Unità e Autonomia sono due facce della stessa medaglia?


Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

A commento degli esiti referendari, in un articolo de Il Fatto quotidiano di venerdì 27 marzo, Gianfranco Viesti afferma che, nonostante il diffuso disinteresse per la politica (sarebbe più giusto chiamarla elettoralismo) e l’emigrazione, i meridionali rimangono in difesa della Costituzione. Secondo l’Ordinario di Politica economica dell’Università di Bari, un evento sorprendente sì, ma ancora incompreso. Secondo l’Economista pugliese, la ragione principale di questa incomprensione è dato dal fatto secondo il quale l’Italia del Sud, (Sicilia e Italia mediterranea) è stata dimenticata; non viene più studiata, ancor meno capita. Soprattutto a causa della mancanza di analisi socio-politiche aggiornate, secondo il Professore barese, è diventato impossibile capire socio-politicamente i mezzogiorni continentale e insulare. Gran parte degli “intellettuali che scrivono sui giornaloni” propongono ancora letture stereotipate: “il regno dell’arretratezza, della spesa pubblica, dell’assistenzialismo, del clientelismo”.

Il voto referendario sulla riforma della giustizia pone in crisi gli stereotipi: il Sud in generale non appare più né naturalmente astensionista né filogovernativo. In quest’ultimo caso, il Sud di Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sicilia sono perfino contro i propri governi regionali. Secondo Viesti, il ritorno di voce che il Sud ha conosciuto con l’ultimo referendum è analogo a quello verificatosi con le elezioni del 2018, dove non solo i meridionali ritornarono a domandare rappresentanza politica, ma chiarirono che i propri interessi socio-economici erano diametralmente opposti a quelli del Centro-Nord, dove la Lega raggiunse un travolgente consenso pari a quello ottenuto dai 5 Stelle nel Sud.

Nonostante i dati politici del 2018 e quelli del 2026, Viesti non solo non evidenzia la necessità di interpretare gli esiti elettorali connettendoli agli interessi economici, ma mistifica l’eterogeneità socio-economica delle due Italia, dietro astratte “comuni tendenze”. Nonostante i dati politici sembrino rappresentare politicamente una spaccatura strutturale (socio-economica) tra il Centro-Nord e il Sud, secondo Viesti questa distinzione si limita ad essere sia l’esito di un mero voto di protesta delle regioni “che non contano”, alle prese con le difficili dinamiche demografiche e sociali delle aree interne, condannate per legge (PSNAI 2025) al “declino assistito”, sia l’esito demografico del crescente peso di una generazione di meridionali “più istruita e consapevole, più combattiva, che non si rassegna al declino delle proprie terre, all’emigrazione obbligata”.

In altre parole, secondo Viesti, il dualismo politico italiano si spiega con un voto di protesta del Sud contro un Governo leghista e con la maggiore consapevolezza dei meridionali delle conseguenze di uno Stato egemonizzato dagli interessi di coloro che vogliono il riconoscimento dei diritti di cittadinanza soltanto a chi risiede nel Centro-Nord. In altre parole, secondo Viesti la spaccatura politica della Repubblica non dipende da ragioni strutturali contrapposte, ma dal desiderio politico dei meridionali di recuperare il deficit democratico e contrapporsi compattamente contro qualsiasi forma di Autonomia differenziata.

Secondo Viesti, da quest’ultimo referendum in avanti, compito degli intellettuali meridionali è quello di rilanciare il dibattito contro la “secessione dei ricchi” e politicizzare il voto referendario contro il Governo unitario delle “pre-intese” e di quello delle regioni autonomiste del Centro-Nord bramose di maggiori prerogative a danno del Sud.

Ciò che non funziona in tutto questo ragionamento non è semplicemente il vedere nella “Sinistra delle ZTL” ovverosia nel Centro-Sinistra del PD e dei suoi satelliti elettoralistici ancora un’alternativa alle Destre di Meloni e Calderoli, ma soprattutto il pregiudizio pseudo-scientifico e politico che impedisce ai lettori di scorgere nel progetto dell’Autonomia differenziata l’istituzionalizzazione del semi-colonialismo dello Stato unitario nei confronti di Sardegna, Sicilia e Italia meridionale, il quale non è nato con la modifica del titolo V della Costituzione, ma con la nascita dello Stato unitario. Ad aver dimostrato i fondamenti coloniali dello Stato nazionale, ad aver denunciato gli scambi ineguali voluti e guidati tanto dai governi della Destra e della Sinistra storiche quanto dalle due Destre di oggi, gli studiosi ne discutono almeno da Antonio Gramsci a Marco Revelli, eppure gli intellettuali del Sud perché non si propongono di prospettare ai meridionali soluzioni più radicali e soprattutto definitive?[1] Perché Viesti si ostina a nascondere dietro la formula di sua paternità, quella della “secessione dei ricchi”, la reale formula della “secessione senza secessione” e cioè l’unica votata a smascherare il vero obiettivo della Lega nazionale, non a caso mai più Lega Nord?

