Il presente si connota come un tempo d’asfissia politica, in
quanto i rilevi critici e le analiso geo-politiche descrivono con esattezza
dialettica le atroci contraddizioni del sistema capitalistico. La pratica della
critica, sempre positiva, cade nella trappola del capitalismo. Il capitalismo
ha il suo alfabeto emotivo, è un modello di vita e di morte, il sentimento che
lo connota e che rinsalda il suo dominio è l’impotenza disperata. La logica
padronale diffusa capillarmente insegna in modo consapevole e inconsapevole la
sudditanza senza speranza, per cui si può solo sopravvivere mediante la
resilienza. Ci si adatta e ci si aliena e in tale movimento l’impotenza si
radica nei pensieri, nel linguaggio e nei comportamenti. In tale cornice a capitalismo integrale le
antitesi progettuali sono scomparse e al loro posto regna solo la quieta e
plumbea palude del capitale nel cui grigiore i sudditi si confondono e fondono
fino a pensare che l’alternativa è impossibile, per cui è necessario accettare
la sudditanza padronale all’economicismo e alle oligarchie afferenti. Dopo il
1991 con la caduta dell’Unione Sovietica gli orizzonti si sono liquefatti con
l’oblio di ogni dialettica e con la scomparsa dei partiti comunisti. La
disperazione e l’impotenza sono spesso mascherati da forme di parossismo
consumistico e narcisistico che vorrebbero rimuovere il “non senso” che segna l’ordinario scorrere del tempo:
“Il fatto è che oggi, insieme alla prospettiva della rivoluzione nel
vecchio (ed unico) senso del termine, è venuta meno anche la vecchia dicotomia
Riforme/Rivoluzione, per cui per un secolo e mezzo si è detto che era meglio
affidarsi ad una lenta evoluzione positiva senza strappi per ottenere risultati
simili senza lo scorrimento del sangue ed i cicli di violenza che ne
susseguono. In realtà non si vede oggi neppure quali forze siano seriamente in
grado di ipotizzare una riforma di questo modello di capitalismo globalizzato a
prevalenza finanziaria. Oggi il fattore soggettivo sembra spento non solo per
le rivoluzioni, ma anche per le riforme. I frenetici ed ipocriti summit dei
politici, disturbati o meno da incappucciati in passamontagna o da pagliacci
dipinti in trampoli e tamburi, pattinano sul ghiaccio sottile delle superfici
di realtà interamente dominate dalla speculazione finanziaria e dai suoi riti
in inglese (del tipo dello spread — oh, il buon vecchio Spirito Santo!)[1]“.
Costanzo Preve invita a non cadere in una contingenza storica
che può sembrare sclerotizzata nel paradigma capitalistico, in quanto la rivoluzione
è sempre possibile, ciò che viviamo nel nostro tempo storico non è tutto, ma è
una congiuntura storica e di conseguenza non è eterna. Le condizioni per la
rivoluzione necessitano di una lenta aggregazione e configurazione politica.
Costanzo Preve incentra l’azione sulla denuncia delle contraddizioni del
sistema e sull’individuazione dei punti di fragilità del sistema. I modelli
alternativi non sono utili alla rivoluzione, poiché non vi sono protocolli
politici che possono essere applicati nell’immanenza. I modelli progettuali
elaborati si sono mostrati sempre inapplicabili, per cui il filosofo torinese
esclude l’elaborazione attenta dell’alternativa:
“E allora? Bisogna forse rassegnarsi? Bisogna accettare la trinità
universale della gabbia d’acciaio, del disin canto del mondo e del politeismo
dei valori? Bisogna accettare il più odioso dei domini militari travestito da
interventismo in difesa della pace e dei diritti umani? Bisogna accettare, che il
Politicamente Corretto ci imponga che cosa possiamo dire e che cosa non
possiamo neppure pensare? Non può essere questa ovviamente la conclusione. Il
pessimismo non è obbligatorio, ed anche l’ottimismo è facoltativo. Non si
tratta allora di dare retta alle ideologie diffuse dai pensatori permessi dal
potere, in quanto il potere dosa anche la critica concessa a dosi omeopatiche
(esemplare il caso di saggisti come Bauman e Zizek). Ciò che passa il mercato
editoriale e televisivo è sempre filtrato da vere e proprie “griglie di
compatibilità”. Il massimo di coraggio nello svelamento consiste nell’indicare
veri e propri casi scandalosi. Ma essi sono migliaia, e come i buchi nelle
dighe tappatone uno se ne apre un altro. Le rivoluzioni non si fanno con
modelli preapplicabili, e neppure accostandosi o discostandosi da modelli
ideali pregressi, come è stato il caso del marxismo, dato che il modello
originale di Marx era perfettamente inapplicabile, fondandosi su vere e proprie
fanfaluche come l’abolizione dello stato e la capacità di auto-organizza zione
rivoluzionaria (e non solo sindacale, quella ovviamente c’è) della classe
operaia, salariata e proletaria. Le rivoluzioni richiedono lente precondizioni
di aggregazione antropologica, e soprattutto la visibilità non tanto del
modello futuro, quanto della debolezza del nemico e della perforabilità delle
sue difese. Questa non c’è anco ra, e non si può affrettare artificialmente.
