ma uno così riesce a essere affettuoso?». Queste
domande avevano il solo scopo di portare alla luce una relazione che
ufficialmente era proibita, per far cadere in disgrazia il mio amico e porre
fine al suo potere all’interno del campo: in questo modo i verdi avrebbero lasciato
posto all’egemonia dei rossi. Non ammisi mai nulla né mi lasciai sfuggire la
minima allusione, e alle loro domande ironiche rispondevo sempre: «Chiedetelo a
lui, io non so niente». Infatti una cosa mi era ben chiara: se avessi ammesso
anche un solo particolare della nostra relazione sarei finito stritolato tra i
due gruppi di potere, dato che qualsiasi pratica omosessuale, se dimostrata,
era perseguita con pene pesantissime che nella maggior parte dei casi
provocavano la morte degli accusati. Questo per lo meno nel 1940, mentre in
seguito i costumi all’interno del campo divennero più elastici[7]”.
I detenuti con il triangolo rosa erano solo trastulli su cui
esercitare una brutalità empia e sadica. Non erano persone, ma nuda vita su cui
esercitare il potere di vita e di morte in modo irrazionale. Il sacro moriva e
al suo posto non vi era che un godimento indifferenziato nel quale il più
debole era solo un mezzo su cui esercitare la propria onnipotenza:
“Ma quelle SS, completamente
ubriache, volevano ancora divertirsi con quella povera creatura appesa al muro
e ordinarono al kapò di portare una tazza d’acqua bollente e una d’acqua
fredda. «Pezzo di merda d’un frocio, dato che le palle non ti servono a niente,
adesso te le cuociamo e poi te le raffreddiamo», disse l’ufficiale, e gli mise
la tazza d’acqua bollente tra le cosce, in modo che ci entrassero i testicoli.
Il detenuto lanciò grida strazianti, per il dolore insopportabile. Cercò di
divincolarsi o di raggomitolarsi, ma le catene ai polsi e alle caviglie lo
tenevano fermamente teso. «E adesso dagli l’acqua fredda, ha troppo caldo, il
porco», gridò ridendo cinicamente uno delle SS, e l’aguzzino mise la tazza
d’acqua fredda tra le cosce della vittima. Di nuovo il giovane si mise a urlare
in maniera straziante, perché sia l’acqua bollente che quella fredda
provocavano lo stesso dolore. Di nuovo cercò di liberarsi dalle catene, ma il
suo corpo si divincolava invano. Questo «bagno alternato» venne ripetuto più
volte, finché il giovane perse conoscenza, dopo aver urlato tanto da perdere la
voce ed emettere solo dei gemiti strozzati. Gli fecero riprendere i sensi
rovesciandogli addosso un secchio d’acqua fredda, dopo quei mostri sadici in
uniforme ricominciarono la tortura, mentre i brandelli di pelle ustionata gli
penzolavano ormai dallo scroto. «Dopotutto è un rottinculo, facciamolo un po’
godere», sbraitò uno degli sgherri e, afferrata una scopa che era in un angolo,
spinse il manico nell’ano del detenuto. Questi non riusciva più neanche a
urlare, dato che le corde vocali erano come spezzate dal dolore, solo il suo
corpo si tendeva violentemente, tirava e cercava di strappare le catene: il
giovane tirolese doveva avere una forza vitale incredibile. Le SS ridevano a
squarciagola di «quell’idiota di un frocio», che spalancava la bocca cercando
di gridare senza riuscirci. Infine liberarono dalle catene il poveretto
svenuto, lasciandolo cadere al suolo, dove restò immobile con tutte le membra
rotte. Le SS, completamente ubriache, uscirono fuori dal bunker barcollando.
L’ultimo di loro inciampò sul corpo esanime del poveretto: infuriato, gli
sferrò un calcio e il giovane reagì muovendosi. «Guarda un po’, ‘sto frocio di
merda è ancora vivo», farfugliò l’ubriaco e, preso uno sgabello di legno
appoggiato al muro, lo colpì alla testa con tutte le sue forze. Finalmente il
povero martire era libero dalle sofferenze, adesso era morto e non doveva più
patire quei tormenti. Per tutto il tempo in cui il mio compagno di sventura veniva
torturato e seviziato, continuai a mordermi le mani per non gridare[8]”.
Sulle persone omosessuali non si sperimentarono solo farmaci
e tecniche mediche, ma furono anche oggetto di sperimentazioni sui processi di riconversione sessuale. Dovevano frequentare i
bordelli nei quali dovevano riconquistare l’eterosessualità perduta esercitando
violenza su donne costrette alla prostituzione. Nell’abisso del male ci sono
sempre gradini da scendere, anche le donne
nei bordelli dei campi di
concentramento sono voci perse nella storia:
“Era prevista una visita
obbligatoria alla settimana, in modo che potessimo conoscere le «gioie
dell’altro sesso». Questa direttiva del Reich dimostrava soltanto che Himmler e
i suoi consulenti scientifici avevano capito ben poco dell’omosessualità,
considerata non come un orientamento pulsionale dell’essere umano, ma come un
vizio da «guarire». Sfortunatamente, dopo più di venticinque anni di
«progresso» scientifico, la maggior parte dei personaggi «competenti» dimostra
ancora oggi la stessa ottusità. Quando arrivò il camion con le «ragazze di
piacere», che molti aspettavano ansiosamente già da diversi giorni, scesero una
decina di ragazze e di donne, subito condotte alle loro camere[9]”.