Come anche dichiarato di recente da Guglielmo Forges Davanzati, il progetto leghista non è mai stato realmente quello della secessione del Centro-Nord dallo Stato unitario, dunque dai Sud italiani, ma l’istituzionalizzazione di ulteriori margini di sfruttamento coloniale dei Mezzogiorni sardo, siciliano e napoletano, l’esasperazione crudele del secolare sistema unitario di sottosviluppo indotto dei Sud, funzionale al drenaggio ulteriore di risorse economiche e demografiche a vantaggio esclusivo della “piovra” centro-settentrionale.

Dal 1965 in poi, i fenomeni di deindustrializzazione, terziarizzazione, finanziarizzazione dell’economia del Centro-Nord, in base ai quali ad un certo punto si è iniziato a parlare di “Questione settentrionale”, costringe le sue nuove borghesie a rivedere a ribasso i rapporti di sfruttamento nei confronti delle colonie domestiche[2]. Il vecchio sistema assistenzialista non è più sostenibile: urge un cambio di paradigma per il colonialismo interno e cioè quello del Regionalismo asimmetrico, che istituzionalizza la differenziazione dei diritti di cittadinanza in base alla residenza geografica: gli italiani dei Sud non solo sostanzialmente, ma anche formalmente, avranno diritto a meno diritti.       

Possibile che il grande professor Viesti non si renda conto del “mostro teorico” che ha partorito, della spaventosa mistificazione della realtà socio-economica che ha messo in piedi? Secondo me sì, ma le ragioni sono molto più profonde di quanto si possa immaginare. Sono convinto che il problema degli intellettuali “alla Viesti” non sia di natura esclusivamente “emotiva” ovvero non dipende soltanto da quello che, gramscianamente, Cristiano Sabino definisce eloquentemente ancora come “fanatismo unitario” degli intellettuali organici alle classi dominanti[3]. Esiste qualcosa di molto più abissale del pregiudizio pseudo-scientifico e politico di una connaturata bontà del principio dello Stato uno e indivisibile, che lega senza soluzione di continuità sia i nazionalisti di Destra sia gli sciovinisti di Sinistra. Il mancato riconoscimento da parte degli intellettuali alla Viesti della discendenza politica dell’Autonomia differenziata dalle politiche storiche dello Stato unitario a danno dei Sud dipende dal seguente ragionamento: accettare la formula interpretativa della “secessione senza secessione” significherebbe porre in luce i privilegi nascosti delle Lumpenborghesie meridionali, che verranno garantiti fino a quando queste rimarranno fedeli mediatrici delle politiche semicoloniali dello Stato unitario. Comprendere che gli interessi economici che spingono gli intellettuali meridionali a scrivere di una “secessione dei ricchi”, invece che di una “secessione senza secessione”, diventa la chiave per comprendere l’ideologia “degli intellettuali alla Viesti”. Questi non denunceranno mai ciò che potrebbe svelare il meccanismo su cui questi poggiano i loro privilegi, quelli di una classe sociale sì dominante, ma mai dirigente. Mantenere sconnesse le parole di Unità d’Italia e Autonomia differenziata vuole allora dire continuare a mentire, continuare a mistificare la realtà economica e socio-politica della mediazione del sottosviluppo da parte delle Lumpenborghesie meridionali.

Non voler riconoscere che il Regionalismo asimmetrico è l’altra faccia dell’Unità e cioè quella di uno Stato unitario ancora più dualista o asimmetrico, ancora più ingiustamente semicoloniale, vuol dire per gli intellettuali meridionali mobilitarsi per la concessione di termini di sfruttamento più accettabili, senza mai eliminarli del tutto. Predicare l’eliminazione completa del semi-colonialismo unitario significherebbe mettere in discussione il dominio delle Lumpenborghesie meridionali sui propri subalterni, dunque significherebbe perorare la causa de-coloniale per modelli sociali meridionali in cui tutti sarebbero costretti a lavorare, anche quelli che non lo hanno mai fatto come tutti gli intellettuali unitari, meridionalisti e non.                         

