Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano dal 1943 al 1964 e membro dell’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, da antifascista e pensatore ha individuato con nettezza, forse più di Hannah Arendt, l’essenza del totalitarismo. Egli a chiare lettere afferma che il totalitarismo è riduzione dell’essere umano a passività assoluta. Il fine, fortunatamente irrealizabile, per i totalitarismi è mutilare l’individualità e necrotizzarne la natura politica e sociale allo scopo di rendere il soggetto un contenitore senza filtri razionali. Il totalitarismo è una macchina tecnica e sociale per combattere la natura razionale e creativa dell’essere umano, ciò malgrado la lotta è sempre possibile, poiché vi è un dato ontologico inaggirabile: la natura umana non può essere mai completamente edulcorata, essa resta con le sue capacità critiche e il “desiderio appassionato” di “senso e verità”, per cui anche nel momento più tragico ci sono spazi per riprendere la lotta. I tentativi di ridurre l’intero sistema a “materia e movimento” che il totalitarismo governa con i suoi paradigmi previsionali è sempre fallito. Ciò dimostra che la natura umana “non può essere addomesticata”:
“102)Quanto ho voluto dimostrare nella lezione di oggi e di ieri è che
non bisogna considerare il fascismo come qualche cosa di definitivamente
caratterizzato, che bisogna considerarlo nel suo sviluppo, mai fisso, mai come
uno schema, come modello, ma come conseguenza di una serie di rapporti economici
e politici reali, risultati da fattori reali, dalla situazione economica, dalla
lotta delle masse. È un errore il pensare che il totalitarismo ci precluda la
via della lotta. È un errore pensare che il totalitarismo chiuda alle masse la
via alla lotta per delle conquiste democratiche. È un errore. Su questo terreno
il fascismo tenta di portarci. Esso tenta di farci credere che tutto sia
finito, che si sia entrati in un nuovo periodo nel quale non ci sia nulla da
fare che mettersi sul suo terreno. La minima concessione fatta a questo punto
di vista deve essere vigorosamente combattuta[1]”.
Il totalitarismo fascista fu “imperiale” e “debole”. Il
fascismo si sviluppò non per il timore del “comunismo”, ma per il collasso a
cui sembrava andare incontro il capitalismo. I due termini non sono in
contraddizione, anzi, la potenza imperialistica, se è in stato di debolezza,
diventa più aggressiva. Per affermare il proprio dominio in uno spazio
imperiale occupato da altre potenze deve usare massimamente la violenza. Le
osservazioni di Palmiro Togliatti ci restituiscono dati e concetti con cui
leggere l’aggressività della potenza statunitense, mentre agonizza il suo
dominio. Il capitalismo utilizza la violenza, quando è debole, poichè è corroso
da contraddizioni che potrebbero far nascere il nuovo, mentre decade senza
morire. La violenza è come la ruota del pavone, serve per mostrare una forza
scenografica con cui abbacinare i “nemici di classe e le potenze più
competitive”:
“45)Mi manca qui lo spazio per indicare quali sono i motivi di relativa
«debolezza» dell’imperialismo italiano; occorre però tener sempre presente che
un imperialismo «debole» non è menomamente un imperialismo meno aggressivo
degli altri, anzi, è un imperialismo più aggressivo che tende anche più insistentemente
degli altri a risolvere con la violenza le proprie contraddizioni.
Interiormente, un imperialismo «debole» è un imperialismo il quale deve far
ricorso prima degli altri e più degli altri alla violenza sistematica per
regolare i rapporti di classe, per instaurare e mantenere il dominio
incontrastato, economico e politico, della grande borghesia industriale e
agraria. Nelle sue relazioni internazionali un imperialismo «debole» è un
imperialismo che non può a nessun costo accontentarsi della situazione
esistente, che pone in modo urgente in ogni momento, il problema di una nuova
spartizione del mondo. E poiché non esiste la possibilità di una spartizione
pacifica del mondo tra gli imperialisti rivali, l’imperialismo «debole» è
quello che in prima linea, fra tutti gli altri, pone il problema di una nuova
guerra, predica la guerra, prepara la guerra, provoca alla guerra in tutti i
modi che gli sono offerti dalla situazione internazionale[2]”.
La condizione della potenza imperiale debole è foriera di guerra,
poiché ambisce a sovvertire gli ordini vigenti per ritagliarsi un ruolo forte
all’interno della spartizione delle aree di influenza.
