Massimo Bontempelli è stato un
pregevole interprete della filosofia di Hegel e di Marx. La sua opera
silenziosa non è stata riconosciuta dalle Accademie omologate sul “politicamente
corretto”, pertanto la scure del silenzio è caduta sulla sua produzione
filosofica e storica. Egli è stato hegeliano e marxiano nel tempo in cui il “pensiero
debole” ha assunto la funzione ideologica di giustificare il capitalismo senza
limiti. Ha denunciato la necessità del “pensiero forte” per disinnescare i
processi crematistici e nichilistici in atto.
Amico e compagno di lotta di Costanzo Preve, è pensatore ancora da
scoprire e da capire. È scomparso precocemente nel 2011, ma
le sue opere restano e la sua testimonianza di resistenza continua a indicarci
la via della prassi. In un mondo di ombre che minacciosamente si allungano sul
presente necessitiamo di pensatori che hanno testimoniato la “passione per la
verità” e per la “prassi etica”. Sono uomini che ci rammentano che è possibile “pensare e
creare” fuori dai recinti d’acciaio delle Accademie e delle filosofie
decaffeinate pronte per l’uso e, dunque, ad immagine degli interessi di classe
delle oligarchie. Passione, coraggio, carattere e, a volte, solitudine,
consentono di portare “vita pensante” nel “deserto del capitale” che avanza
minaccioso.
Il plesso teorico del tempo storico,
dal filosofo e storico Massimo Bontempelli concettualizzato, ci apre alla
possibilità di comprendere il nichilismo contemporaneo. Per riaprire il tempo
della storia – fu convinzione del filosofo pisano – è necessario trascendere i
processi di derealizzazione e valutare criticamente il proprio tempo storico
mediante paradigmi veritativi fondati razionalmente. La dialettica umanizza
l’esistenza e prepara la coscienza di classe. L’essere umano è temporalità
incarnata nella storia, non è mai astratto, ma è parte integrante del suo tempo
e del ruolo che occupa nel modo di produzione e dunque può pensare e rigenerare
la temporalità storica con l’impegno e con i processi di concettualizzazione
volti a decodificare il proprio tempo storico. La coscienza, mai monade
astratta, è temporalità creante, pertanto la definizione del concetto di “tempo”
ci dona la categoria teoretica con cui valutare la contemporaneità.
Massimo Bontempelli con la lucidità
filosofica che lo ha contraddistinto, ha pensato il nichilismo nell’epoca della derealizzazione.
Dietro la patina del progresso con il suo incalzare produttivo e tecnologico
non vi è che il vuoto metafisico che alimenta con la produzione l’onnipotenza
distruttiva. Il capitalismo avanza e annienta, in quanto ha inaugurato il
“tempo della dimenticanza e dell’immediatezza”. Ci si consegna al tempo, se si
rinuncia a donare ad esso “il significato”, in tal modo si è divorati da
“Crono”:
“Nichilismo è infatti, in ultima analisi, la scelta del tempo contro il
significato[1]”.