Per ora basti affermare che ci può essere, e mandare cordialmente al diavolo
chi parla di utopia, terrore ed altre fregnacce di prevenzione e contenimento[2]”.
Non si può non tacere sul limite dell’analisi di Costanzo
Preve. Senza un paradigma del cielo che indica la via e il fine verso cui
orientarsi e che dà valore e senso alla lotta quest’ultima non può che
insabbiarsi in una fugace scarica di rabbia per le ingiustizie subite. La
posizione di Costanzo Preve, rischia, malgrado l’inossidabile coerenza e onestà
del filosofo, di supportare il sistema. Il capitalismo non teme le critiche ma
le progettualità. Ancora oggi, se la libertà di critica non è compromessa, si
resta all’interno della critica fine a se stessa e senza alternativa. La
motivazione alla lotta si centuplica, solo se la progettualità è presente. Il
dominato può decentrarsi, mentre lotta in una realtà nella quale potrà vivere
la pienezza ontologica della condizione umana e ciò consente di resistere agli
ostacoli e affina la capacità dialettica e critica. L’assenza di progettualità,
inoltre è divisoria, in quanto viene a mancare il sostrato che accomuna i
rivoluzionari e favorisce l’egemonia culturale dell’utilitarismo, nuova
frontiera della marginalità e dell’atomistica della solitudine. Si è utili come
lavoratori o consumatori, per cui l’essere umano non è più soggetto ma oggetto
del sistema. La critica all’utilitarismo non può bastare. Oggi l’utilitarismo come
sistema e modo di pensare fonda un nuovo razzismo che si fa fatica a definire e
identificare, ovverossia vi sono persone e popoli utili e altri inutili. Gli
inutili possono anche morire ed essere sostituiti:
“Il cuore dell’utilitarismo è l’autofondazione del meccanismo riproduttivo
globale del mercato capitalistico su se stesso, togliendo di mezzo le tre fondazioni
tradizionali della filosofia politica, l’esistenza di Dio (non importa se
cattolica, protestante o ortodossa variamente secolarizzata e già da tempo
privata di ogni promessa messianica), il contratto sociale (non importa se
nella forma di “destra” di Hobbes, di “centro” di Locke o di “sinistra” di
Rousseau, mi scuso con il lettore intelligente per avere usato queste improprie
categorie, da lasciare a Bersani, Casini ed Alfano), ed infine il diritto
naturale, concetto che rimanda pur sempre alla natura umana comunitaria associata
come principio di legittimazione filosofica di ultima istanza. Con
l’utilitarismo di Hume e di Smith, curiosa ed a suo modo geniale ed originale
mescolanza di empirismo e di scetticismo, il mercato capitalistico si autofonda
sulla propensione allo scambio ed alla mercificazione universale. A distanza di
più di due secoli, siamo in grado ormai di fare un vero bilancio
storico-filosofico serio, che presuppone probabilmente il raggio temporale
minimo di duecento anni, possiamo dire che il principio dell’utilità generale
si è rovesciato nella sensazione diffusa ed inquietante della inutilità
generale. Siamo arrivati ad avere popoli inutili, generazioni inutili, e più in
generale alla sensazione che non vale neppure più la pena argomentare, svelare,
di mostrare, eccetera, perchè di fronte allo spread ed al “giudizio dei
mercati” ogni discorso sensato appare inutile. Già Hegel aveva a suo tempo
rilevato che l’ateismo non consisteva nella negazione formale, materiale e
“cosale” di Dio, ma nella perdita di interesse verso la verità. Ai suoi tempi,
però, questa diagnosi infausta era prematura, perchè l’interesse verso la verità
comunitario-sociale (l’unica esistente, il resto essendo certezza, esattezza,
veridicità, corrispondenza, eccetera), sia pure deformata dal suo uso
ideologico, avrebbe avuto ancora un secolo e mezzo davanti a sé, il secolo e
mezzo della civiltà borghese e della sua volonterosa ma inefficace
contestazione proletaria. Al tempo di Hegel era impensabile che, appena aperta
la televisione per le ultime notizie, la prima frase gridata dal mezzobusto
lottizzato fosse “i mercati sono euforici”, oppure “i mercati sono nervosi”. Di
fronte a questa quotidiana realtà, alienata ed antropomorfizzata insieme, Kafka
appare un sobrio epistemologo popperiano[3]”.
