Il Giano bifronte del
sistema capitalistico è sempre in azione.
Ogni volto del Giano del capitale apre al tempo della distruzione e
inaugura le desertificazioni del nichilismo. In questi giorni, mentre le guerre
continuano a mietere vittime e si consuma in mondovisione il genocidio
palestinese, le cronache italiane pongono l’accento sulla scuola del futuro. I
maturandi che hanno contestato voto e sistema competitivo (solo a scuola fuori
regna il Paradiso) hanno sollevato discussioni con interventi di
pedagogisti. Si propone abolizione dei
voti e delle lezioni frontali. Il docente
è ridotto alla sola funzione di regista, mentre gli alunni autonomamente
imparano. I docenti saranno passivizzati e tacitati.
Si susseguono le
proposte per la riforma dell’esame di maturità, taluni propongono un esame
adeguato ai tempi, ovvero tecnologie e chiacchierata sui gusti personali nella
musica o conversazione sui libri letti. Insomma una scuola di chiacchiere,
intrattenimento e tanti laboratori perfettamente conforme al sistema
capitalistico. I fondi del PNRR hanno inondato la scuola di tecnologie,
pertanto ora si tratta di progettare la scuola delle sole tecnologie come le
agende multinazionali dettano ed esigono. Si limita l’uso degli smartphone, ma
nel medesimo tempo si gioca su altri tavoli per introdurre in modo massiccio la
didattica del solo fare digitale e virtuale. Si devono ridimensionare i saperi,
il pensiero astratto e la valutazione olistica del sistema.
Negli anni precedenti
per raggiungere questo obiettivo è stata messa in atto una campagna contro i Licei,
in particolare contro il Liceo classico,
i risultati sono stati quasi nulli. Il Liceo classico edulcorato e assediato
regge, mentre il Liceo scientifico
continua ad attrarre iscritti. Ora si procede, tale è l’opinione dello
scrivente, in altra maniera per
annichilire i saperi e inaugurare la scuola in “stile Ibiza” . Si sostengono le
proteste dei giovani che vogliono la scuola come “luogo pacificato senza
ostacoli e senza saperi”, nel quale il pensiero astratto è vissuto come un impedimento
alla libera espressione dell’individualità. Le voci degli alunni dissenzienti
non compaiono mai e, questo, è il segno che la dialettica è stata rimossa.
Le scuole senza voto
liberate dalla gravità del voto che tanto pesa; questo è sicuramente un nuovo
mezzo con cui attrarre iscritti. Le scuole che sperimentano la liberazione dal
voto e, dunque, sono innovative a livello didattico-mediatico sicuramente sul
mercato delle iscrizioni avranno una chance in più per essere attrattive.
La scuola del
desiderio..
La classe dev’essere
superata, essa è una comunità, nel mondo nuovo esisteranno solo individui
sciolti dalla comunità divenuta il limite da abbattere. Ogni comunità è un
limite per rendere la scuola fucina del neoliberismo. Margaret Hilda Thatcher nel 1987 affermava:
“Non
esiste la società. Esistono gli individui,
uomini e donne, e le famiglie”.
Si usa il mito nefasto dei voti, veicolo di frustrazioni e di
ansie, per sollecitare i più giovani a contestare la scuola e a renderla simile
ai luoghi di consumo e ai loro “desideri indotti”, in tal modo si rimuovono le
cause strutturali (capitalismo) dell’infelicità generale. Al sistema, capace di
giocare su più tavoli e usare tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi, non
interessa nulla dei più fragili, se così fosse avremmo almeno uno Stato sociale
per i più deboli e rispetteremmo l’articolo 11 della Costituzione italiana. Lo
scopo è usare la contestazione di taluni contro l’esame di maturità e contro
docenti (figura professionale fragile e socialmente insignificante) per
ottenere il risultato finora non ottenuto, ovvero rimuovere il pensiero
astratto e le conoscenze che possono formare veri contestatori. Il pensiero
critico è creativo, esso è capace di progettare alternative, si lavora, invece,
per neutralizzare tutto questo e per preparare proletari e precari che
accettano il sistema come fosse il fatale destino a cui chinare la mente. I
distruttori affermano di voler smantellare la riforma scolastica gentiliana
perché arcaica e classista, ma non mettono in discussione un sistema sociale
fondato sull’ineguaglianza e sulla lotta spietata per ottenere qualsiasi risultato.