L’essere umano vive nella temporalità storica, ma il tempo
della storia derealizzato si trasforma “nel niente”. Il tempo del capitalismo con il suo attivismo
neutralizza la “metariflessione”. Il “perché e i fini” sono sostituiti dagli
appetiti immediati. L’egemonia culturale del capitalismo inneggia alla
liberazione da ogni vincolo etico, metafisico e comunitario per consegnare i
singoli, le famiglie e le comunità all’opera demolitrice del mercato. Il tempo
storico è “lo spazio” in cui l’essere umano deve porre fini oggettivi. Il
capitalismo ha sostituito i fini con i consumi e l’educazione alla
progettualità con l’addestramento alla competizione. Il tempo storico, in tal
modo, precipita nell’insensato e nella guerra. Il quadro storico in cui le
esistenze vivono si degrada in luogo dell’insensato nel quale il godimento
immediato si ribalta in disperazione e in patologica violenza. Le relazioni
sono gerarchizzate secondo il paradigma della forza. Non c’è speranza nel tempo
del capitalismo ma solo il dominio delle “passioni tristi”. La speranza, in tal
modo, tramonta e con essa la prassi e i fini senza i quali si è solo una fugace
comparsa che si inabissa nel “nulla della successione temporale”. Gli esseri
umani che non pongono fini, ma subiscono il tempo storico si percepiscono come
superflui e impotenti, in quanto il tempo è solo un tormento a cui si deve
fuggire. Il turismo di massa e la fuga da tarantolati da ogni stabilità
progettuale cela la fuga dall’insensato restando nella trappola del medesimo
linguaggio del capitale. Ad un essere umano a cui si toglie la
speranza, non resta che la nuda vita,
malgrado l’abbondanza nella quale consuma i suoi giorni. Nuda vita,
ovvero la riduzione a corpo pulsionale che fugge il dolore e si stordisce con
gli eccessi. Si uccide il proprio io con gli “egomostri” che sembrano
invincibili con il loro narcisismo, ma nascondono il vuoto metafisico con
l’ostentazione di un io ipertrofico e deverbalizzato. La chiacchiera dunque,
sostituisce il concetto e il divertimento diviene fuga dolorosa da sé. Il tempo
è solo immediatezza con cui ottundere la “quotidiana disperazione”. Il silenzio
cala sulla storia e la derealizzazione diviene la legge che attraversa ogni
esistenza:
“La fine totale di ogni
speranza, infatti, uccide, perché toglie quell’orientamento dinamico oltre il
presente di cui la vita consiste[2]”.
Per congedarsi da tale condizione storica è necessario pensare
e non certo calcolare. Il pensiero è valutazione qualitativa del proprio tempo.
Il calcolo, invece, è strategia algoritmica per raggiungere semplici
risultativi quantitativi, in questo caso è assente la dimensione etica e
valutativa. La filosofia, invece, non è
un puro ciarlare da salotto, essa ha il compito di condurre fuori dall’acqua
stagnante del “dicitur” e “dei
calcoli fini a se stessi” mediante il lavoro dello spirito. La chiacchiera è la
lingua del nichilismo, la filosofia pratica, invece, è concetto all’interno
della cornice dialogica.
La chiarezza teoretica definisce e
chiarisce la genesi dei problemi in modo da consentire la prassi. Non vi è
prassi senza teoria. La complessità è temporalità in cui il molteplice si
ricongiunge secondo fini oggettivi. La vita fiorisce solo nel dono del segno. I
“perché” consentono di sopportare i “come” e di vivere nella pienezza
ontologica. Senza tale postura le esistenze si inabissano nel “niente”. I
consumi sono l’immagine del niente, essi sono consumati velocemente, mentre il
tempo della storia è temporalità in cui l’eterno emerge dalle contingenze
pensate individualmente e collettivamente.
Il tempo è stato consegnato alla
scienza con la Rivoluzione scientifica, per cui è stato ridotto a semplice quantità
senza qualità. Riducendo il tempo a semplice quantità, esso è destoricizzato e
desocializzato. La passiva accettazione del tempo astratto in ogni ambito non
può che condurre alla necrosi della prassi. Quest’ultima è attività dialettica finalizzata
a rispondere alle forze dissolvitrici della crematistica, è il katechon che elabora percorsi per la
prassi mediante la concettualizzazione delle contraddizioni sociali. Si è dunque
perso “il senso” del tempo, esso è decodificato soltanto attraverso la
quantificazione numerica dei moti. Ogni attività è quantificata e ciò che
“appare concreto” in realtà è astratto, poiché la quantificazione è muta, nulla
dice del “senso” del movimento temporale:
“Vi sono cioè moti,
altri moti, e misure degli uni per mezzo degli altri. Non c’è invece il tempo.
O, più esattamente, c’è una statica astrazione quantitativa della dinamica
temporale, e questa astrazione è chiamata tempo[3]”.
La soluzione al riduzionismo scientista,
secondo Massimo Bontempelli, non è il percorso effettuato da Bergson, in quanto
la “durata” è esperienza intima ed interiore che non si lascia “definire”.