Nel panorama italiano, tra i pochi intellettuali organici alle classi subalterne di Sardegna, Sicilia e Italia mediterranea sembra esserci anche Angelo Calemme che, dopo il successo editoriale del suo volume La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea. Contributo alla teoria del socialismo di mercato (Guida 2023), ritorna a pubblicare con un altro lavoro assai acuto, altrettanto ambizioso, intitolato La variabile legittima della storia. Per un meridionalismo critico, multipopolare e a portata di territori (Orthotes 2026). Sin dalla introduzione, Calemme rinarra le questioni meridionali di Sardegna, Sicilia e Italia mediterranea non soltanto con gli strumenti critici di una Critica dell’economia politica, denunciando lo sfruttamento economico delle colonie domestiche, ma anche attraverso categorie tipiche della Critica della psicologia politica, con cui si descrive e spiega il semi-colonialismo ai danni dei Sud attraverso l’eterogeneità sociale e le soggettivazioni politiche mancate delle masse subalterne. Calemme si mantiene criticamente “a metà strada tra i paradigmi marxiano e freudiano” (Orthotes, p. 52) e ciò che risulta è un libro di teoria politica per l’emancipazione sociale di Sardegna, Sicilia e Italia meridionale dal congiunto sfruttamento coloniale, semicoloniale e neocoloniale dell’Italia Unita, dell’Unione europea, dell’Impero statunitense.

Il riferimento al metodo marxiano consente di rileggere il dualismo di sviluppo italiano non come l’esito storico di una serie di errori contingenti, ma come il progetto politico consapevole di un modello di convivenza civile fondato su rapporti asimmetrici di produzione e consumo. Il riferimento al metodo freudiano inserisce all’interno degli studi post-coloniali la dimensione dell’identificazione, del legame affettivo, della soggettivazione dei “noi” politici. Integrando i due metodi, le Questioni meridionali di Sardegna, Sicilia e Italia meridionale non sono soltanto problemi di asimmetrie produttive, ma anche di produzione di soggettività politiche di emancipazione economica e sociale. Come evidenziato anche dal direttore di Marx21 Marco Pondrelli, Calemme pone le seguenti domande: “chi è riconosciuto come parte del corpo politico? Chi resta ai margini? Quali dispositivi culturali consolidano l’inferiorizzazione?”.

La genealogia, per certi versi engelsiana, che fa risalire la seconda topica freudiana alle strutture dello sviluppo capitalistico nelle moderne società di mercato euro-americane, da Hobbes a Rousseau, da Kant a Marx, spinge Calemme a perfezionare la psicologia politica di Ernesto Laclau con la psicologia politica di Davide Tarizzo. Il risultato è appunto una Critica della psicologia politica in quanto tale, che declina alternativamente il problema al cuore della teoria politica contemporanea, quello della costruzione dei soggetti politici, rimettendo nel frattempo in piedi sia la teoria del feticismo di Marx sia quella dell’egemonia di Lenin e Gramsci. Per Laclau, il popolo è un soggetto politico e non un dato naturale o sociologico; è una catena di legami equivalenziali tra egoistiche domande sociali ovverosia l’effetto politico di articolazioni egemoniche all’interno di masse psico-sociali. Seguendo Tarizzo, Calemme fa notare che la Teoria del populismo di Laclau ripropone gli stessi errori in cui inciampò lo stesso Gustav Le Bon, secondo i quali i diversi nomi politici sfuggono a qualsiasi efficace analisi grammaticale. In altre parole, come è possibile che all’interno di determinate culture politiche compaiano solo determinati nomi politici invece di altri? Soltanto l’analisi grammaticale delle psicologie politiche può rispondere a domande del genere.

A questo punto, Calemme introduce nel suo scritto la categoria tarizziana di “grammatica politica”, collocata nella topica psicologica collettiva “tra il cogito cartesiano dell’ego sum e quello del nos sumus” (Orthotes, 2026, p. 115). Parafrasando Pondrelli, per Calemme, “il soggetto politico non è né l’individuo sovrano del liberalismo né l’organismo collettivo compatto delle teorie organiciste”; il soggetto politico non è né una sostanza o essenza né possiede una vera, universalista, filosofia della storia. Il soggetto politico è un processo psicologico storicamente costruito, un dispositivo affettivo, determinato da pratiche discorsive, negazioni conflittuali e riconoscimenti dialettici. Questa prospettiva teorica, consente di evitare le derive sia dell’individualismo metodologico sia delle mitologie volkisch, e di riaprire il dibattito su forme diverse di nazionalismo, subalterne e anticoloniali. La riflessione sulle grammatiche dei diritti civili e sui diritti naturali, sviluppata attraverso le analisi del nazionalismo francese e del secessionismo statunitense rafforza l’impianto teorico di Calemme: lo Stato moderno non si limita a riconoscere i diritti preesistenti, ma produce le condizioni simboliche della cittadinanza. La legittimità non è un dato naturale, un neutro presupposto, ma un esito storico.