La lotta
La lotta contro i totalitarismi è azione che necessita di
pensiero e di acume critico. In Palmiro Togliatti non ci sono processi
meccanici che determinano fatalmente gli eventi storici, ma la storia è “campo
di possibilità” nella quale la “lotta” è sempre possibile. Il Partito comunista
italiano non intercettò gli strati della classe media e non seppe neutralizzare
il passaggio della classe media sotto l’ala del fascismo e del capitalismo. Gli
errori favorirono l’ascesa del fascismo, pertanto il fascismo fu il risultato
anche di questi errori. Se la lotta fosse all’altezza del periodo storico
l’esito finale sarebbe stato diverso. L’alta borghesia usò il vuoto
programmatico e dialettico per spezzare l’unità degli aggiogati e
strumentalizzare la piccola borghesia. La chiarezza della ricostruzione di
Palmiro Togliatti è pari, se non superiore, all’analisi dello storico del
fascismo Renzo De Felice il quale, nelle sue argomentazioni, si limita, spesso,
ad evidenziare che il “fascismo movimento” rispose al bisogno di mobilità
sociale della piccola borghesia negata dal liberalismo. Renzo De Felice ammirò
sempre la lettura del fascismo di Palmiro Togliatti ed essa fu modello per lo
sviluppo delle sue ricerche. In Palmiro Togliatti la capacità di sintesi
consente di cogliere con lucidità quasi immediata la problematicità del periodo
storico. L’interpretazione di Palmiro Togliatti si sviluppò in modo parallelo
alla lettura di Antonio Gramsci in carcere e le due interpretazioni sono per
non pochi aspetti sovrapponibili. Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti individuarono
nel fascismo la “rivoluzione passiva” quale fondamento e fine dell’azione
borghese, in quanto le masse erano rese oggetto di una rivoluzione
conservatrice, il cui fine era difendere gli interessi del capitale:
“73)Questo è uno dei nostri errori. Errore che si è ripetuto anche
altrove: ignorare lo spostamento degli strati intermedi nel senso del crearsi
nella piccola borghesia di correnti che possono essere sfruttate dalla
borghesia contro la classe operaia. Altro nostro errore è stato quello di non
avere messo sempre nel giusto rilievo il carattere di classe della dittatura
fascista. Noi abbiamo messo in rilievo il fatto che la dittatura del fascismo
era dovuta alla debolezza del capitalismo[3]”.
La consapevolezza dell’errore è la via per la lotta. Chi
lotta commette errori e banalmente impara da essi ad affinare le armi per
emanciparsi, colui che accetta passivamente il sistema si adegua e non conosce
la fatica dell’errore.
Dopolavoro
Allora, e ancor più nel nosto tempo storico genocidario, il
totalitarismo degrada e divora il tempo libero irrigimentandolo nel tempo
totalitario mediante attività ludiche e competitive attraverso le quali
“rieducare” i sudditi. Il Dopolavoro durante il fascismo attraeva con la sua
novità, in quanto per la prima volta gli strati sociali più bassi della società
mediante un’organizzazione capillare e centralizzata con attività sportive e
ludiche potevano occupare il tempo libero. La conquista del consenso e
l’omologazione delle opinioni furono ottenute anche mediante tali attività, a
cui il comunismo non seppe rispondere adeguatamente:
“158)Vi furono anche altri motivi: un’organizzazione centralizzata per
soddisfare i bisogni educativi, culturali, sportivi delle masse non esisteva,
non era mai esistita, in Italia, nel campo di classe. È questa una delle più
gravi lacune nel movimento operaio italiano, particolarmente del dopoguerra. Vi
furono alcuni tentativi questi rivestirono sempre un carattere puramente locale
(a Torino per esempio) oppure esistevano delle organizzazioni le quali si
riallacciavano a delle forme di organizzazione preesistenti. Per esempio nella
Venezia Giulia vi era una larga rete di organizzazioni culturali, di circoli,
ecc. Ma era questa una eredità della socialdemocrazia austriaca lasciata
all’Italia dopo l’annessione a questa della Venezia Giulia. Quali forme d’organizzazione
esistevano in questo campo? Dappertutto, erano elemento caratteristico gli
scopi molto semplici i quali non andavano più in là del trattenimento serale,
del locale per bere un bicchiere di vino e di cose di questo genere[4]”.
Il Dopolavoro non fu solo agone sportivo che preparava
“l’uomo nuovo”, era spazio mutualistico nel quale ci si ritrovava e si viveva
un sentimento di protezione e di solidarietà.
Il sistema liberale, allora come oggi, nega i vincoli solidali e li sostituisce
con putride parvenze e surrogati come i social e le navi da crociera. Allora il
fascismo fu più abile, poiché il
Dopolavoro era aperto a tutti a prescindere dal reddito, naturalmente lo scopo
finale era fascistizzare il popolo e renderlo massa manovrabile:
“167)Cosa fanno le sezioni del Dopolavoro? Esse svolgono tutta una
serie di attività. I vantaggi che gli operai hanno sono molteplici. Hanno
alcune facilitazioni, dei ribassi per i biglietti dei teatri e per i
cinematografi, hanno alcune riduzioni sui viveri e sugli oggetti di vestiario
comprati in determinati magazzini, per gite. Poi hanno anche alcune forme di
assistenza. In alcuni casi il Dopolavoro tende a prendere delle funzioni
mutualistiche ed assiste per esempio delle famiglie degli infortunati, ecc.,
ecc. È l’ora di smettere di pensare che gli operai non debbono fare dello
sport. Anche i vantaggi più piccoli non sono disprezzati dagli operai.