Il filosofo intraprende un diverso
percorso, in quanto la definizione di “tempo” rivela l’irrazionalità dietro
l’apparente razionalità produttiva e tecnologica. L’irrazionale-razionale è
categoria utilizzata da Massimo Bontempelli per denunciare l’apparente
razionalità dell’economicismo e della scienza. Razionale è solo la totalità
capace di ricostruire percorsi di senso oggettivo. La parte dev’essere
riportata alla totalità e ciò consente di concettualizzare il tempo storico e
di definirlo mediante l’unità di “senso” del molteplice. Specialismi e
parcellizzazioni sono connotati da una razionalità limitata e sempre sul limite
dell’irrazionalità, in quanto negano la totalità olistica della realtà.
Il tempo senza significato divora non
solo il futuro ma anche il passato, in quanto la dimensione del futuro non è
che una possibilità iscritta nella memoria, la quale è rivissuta nel tempo secondo modalità, azioni e significati
assolutamente “nuovi”. Non è esperienza esistenziale al limite del “muto
misticismo”, ma “esperienza comune” a cui donare senso, chiarezza e parola. Il
tempo codificato nella Rivoluzione scientifica mostra ora il suo carattere
reazionario in quanto è stato strumentalizzato dal capitalismo. L’economicismo
ha inglobato la scienza per asservirla alla produzione e alla sorveglianza dei
sussunti. La scienza ha perso la sua autonomia critica, essa è parte integrante
del capitalismo. La religione del nostro tempo, la scienza, è l’immagine
socialmente vendibile del capitale:
“Ogni soggetto,
singolare o collettivo, ha una propria storia, che è insieme la manifestazione
e la radice della sua identità. Essa non è affatto costituita dal tempo
trascorso da quel soggetto, perché il tempo trascorso è semplicemente il suo
niente più, ma è la trama dei significati vissuti che quel soggetto ha salvaguardato
come parte integrante di se medesimo, percependone la distanza temporale, e fissandola
come cronologia[4]”.
Il tempo delle individualità
emerge dalla capacità di significare gli eventi personali e collettivi. Il
tempo non è un semplice fluire e quindi un correre verso la morte, poiché il tempo assume una forma e una consistenza
reale, se il soggetto lo risemantizza nel concetto. La temporalità storica è
processo di significazione spesso dolorosa, ma senza la quale il soggetto si
aliena e cade nell’abisso dell’insensato. Il tempo, di conseguenza, della
storia è ben altro rispetto al tempo meccanico e neutro della scienza e della
produzione.
Speranza e tempo
Per poter disegnare la speranza è necessario attingere alla
memoria viva. Sappiamo che vi è stata la Rivoluzione russa nel 1917-1918;
conoscere il significato concettuale di tale evento ci consente di sperare in
altre rivoluzioni e ci motiva alla prassi. Il futuro non è la ripetizione del
passato ma la sua vitalità creativa. Il passato con i suoi significati genera dal
suo grembo nuove prospettive nelle quali il passato rivive mediato dal presente
e apre nuovi orizzonti. Per poter
sperare necessitiamo di esperienze concettualizzate che ci indicano la
possibilità che il passato possa continuare a vivere nel presente e nel futuro
in modalità assolutamente nuove. Il concetto non è sclerotizzato nel passato,
ma è la fonte da cui il tempo prende forma per diventare orizzonte di senso:
“Il futuro, dunque, è una sorta di linea di confine e di congiunzione tra
eternità e tempo. Esso è contiguo all’eternità, perché ne trae l’essere che lo
costituisce come dimensione dell’aver-da-essere e della speranza, ed è momento
del tempo, perché il suo essere non diventa effettuale se non convertendosi in
una destinazione a sparire, e spingendo alla sparizione le effettualità che
sostituisce facendosi presente. Ma dove il futuro trae l’essere che lo apre
dinanzi ad ogni presente come sua speranza?
Quel che si chiede con una tale domanda è che cosa costituisca la
mediazione tra l’eternità ed il futuro, perché l’essere aperto dal futuro è
nell’eternità[5]”.