Non sottopongono a critica il capitalismo e le violenze annesse e connesse per
saccheggiare chiunque pur di estrarre profitto. Tutto il male, per costoro è
nella scuola. L’istituzione scolastica con i suoi limiti, giacché è assediata
dall’interno e dall’esterno, è l’ultimo baluardo contro la barbarie, in essa vi
sono ancora docenti e presidi che guardano agli alunni come persone in
formazione e non come consumatori di formazione (neologismo pedagogico).
Nessuno dei contestatori propone più studio e meno tecnologie, nessuno osa
affermare che le discipline formative (latino, filosofia, storia) andrebbero
estese, nel modo adeguato, ad ogni ordine di scuola per superare “i limiti
della riforma gentiliana”. Per poter formare la persona e non il consumatore e
il lavoratore precario, è necessario sviluppare il logos, quest’ultimo è
linguaggio e capacità simbolica. Gli ultimi risultati delle prove INVALSI
denunciano l’analfabetismo che avanza nella comprensione dei testi e nella
capacità argomentativa. Si vuole curare tale disastro con ciò che lo ha
causato: laboratori, studio esemplificato, generosità nei voti (il cliente ha sempre
ragione…). Si include in modo da educare al mito dell’imprenditore e all’uso
del globish, la lingua unica del capitale, questo è il sospetto su cui si
dovrebbe ragionare. L’intelligenza
metafisica non è particolarmente apprezzata, le passioni disinteressate
non trovano sufficiente accoglienza, è esaltato solo ciò che produce profitto.
Su tutto questo si tace e ciò svela la verità che si cela
dietro le proposte della scuola gentiliana. Per includere, termine che sa di assimilazione,
si deve insegnare-donare a ciascun alunno, a prescindere dall’indirizzo e dalle
capacità-condizioni, le medesime opportunità formative. L’impegno è sempre da premiare e i docenti lo
sanno bene. La crescita è nel favorire l’impegno e nel riconoscerlo. Nulla di
nuovo sotto il sole, già lo si fa da decenni. I
saperi sono fondamentali per il senso critico, il quale senza contenuti
decade a chiacchiera senza significato. La scuola non è una gita in un
villaggio turistico, è formazione umana con i suoi ostacoli e, la scuola tutta,
dev’essere presente, quando questi si presentano contestualizzandoli e
favorendo il loro superamento. I voti sono i semplici segnalatori di un
percorso, e gli alunni devono confrontarsi con i loro limiti e con le loro
potenzialità, anche attraverso il voto, il quale non è il giudizio sulla
persona (ridicolo anche solo pensarlo), ma è l’indicatore di un percorso. Sono
i social, la società competitiva e il culto dei vincenti ad averli trasformati
in un mezzo di affermazione. Sono i genitori ad aver rinunciato, non sempre
fortunatamente, alla loro funzione di mediatori delle esperienze dei loro
figli. La matassa è complicata. Gustavo Bueno, ne Il Pensiero Alice, usava una metafora del gomitolo, ovvero,
l’esemplificazione è simile ad un gomitolo dai molti fili da cui si estrae un solo filo. Senza pensiero
complesso orientato alla verità non ci sarà “riforma” ma decadenza
antropologica e sociale. Per uscire dall’esemplificazione del Pensiero Alice
necessitiamo di “una buona scuola per tutti” con contenuti e linguaggio al
centro dell’attività didattica. Una scuola che forma al pensiero critico, sa
svelare e porre i problemi che si celano dietro proposte che si pongono come
risolutive di ogni ostacolo e a questo non si può rinunciare, sarebbe
rinunciare al “bene”.