Si poteva scegliere anche la castrazione chimica per ottenere
la libertà, per poi essere spediti in Russia dove avrebbero trovato sicura morte:
“Verso la fine del 1943 Himmler
stabilì una nuova disposizione per 1’«eliminazione dei deviati sessuali», cioè
degli omosessuali: chi di noi si fosse fatto castrare mantenendo una buona
condotta sarebbe stato rilasciato. Alcuni detenuti con il triangolo rosa
credettero a queste promesse e per uscire dalla morsa mortale del campo si
sottoposero alla castrazione, ma nonostante la buona condotta – la cui
valutazione dipendeva dall’umore del Blockführer e del Lagerführer – furono sì
rilasciati, ma per essere spediti in Russia, a combattere, dove ebbero l’onore
di morire eroicamente per Hitler e Himmler[10]”.
Josef Kohout riuscì a sopravvivere, ma la sua esistenza
continuò sulla medesima scia di dolore e di umiliazione. Non gli fu
riconosciuto nessun indennizzo, in quanto fu arrestato per il paragrafo 175,
legge abolita in Germania solo nel 1994 che criminalizzava l’omosessualità. Ai
criminali che avevano vissuto
l’esperienza dei lager non era concessa nessuna riabilitazione. La sua vita
continuò nel segno di un dolore che non ebbe mai fine. Era libero, ma era
ancora disprezzato e doveva subire la sprezzante inimicizia dei colleghi e dei
vicini:
“La mia richiesta di
riabilitazione per i lunghi anni di prigionia venne respinta dalle autorità
democratiche, perché come detenuto con il triangolo rosa, ero classificato tra
i criminali, anche se non avevo fatto nulla di male. Anche i criminali comuni
non ottennero nessuna riabilitazione. Così mi cercai un posto da impiegato di
commercio, che non mi offriva certo una grande realizzazione personale ma che
almeno mi dava da vivere. Nei primi tempi i vicini parlottavano e spettegolavano
sul loro vicino «finocchio» deportato in un campo di concentramento, ma siccome
conducevo una vita molto ritirata e non venni mai coinvolto in qualche
scandalo, mi lasciarono lavorare in pace, pur guardandosi bene dall’instaurare
una qualsiasi relazione con me. Inizialmente la cosa mi andava bene – appena
tornato non sentivo alcun bisogno di raccontare la mia storia ad altre persone
– ma col tempo questo isolamento divenne pesante. A Vienna come altrove, anche
se noi omosessuali vogliamo condurre una vita decorosa, il disprezzo della
gente e la discriminazione sociale sono rimaste le stesse di trenta o cinquanta
anni fa, il progresso dell’umanità ci ha dimenticati[11]”.
Solo quando il dolore dei dimenticati avrà voce e sarà
riconosciuto l’umanità potrà camminare su percorsi che conducono ad un umanesimo reale in cui il
volto di ogni essere umano è accolto nel suo mistero profondo che mostra e
dimostra la pratica criminale dell’incasellamento nella quale l’umanità muore e
si partoriscono mostri incapaci di ascoltare con la totalità del proprio sé la
presenza dell’altro. Nel 2026 l’omosessualità è reato in 63 stati e in alcuni
vige la pena di morte. Negli stati con legislazioni favorevoli nei quali è
prevista l’unione civile o il matrimonio egualitario le discriminazioni
sussistono. Definire l’omosessualità un orientamento sessuale, già in sé,
disumanizza poiché è negata la valenza affettiva. L’omosessuale non è
considerato persona ma una semplice inclinazione sessuale. Il riduzionismo è in
linea con la violenza tradizionale. Anche la sigla LGBTQ è grammatica della
classificazione e tende a trasmettere il messaggio che l’omosessuale sia la sua
inclinazione. La storia delle persecuzioni e delle discriminazioni non è stata
pensata nel suo male profondo e, di conseguenza, per non pochi le persone
omosessuali sono pulsioni erotiche da liberare. La sessualità all’ombra del
capitalismo è solo consumo senza finalità progettuale e metafisica, per
cui vi è il sospetto che le persone
omosessuali siano diventate il mezzo con
cui far passare tale messaggio nichilistico. Non è un caso che si usi la parola
“gay” per indicare una inclinazione e un modello di vita fondato sugli eccessi
e sul libero godimento. Il gay pride ha perso la funzione di denuncia per
essere esposizione erotica del godimento senza impegno e attrazione turistica.
Il percorso che conduce a riconoscere gli omosessuali come persone è ancora
lungo e impervio e l’ostentazione non mediata dal fondamento di persona rende
fragili le conquiste giuridiche e la tolleranza nei paesi più progrediti.
L’integrazione è possibile solo se l’omosessualità è integrata nel concetto di
persona e ciò non può che liberare dalla grammatica delle classificazioni in
stile zoologico che mentre emancipano producono nuovi stereotipi.
[1]Heinz
Heger, pseudonimo di Josef Kohout (Vienna
24 gennaio 1915 – Vienna, 15
marzo 1994)
[2]Heinz HegerGLI UOMINI CON IL TRIANGOLO ROSA La
testimonianza di un omosessuale deportato, edizioni Sonda, 2019, pag. 25
[3] Ibidem pag. 28
[4] Ibidem pag. 31
[5] Ibidem pag. 34
[6] Ibidem pag. 36
[7]Ibidem pp. 46 47
[8] Ibidem pp. 76 77
[9] Ibidem pag. 90
[10] Ibidem pag. 92
[11] Ibidem pag. 107
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