L’ateismo connota il capitalismo, la verità sulla natura
umana e la prassi del logos sono
sostitituite dal calcolo immediato dell’interesse/piacere immediato, tale
logica comporta la normalizzazione dello sfruttamento, il quale diviene il
paradigma con cui gestire e vivere le relazioni. Il bene comunitario si
decompone sotto il giogo di tale egemonia culturale che in modo totale investe
la comunità, pertanto la vita privata non è esente da tale paradigma. Dinanzi
al totalitarismo dell’utile con i suoi crimini tre operazioni sono
imprescindibili:
- Definire
la natura umana
- Valutare
l’intero assetto sociale
- Progettare
l’alternativa
Costanzo Preve nel suo encomiabile impegno filosofico ha definito la natura umana coniugando
Aristotele con Hegel e Marx. Il modello filosofico greco fondato sul logos
quale espressione della natura etica e razionale della natura umana gli ha
permesso di effettuare un raffronto critico con la realtà capitalistica. Nella
Grecia classica l’economia era fondata sulla piccola proprietà e solo in epoca
ellenistica la schiavitù diviene prevalente. Anche in questo caso il plesso
critico prevale sulla progettualità. La sapiente critica a Luciano Canfora non
apre sull’economia nella Grecia classica, non apre alla progettualità:
“Luciano Canfora è un
brillante antichista italiano, specialista in “smascheramenti”. Così come ha
smascherato in modo convincente il mito del falso papiro di Artemidoro, che
solo cretini patentati come i burocrati della regione Piemonte potevano
comprare a peso d’(artemid)oro, e come ha smascherato l’eccessiva
demonizzazione della figura di Stalin (il baffuto georgiano è stato il solo
modo con cui la classe più storicamente incapace della storia universale,
quella operaia, salariata e proletaria, ha potuto arrivare al potere, anche
solo per due generazioni), nello stesso modo in due libri consecutivi ha
“smascherato” il mito della democrazia ateniese. In realtà, si trattò sempre e
soltanto della dittatura aristocratica della famiglia degli Alcmeonidi, coperta
da tecniche di manipolazione assembleare e da finanziamenti imperialistici.
Questa volta, però, lo staliniano barese collaboratore del Corriere della Sera
ha smascherato male. Dal momento che la stragrande maggioranza dei reperti
trasmessici dall’antichità è composta da critici della democrazia, e questo sia
in greco antico che in latino, è facilissimo inanellare opportune citazioni che
parlano di tirannia della maggioranza, demagogia dei sicofanti, eccetera.
Inoltre, anche i bambini sanno che c’erano gli schiavi e le donne erano discriminate,
ma soltanto pochi adulti esperti sanno che il modo di produzione schiavistico
nell’antica Atene non era affatto dominante (lo divenne soltanto in età
ellenistica), ma ad Atene prevaleva uno specifico modo di produzione di piccoli
produttori indipendenti. Ebbene, lo smascheratore non tiene conto del fatto che
logos, prima di voler dire linguaggio, ragione e pensiero, voleva dire calcolo
(loghìzomai), ed in particolare calcolo sociale comunitario della giusta misura
della ripartizione del potere e della distribuzione delle ricchezze[4]”.
Perché allora difendere
egualmente la democrazia? Per una sola ragione di fondo, che però è decisiva.
Se crediamo nella comunità, infatti, non possiamo, senza cadere in
contraddizione, pensare che ciò che è appunto “comune” nella comunità (to
koinòn), e cioè le decisioni strategiche nella sua riproduzione, possa essere
espropriato alla comunità stessa ed avocato a un gruppo ristretto di “reggitori”.
Se infatti la comunità è portatrice in quanto tale di socialità e razionalità,
non possiamo, senza cadere in contraddizione, pensare che la socialità e la
razionalità stesse possano essere concentrate in gruppi ristretti che
semplicemente “prescrivono” al resto della comunità il da farsi[5].
Le sue analisi critiche sul “capitalismo assoluto” sono fonte
di lucido ritorno alla realtà storica per i lettori, ma deficitarie nella
progettualità. La critica senza la
progettualità non può che favorire una stato di malinconica depressione. Senza la progettualità la critica e l’analisi
delle fragilità del sistema rischia di ricadere sui dominati i quali non
possono che percepirsi come impotenti dinanzi al sistema. Se si è incapaci di
proporre l’alternativa la rivoluzione non ha senso. Senza la fatica della
progettualità non si mette in atto l’interalità che connota la filosofia,
poiché la critica senza la progettualità non risponde alla totalità:
critica/definizione natura umana/progettualità. Sta a noi continuare il suo
lavoro dello spirito. La progettualità è faticosa, poiché essa esige non solo
impegno, ma è confronto dialettico con i modelli plurali di progettualità
attraverso i quali giungere ad una sintesi razionale e credibile sostenuta da
una adeguata organizzazione. Coloro che intraprendono tale sentiero non
potranno che essere oggetto di
marginalità e ostracismo. La via della progettualità necessità della
“passione durevole” che nel nostro presente è combattuta con ogni mezzo, perché
essa è il motore della storia.
[1] Costanzo Preve Luigi Tedeschi, Dialoghi sull’Europa e sul nuovo odine mondiale, Il Prato I Centotalleri, pag. 516
[2]
Ibidem pp. 516 517
[3]
Ibidem pp. 520 521
[4]
Ibidem pp. 504 505
[5] Costanzo Preve, Elogio del comunitarismo, Controcorrente Napoli, 2006 pag. 52