La storia non è lo spazio-tempo della
mummificazione di ciò che fu, essa è la fonte originaria da cui scaturisce il
senso pensato del futuro. Il capitalismo nella sua fase “assoluta” vorrebbe
divorare il tempo storico con il suo deposito di senso per sclerotizzarlo
nell’attimo del consumo meccanico. Il totalitarismo del capitalismo è in questa
operazione programmata di annientamento della storia al fine di dichiarare la
“fine della storia” ed ergersi a divinità mondana e unica. Il tempo presente connotato dalla cultura
della cancellazione nelle riflessioni acute del pensatore, oggi più vere che
mai, rivela la verità storica del totalitarismo liberista:
“Il futuro, dunque, è
insieme la determinazione della speranza e l’indeterminatezza della
controfinalità inattesa, lo spazio della creazione e il momento della perdita.
(…) Quanto più individui e popoli disperdono le loro memorie, tanto più il loro
futuro è indeterminatezza, vuoto, puro e semplice invecchiamento. E,
inversamente, quanto più rinunciano alla speranza di realizzare gli eterni
valori dell’essere, impoverendo il loro futuro nell’indeterminata ripetizione
del presente, tanto più sono incapaci di custodire il loro passato rammemorato,
e perdono memoria storica[6]”.
Il nostro tempo è irrazionale, in quanto nega la capacità
umana di porre fini etici e politici e, dunque, nega la prassi con cui
risolvere contraddizioni e lacerazioni. La negazione del tempo creante non può
che comportare il pessimismo antropologico. L’essere umano è comparato agli
altri animali che non conoscono la dimensione della storia cosciente.
L’infelicità generale è nella negazione della natura umana, la quale è nella
capacità, tutta umana, di porre buoni fini. La razionalità è nella progettualità
temporale, la quale ha il suo punto nodale nella speranza:
“Il tempo scorre nella
nostra percezione attraverso il futuro che ci viene incontro e il passato che
si allontana da noi. Il futuro è il momento temporale di apertura alla
dimensione della speranza. Esso rappresenta infatti lo spazio vuoto del non
essere ancora, incontrando il quale incontreremo una presenza diversa da quella
a partire dalla quale gli siamo andati incontro. Perciò orienta i nostri
desideri al di là delle situazioni penose di cui subiamo la presenza[7]”.
Le riflessioni di Massimo Bontempelli sono preziose anche per
l’analisi etimologica delle parole afferenti al campo semantico del tempo, e
specialmente per l’excursus filosofico
all’interno della storia della filosofia su tale tematica. Massimo Bontempelli
pone a confronto Agostino d’Ippona, Platone, Heidegger ed Hegel. Rilevanti sono
le riflessioni su Heidegger al quale riconosce di aver compreso il senso del
tempo: il futuro è possibile, se si contempla il tempo originario del passato.
La “morte” è l’esistenza inautentica
che si arena nella chiacchiera e nell’alienazione; la “vita” è esistenza
autentica, è porre fini, è vitalità concettuale con cui trascendere le
innumerevoli esperienze di “morte” che si incontrano e che nella società a
misura di capitale sembrano prevalere:
“Ci si identifica con
la morte, portandola agli altri e facendo così morire anche le parti di se
stessi, perché se ne ha terrore e se ne vuole fuggire la consapevolezza, o se
ne vuole mantenere una consapevolezza disperata. La vera polarità tra
l’esistenza autentica e quella inautentica distingue un’esistenza che sceglie
la vita conoscendo la morte, da un’esistenza che, oscurando oppure enfatizzando
la morte, la agisce nella vita[8]”.
