Poi vennero a prendere me, e non c’era più nessuno a protestare per me


“Prima vennero per i socialisti, e io non dissi niente, perché non ero socialista.

Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi niente, perché non ero ebreo.

Poi vennero a prendere me, e non c’era più nessuno a protestare per me”.

—Martin Niemöller                                                                                              

La poesia ci rammenta in ogni tempo il pericolo che si approssima, ci indica il pericolo per mostrarci la salvezza. I totalitarismi si susseguono impliciti ed espliciti, ma la verità del male  resta uguale, sempre, malgrado le diverse forme  storiche in cui si materializza. I popoli sono sollecitati dal “potere” a partecipare a lugubri adunate, ieri erano marce militari, oggi sono gli assembramenti dinanzi alle vetrine per  essere inquadrati all’interno di geometrie spaziali e ideologiche. Tali geometrie delimitano il confine tra il pensabile e l’impensabile, alzano barriere contro i dissidenti, e specialmente, sono macchine con infiniti ingranaggi nei quali i popoli diventano l’occhio bilioso delle oligarchie. Sono aizzati come fossero galli da combattimento a beccare il presunto nemico e a denunciarlo. Il potere si infiltra nel popolo e usa i suoi sguardi e il suo udito per individuare il nemico e tacitarlo nello spirito e nel corpo. Il potere circola e deforma la natura umana. Il totalitarismo è questa immensa macchina da guerra che divide e conduce allo scontro. Martin Niemöller fu nazista della prima ora, ma niente è impossibile all’essere umano. Egli divenne consapevole ben presto del carattere distruttivo del totalitarismo nazista, il quale, come tutti i totalitarismi, avanza negando libertà e umanità. Si tratta di una paideutica del male che istiga i popoli a cercare il nemico e a perseguitarlo. La paura è la grammatica emotiva con cui i totalitarismi inaugurano il ciclo delle persecuzioni, si inocula il virus dell’inquietudine e dell’irrazionalità. Il nemico è all’interno e all’esterno, pertanto la guerra è lo stato ordinario dei totalitarismi. Si proiettano su talune categorie le cause delle contraddizioni sociali per salvaguardare il potere con le sue oligarchie. Ma nessuno è al sicuro, ce lo ricorda Martin Niemöller, i persecutori presto potrebbero essere i  nuovi perseguitati. La lupa famelica del potere divora i suoi figli, nessuno può giudicarsi salvo dalle sue spire.

 L’indifferenza e l’adesione silenziosa al potere e alle sue direttive rende i popoli responsabili e gli individui complici. Nei totalitarismo non ci sono innocenti, ma ciascuno è parte del male, ciò malgrado solo la consapevolezza del crimine d’indifferenza di cui si è colpevoli emancipa dal male, il quale non è mai banale, ma è sempre complesso fino al mistero. Solo se si comprende che  “nessuno è al sicuro”, ma ogni essere umano può essere sacrificato sull’altare del potere e che i singoli sono parte della comune umanità, solo in tal caso il  male si trasforma in redenzione pubblica e politica. I totalitarismi sono parte di un immenso ingranaggio di guerre da cui trarre plusvalore da dividere tra pochi oligarchi, mentre la morte sovrana e signora del tempo del totalitarismo è il pegno che i popoli devono pagare alle “menzogne conosciute” del totalitarismo. Spesso si obbedisce sapendo che le parole del potere sono solo inganno. Il servo diventa tale per timore di esporsi, di lottare e di responsabilizzarsi dinanzi alla storia.

Bertold Brecht smaschera l’illusione dei nazionalismi; le guerre  massacrano i popoli,  vincitori e perdenti si ritrovano poveri nello spirito e nella carne fra città che ardono come tizzoni ardenti:

La guerra che verrà

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente

Bertolt Brecht

Abbiamo bisogno anche di poesia nel tempo delle passioni tristi e del totalitarismo capitalistico. La poesia che guarda il proprio tempo attraverso lo sguardo dell’umanità la quale ha smarrito il sentiero del bene e non discerne il bene dal male, poiché non osa guardare verso la verticalità della verità. La poesia è pensiero che coglie il palpito della vita, le parole sono fragili, ma esse toccano le profondità della storia, fanno riemergere la verità dal ventre della storia. I popoli hanno bisogno anche di poesia, dobbiamo prenderne atto, per porsi in cammino verso la liberazione dal male, altrimenti verranno a prenderci uno dopo l’altro.

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