Sulle premesse metodologiche esposte nel primo capitolo del suo libro, Calemme rinarra la storia dello Stato nazionale unitario italiano. Le ragioni dell’anomia dei Sud italiani non derivano da una connaturata arretratezza antropologica, un’atavica barbarie, bensì dall’annessione e dal saccheggio di Sardegna, Sicilia e Italia mediterranea da parte dello Stato unitario a trazione tosco-padana (Ortotes, 2026, p. 131). L’Unità appare così come un processo di integrazione asimmetrica, caratterizzato strutturalmente da una distribuzione ineguale di fattori produttivi e funzioni, il cui esito è stato quello di finalizzare l’induzione del sottosviluppo sardo, siciliano e napoletano, funzionalizzare la creazione di colonie domestiche entro i confini dello Stato unitario, allo sviluppo capitalistico e industriale del Centro-Nord.  Sulla scia degli studi marxisti di Nicola Zitara, Edmondo M. Capecelatro, Antonio Carlo, Samir Amin, Hosea Jaffe, secondo Calemme, il sistema bancario siciliano e napoletano hanno sostenuto prima la proto-industrializzazione del Centro-Nord (1878-1940) poi la sua grande-industrializzazione (1945-1965), cronicizzando, sistematizzando il colonialismo interno. Il capitalismo duale italiano si divide allora tra uno dirigente e tosco-padano e uno marginale e sardo-siculo-napoletano (Orthotes, 2026, p. 154).

Come evidenziato da Pondrelli, il libro di Calemme “dialoga implicitamente con la tradizione classica del meridionalismo, ma se ne distacca. Rispetto ad Antonio Gramsci, che pure aveva colto il carattere nazionale della Questione meridionale e la necessità di un’alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud, Calemme insiste maggiormente sulla dimensione di soggettivazione autonoma” dei Mezzogiorni, “meno integrabile in un progetto egemonico centrato sulla classe operaia industriale” del Centro-Nord. “Rispetto a Gaetano Salvemini e Guido Dorso, che denunciarono le responsabilità delle classi dirigenti meridionali, l’analisi di Calemme tende a spostare l’asse dalla critica morale delle élite alla struttura complessiva del capitalismo italiano. Il nodo emerge con forza nell’analisi zitariana dei pregiudizi pseudoscientifici e dei tradimenti politici prima del PSI e poi del PCI che porteranno al boicottaggio tosco-padano di tutti i tentativi rivoluzionari sardi, siciliani e napoletani (Orthotes, 2026, p. 184).

Una volta smascherati gli interessi coloniali dei nuovi corifei dottrinari, fanatici dello Stato unitario, nonostante i colonialismi interni, Calemme corregge Gramsci e i gramsciani, recupera e aggiorna la proposta di Zitara per un “separatismo rivoluzionario”, multipopolare e a portata di territori, collocabile a metà strada tra il federalismo gramsciano e il secessionismo zitariano.

Possono Sardegna, Sicilia e Italia mediterranea costituirsi in futuro come soggetti politici alternativi a quello dello Stato unitario e inseguire l’emancipazione de-coloniale indipendentemente da qualsiasi terzietà statuale che neghi le loro specificità? Calemme risponde a questa domanda fornendo indicazioni su come sviluppare forme di socialismo rivoluzionario indigeno che si sostengono dall’esterno e cioè cooperativamente e mai federativamente a partire da modelli di sviluppo autodeterminati. Da questo punto di vista, sardi, siciliani e napoletani possono sviluppare percorsi di emancipazione né subordinati a interessi esterni né puramente reattivi, capaci perciò di produrre teorie politiche generali avulse da qualsiasi deleterio universalismo, senza cioè rinunciare alle proprie specificità territoriali.        


[1] M. Revelli, Le due Destre: le derive politiche del postfordismo, Bollati Boringhieri, Torino 1996; si veda anche A. Del Monaco (a cura di), Contro le due Destre, Futura editrice, Roma 2025.

[2] G. Berta, La questione settentrionale. Economia e società in trasformazione, Feltrinelli, Milano 2008.

[3] C. Sabino, Le tasche cucite. Il sardismo meticcio di Gramsci, in G. Cherchi – F. Pau (cur.), Logu e Logos. Questione sarda e discorso de coloniale, Meltemi, Milano 2024, p. 92.  

Angelo Calemme è dottore di ricerca in Filosofia e Studi classici dell’Universitat de Barcelona e docente di Filosofia e Storia nei licei statali. É coautore della curatela L’illuminismo prima dell’Illuminismo. (La Città del Sole 2013) e autore di monografie come La ragione galileiana del mondo (Guida 2017), Alle origini della tecnologia scientifica (Mimesis 2020), Dalla Rivoluzione scientifica alla Rivoluzione industriale (Meltemi 2022), La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea (Guida 2023). 

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