Massimo Bontempelli ci pone dinanzi al dramma in cui siamo implicati
e gettati e consente di chiarire uno dei rompicapi filosofici più ardui: il
tempo, esso è problema tra i più complessi della storia della filosofia e del
nostro essere uomini. Dove vi è filosofia vi è l’essere umano, pertanto, se si
espunge la riflessione sul significato del tempo dalle nostre esistenze non
resta che il rovinare nella derealizzazione. La quantità è categoria utile al
benessere dei popoli e dei singoli solo se la si fa rientrare nell’alveo della
qualità. La quantità senza la qualità è dimenticanza del “senso” senza il quale
essa rovina in derive segnate da guerre e dal male di vivere. La filosofia ci
rammenta che il semplicismo è nemico dell’essere umano, esso ammalia, in quanto
è veicolo dell’astratto. L’immagine della caffettiera riassume in modo iconico
e simbolico il “problema”:
“Le cose, cioè, si vedono dal punto di vista della quantità,
ed è indispensabile vederle anche da questo punto di vista, nella misura in cui
le si assumono come oggetti manipolabili. Volendo prendere una caffettiera
bollente per versarne il caffè, occorre che la mano ne afferri il manico. Non
per questo, però, definiremo una caffettiera come un manico, o diremo che il
manico ne è l’elemento essenziale, e il buon aroma che ne promana, o l’acqua e
la polvere di caffè che vi sono stati messi, siano dettagli irrilevanti. Se
prendiamo la caffettiera per il mondo, allora il suo manico sono le grandezze
quantitative del mondo, e la mano che afferra il manico è la loro trattazione
matematica. Il gusto del caffè, la cui gradevolezza è la ragion d’essere della
caffettiera, rappresenta, volendo continuare il paragone, la verità del mondo,
che non deve venire confusa con la manipolabilità dei suoi oggetti. L’assunto,
proprio della moderna rivoluzione scientifica, che il mondo sia matematico, è
stato dunque la scelta semplificatrice di assumerlo come un gigantesco manico
per usarne gli oggetti[9]”
La lotta nel tempo presente è volta a riconquistare le
coscienze storiche troppo a lungo umiliate e offese dalla violenza del
capitalismo. Il modo di produzione capitalistico è saccheggio di ricchezza, ma
specialmente priva le esistenze dei sussunti del “tempo creante” per
cannibalizzare i corpi, le menti e le anime. Il tempo senza memoria è solo
automatismo privo di profondità. Il male è nella dimensione del “vuoto
qualitativo”, ovvero della valutazione etica che pone in essere energie
creative e apre la storia al nuovo senza la rimozione del passato. Massimo Bontempelli è attuale, giacché
siamo nella tempesta della “cancel culture”. Un essere umano
senza memoria è consegnato all’informe e ad essere “superfluo”. La chiarezza
concettuale del problema consente di riconoscere i processi di alienazione e di
sottrarsi ad essi. Per guardare il dramma in cui siamo nella sua verità, ci
vuole coraggio etico, e Massimo Bontempelli fu pensatore profondo e coraggioso,
in quanto sfidò il nichilismo con la “potenza del concetto” e questo è proprio
solo dei “filosofi”. La speranza ha la sua genesi nella memoria con la quale si
ricostruisce la genesi degli eventi sociali per valutarli, non certo per
moralismo, ma per riporre al centro la buona pratica politica conforme alla
natura umana. La memoria ha il suo “cominciamento” nella valutazione etica che
libera dai ceppi della violenza del profitto e della quantificazione
nichilistica:
“Gli odierni profittatori del meccanismo economico, con la
loro accumulazione di ricchezza non soltanto spingono i ceti subalterni verso
condizioni di crescente precarietà, incertezza e affanno economico, ma riducono
loro stessi alla loro più elementare pulsionalità competitiva, alla più volgare
attenzione alla sola utilità. Sulle loro montagne di denaro non vive che il
nulla spirituale. E l’intera società massimizza la produzione e il consumo non
per sottrarsi al peso delle occupazioni puramente economiche, ma,
paradossalmente, per non darsi più altri traguardi che non siano traguardi di
produzione e di consumo. In questa maniera la ricerca del profitto distrugge
tutte le dimensioni della vita (etiche, simboliche, estetiche) che non siano
economiche: si vive soltanto per produrre e consumare[10]”.