L’operaio cerca sempre la più piccola cosa che può trovare per migliorare la
sua condizione. Anche il solo fatto di poter trovarsi, alla sera, in una camera
e sentire la radio è una cosa che fa piacere. Noi non possiamo scagliarci
contro l’operaio il quale accetta di entrare in questa camera, per il solo
fatto che sulla porta c’è scritta l’insegna del fascio. Dobbiamo ricordarci che
il Dopolavoro è l’organizzazione più larga del fascismo. Che la nostra tattica
deve essere più larga che altrove perché, dato il modo in cui il Dopolavoro è
organizzato, noi possiamo legare a noi degli strati più larghi di lavoratori che
in altre organizzazioni[5]”.
Anche sul Dopolavoro i comunisti avrebbero potuto essere “motore di contraddizione”, invece ci
si ritirò da tale possibilità dialettica consegnandola al fascismo. Ancora una
volta è la scelta tra lotta e rinuncia a decidere del presente e del futuro.
L’umanesimo di Palmiro Togliatti si fa, in questo caso, palese. I comunisti
avrebbero potuto fondare organizzazioni parallele al Dopolavoro nelle quali
formare il proletariato e la piccola borghesia alla coscienza rivoluzionaria.
Gli errori favorirono il fascismo:
“173)Noi dobbiamo attaccarci a delle rivendicazioni proprie del
Dopolavoro, di carattere sportivo, culturale, ecc., e a dei motivi democratici.
Nel primo campo abbiamo fatto molto poco. La Federazione giovanile ha fatto
qualche cosa nel senso di dare delle rivendicazioni che tendono ad avere questa
caratteristica. C’è qualche attività nel campo dello sport, nel campo della
lotta contro lo sciovinismo ma niente o quasi in molti altri campi. Poco, per
esempio, nel campo culturale. Pochi sono i casi di compagni i quali abbiano
cercato di organizzare una biblioteca con libri che abbiano un contenuto di
classe. Ma anche in quei pochi casi in cui ciò si è fatto ci si è fermati a
mezza strada. Bisognava fare un lavoro culturale, dare a leggere e spiegare i
lavori di Gorkij, Tolstoj ed altri che possono oggi avere un contenuto
sovversivo ed opporre le idee contenute in questi alle idee del fascismo. Si
possono creare dei conflitti anche su questo terreno; è però difficile. È
difficile soprattutto che questa forma assuma la posizione più alta, assuma il
carattere di manifestazione nazionale. Difficile, ma non impossibile. Bisogna
chiedere nelle biblioteche dei libri che parlino dell’URSS. In Italia ve ne
sono molti legali. Iniziare una discussione sulle questioni sovietiche. Si crea
così una forma legale e semilegale di organizzazione degli amici dell’URSS.
Caratteristico il fatto di un Dopolavoro di Trieste, il quale ha organizzato un
viaggio nell’URSS; arrivò fino ad Odessa, ebbe dei contatti con le
organizzazioni locali. I partecipanti, al ritorno furono tutti arrestati.
Eppure qualche cosa si è fatto. E si tenga presente che questo avvenne proprio
a Trieste dove i compagni non capiscono ancora niente del lavoro nelle
organizzazioni avversarie e sono fra i più restii a farlo[6]”.
Le nuove forme di autoritarismo liberista fioriscono sul
vuoto organizzativo e programmatico. La produzione culturale resistente è
fondamentale per riattivare le contraddizioni che esigono risposte. Su tale
vuoto il capitalismo prolifera. Le voci dissenzienti non giungono ai popoli e
la “chiacchiera” ha sostituito la comunicazione. La chiacchiera passivizza e
omologa le scelte e le potenzialità fino a non farle scogere, essa agisce come
un acido capace di dissolvere il senso critico e creativo. Per il comunismo
presente e futuro la sfida si gioca su tale spazio cannibalizzato, al momento,
dal totalitarismo liberista. Le contraddizioni restano e da esse si deve
ricominciare il cammino rivoluzionario, il quale è anzitutto pensiero e
consapevolezza di classe e individuale. Il rivoluzionario del “tempo estremo”
in cui viviamo necessita di un rivoluzionario che coniughi la radicalità di
Amedeo Bordiga con l’umanesino di Palmiro Togliatti e di Antonio Gramsci. La
mercatanzia (Dante Alighieri) è l’arte del male che imperversa, e dinanzi alle
tragedie della “mercatanzia” tra “scarsità e seduzione idolatrica”, solo un
rivoluzionario dalla tempra audace (consapevolezza di dialettica) può sostenere
le lusinghe del totalitarismo liberista e aprire il nuovo tempo della storia.
Non si tratta di una figura eroica, ma di un
rivoluzionario formato per rispondere allo “spirito del tempo” al fine
di rompere la cappa di passività che sostiene il capitalismo e i sistemi
digitali di dominio.
[1]
Palmiro Togliatti, sul Fascismo, a cura del gruppo “formazione” agosto/ottobre
2014, pag. 41, Circolo Che Guevara, www.prcguevara.net
[2]
Ibidem pag. 19
[3]
Ibidem pag. 28
[4]
Ibidem pag. 70
[5]
Ibidem pp. 74 75
[6] Ibidem pag. 78
Fonte foto: www.laterza.it (da Google)