Le parole di Massimo Bontempelli nella risposta a Roberto
Signorini sono ancora attuali:
“La difesa della cultura e della libertà di insegnamento da
un attacco senza precedenti della sinistra governativa al servizio della
mercantilizzazione integrale della società: come non vedere che oggi è questa
la linea del fronte? Eppure tu non lo vedi. Altrimenti non potresti
rivendicare, senza sentirti tremare le vene nei polsi, attività di
uniformazione di metodi e contenuti, flessibilizzazione di orari, rottura della
unità-classe. Non vedi che sono proprio questi, oggi, gli strumenti di cui il
potere si serve per disperdere ogni organicità di formazione culturale, per
imbavagliare gli insegnanti critici, per dilatare in maniera soffocante il
momento formalisticamente didattico e puramente gestionale a scapito del
dialogo educativo, e per introdurre artificiose divisioni di ruoli e retribuzioni
nel corpo docente? Ma, potresti obiettarmi, non sarebbe possibile perseguire le
stesse cose con altre finalità? In astratto sì, ma con lo stesso significato
oggettivo di quello che avrebbe avuto la rivendicazione, da parte di un sincero
sindacalista rivoluzionario degli anni Dieci, di sciogliere i sindacati in nome
dell’azione diretta delle avanguardie operaie, fatta però nel 1926, quando era
Mussolini a sciogliere i sindacati. Voglio dire che le tue posizioni sono
storicamente anacronistiche, e le pagine che hai scritto sono disseminate di
indizi di questo anacronismo. Ricordi, ad esempio, le riflessioni sulle
analogie tra scuola ed istituzioni totali, come carceri e simili? Si trattò, a
suo tempo, di riflessioni valide e profonde, ma, appunto, a suo tempo, perché
oggi il modello di comparazione per la scuola non è più il carcere, ma
l’azienda. Mi sono chiesto il perché di quello che a me appare un evidente
anacronismo della tua impostazione, a mio avviso pericoloso, perché tiene la
mente e l’animo volti ai nemici di ieri, percependo così in maniera poco nitida
i nemici di oggi. C’è, secondo me, un perché nobile: immagino cioè che tu abbia
appassionatamente partecipato alle battaglie democratiche nella scuola per dar
voce agli studenti, per promuovere la collegialità delle decisioni, per cercare
forme di valutazione meno inchiodanti del voto, e che tu sia rimasto legato
nella tua identità morale a quelle esperienze, e dunque indirettamente anche al
loro contesto storico, benché oggi tramontato. Ma credo anche che ci sia anche
un altro perché, e cioè una mancata riflessione critica sui limiti della
cultura della, per così dire, “sinistra della sinistra”, che tra le altre cose,
a mio avviso, non aveva capito a fondo, nei suoi presupposti sociali ed anche
antropologici, la questione della scuola. Ma qui si apre un altro discorso,
troppo lungo e complesso perché lo affronti in questa lettera. Quando ne
parleremo, vorrei dimostrarti come sia radicalmente sbagliata la tua tesi che
la repressione autoritaria di ieri ed il totalitarismo economicistico di oggi
si sorreggano a vicenda: al contrario, il secondo ricicla a suo profitto molti
obiettivi della lotta alla prima, ed è anche per questo che oggi gli obiettivi
di lotta per la civiltà devono essere ridefiniti[1]”.
È
un’intera società che agonizza nell’infantilismo apolide dell’esemplificazione
e di questo dobbiamo prendere atto. L’agonia, parafrasando il titolo di un
breve scritto di Massimo Bontempelli è di un intera sistema sociale che
precipita nell’insensato del totalitarismo del mercato. Il passaggio dal Paese
dei Balocchi alla violenza è breve.
[1]Roberto Signorini, Una lettura critica del libro «L’agonia della scuola italiana» Con la risposta di Massimo Bontempelli, Petite Plaisance Pistoia, pag. 21