A ciascuno di noi il compito di scegliere la via che conduce
all’essere o al nulla. Massimo Bontempelli da autentico filosofo e storico
scelse l’umanesimo e il pensiero forte e, dunque, rimarrà nella memoria. La
rilevanza degli studi storici è stata affermata fortemente da Massimo
Bontempelli, in quanto da docente e da pensatore visse la cancellazione della
cultura storica dall’orizzonte della formazione. L’oblio della storia è
dimenticanza indotta della categoria di “possibilità”:
“C’è però un ambito di studi che è capace di rammemorare, da
un punto di vista diverso da quello filosofico, possibilità antropologiche
cancellate dall’attuale distruttività sociale del mercato e della tecnica. Si
tratta degli studi storici. Torniamo, per capirlo, agli esempi di prima. La
possibilità dell’individuo di autodeterminarsi come soggetto libero, e la sua
possibilità di partecipare a una sfera di finalità pubbliche separate dalla
sfera privata degli interessi particolari, sono due grandi realizzazioni della
civilità borghese moderna disperse dal totalitarismo del mercato e della
tecnica. Perciò, lo studio storico della progressiva dissoluzione, per effetto
del progressivo estendersi del capitalismo nella vita collettiva, dell’identità
sociale e culturale delle classi borghesi, trasformate in meri aggregati di
agenti atomizzati della produzione capitalistica, riconducendoci all’epoca in
cui le classi borghesi si identificavano ancora con valori umanistici
indipendenti dal mercato e dalla tecnica, ci consente di accedere alle
possibilità antropologiche di cui abbiamo parlato. La conoscenza storica,
d’altra parte, in un’epoca della cultura che non ammette più alcuna gerarchia
ontologica dei saperi, rappresenta l’unico possibile riferimento unitario per
settori disciplinari distinti. Ad esempio, saperi di tipo diverso come la
geometria di Euclide, la statica di Archimede, l’astronomia di Aristarco, la
filosofia morale di Epicuro, possono trovare una collocazione concettuale
unitaria nella trama culturale del mondo storico ellenistico[11]”.
La via che porta all’essere deve passare per la ricostruzione
degli studi storici senza i quali vi è solo il “tempo mutilo della memoria”,
ovvero il nichilismo pienamente realizzato nel quale l’essere umano si
disumanizza e si riduce a “presenza superflua”. La memoria e la storia sono
umanizzanti, poiché l’essere umano è memoria nel tempo:
“L’assolutizzazione delle modalità di funzionamento del
meccanismo economico, e la congiunta relativizzazione di ogni valore
antropologico, e della nozione stessa di verità (relativizzazione richiesta dal
meccanismo economico per eliminare ogni attrito sociale e umano al suo
funzionamento), configurano pericoli catastrofici (inerenti a uno sviluppo
fuori del controllo, perché assolutizzato, e alla mancanza di resistenze ai
suoi esiti, perché relativizzate), rispetto ai quali occorrono anche nuovi
processi educativi. Occorre, cioè, come si è già detto, un’educazione alla
relativizzazione del primato del momento economico sulla vita sociale e
individuale, e alla non accettazione della sua autoreferenzialità. Questa è la
vera educazione allo spirito critico. Ma attraverso quale conoscenza è
possibile ottenerla? Non pare possano esistere dubbi: attraverso la conoscenza
storica[12]”.
[1] Massimo
Bontempelli, Tempo e memoria, Petite Plaisance, Pistoia, 2007, pag. 107
[2] Ibidem pag. 17
[3] Ibidem pag. 35
[4] Ibidem pp. 108 109
[5] Ibidem pp. 116 117
[6] Ibidem pag. 119
[7] Ibidem pag. 17
[8] Ibidem
pag. 54
[9] Massimo
Bontempelli, Il pregiudizio
antimetafisico della scienza contemporanea, Petite Plaisance Pistoia, 2002 pag.
22
[10] Massimo
Bontempelli, Quale asse culturale per il sistema della scuola italiana?, Petite
Plaisance Pistoia, pag. 10
[11] Ibidem
pag. 12
[12] Ibidem pag. 13